Cosa sarà dell’Europa? Tema complesso, sviluppato dai professori Sergio Fabbrini, Moreno Bertoldi e Marco Buti, protagonisti venerdì scorso nella sede della Fondazione Circolo Fratelli Rosselli a Firenze, di una brillante esposizione sul come e il perché l”Europa si trova a un bivio della sua storia.
L’Europa ha un ruolo nei fatti. Lo spiega nella sua introduzione il presidente Valdo Spini, che dopo aver fatto gli onori di casa, mette sul tavolo il fatto del giorno: droni, Polonia, effetto Putin. Un’ennesima prova che “o l’Europa riesce a dare prova di essere all’altezza di ciò cui è chiamata, o non solo rimane declinante, ma si troverà in difficoltà ad affermare una sua soggettività politica”. Ovvero, sia agli Stati Uniti di Trump sia agli episodi come quelli dei droni sconfinati su suolo polacco (ancora la dinamica è tutta da chiarire) la risposta dell’Europa dovrebbe essere rapida, univoca, unita.
Al netto della dichiarazione europea , che comunque non ha visto un muro unitario, bisogna dire che la Nato ha funzionato ancora, nel senso che la mobilitazione dei Paesi europei ha permesso il pattugliamento dei confini. Se il lancio dei droni avesse avuto lo scopo proprio di testare l’Europa, spiega il presidente Spini, l’Europa comunque ha dato un segnale. Ma il sospetto è che abbia voluto testare la reazione degli Stati Uniti. E da questo punto di vista, la reazione è stata perlomeno “tiepida”. Tuttavia, il problema rimane: la classe politica europea è all’altezza dei cambiamenti avvenuti? Ormai, sottolinea Spini, ciò che regola i rapporti fra gli Stati è la forza. “Nel mondo occidentale, abbiamo una specie di asse Stati Uniti-Netanhyau, con un terzo potenziale anello”, ovvero Putin. Una perdita di importanza del Vecchio Continente che potrebbe indurre a pensare che l’Europa è fatta male e funziona male, per cui sarà bene non rafforzarla. Una china pericolosa per gli europei del futuro.
Per comprendere il cambiamento internazionale, non è possibile non fare i conti col Dragone, che ha nel tempo creato dipendenze commerciali da cui è molto difficile ora sganciarsi, nate quando la chiave dominante il quadro internazionale era il principio liberale del multilateralismo. Un principio contro cui si sta scagliando con dovizia di risorse intellettuali ma soprattutto politiche ed economiche l’America del nuovo corso trumpiano, Dipendenze economico-commerciali che, come sottolinea Bertoldi nella sua relazione, sono dipendenze strategiche, e che mettono il Dragone nella condizione di potere operare con una fortissima moral suasion, avendo lo spazio poi, se i metodi delicati non arrivano allo scopo, di farsi sempre più “convincente”.
Nel quadro generale, è tuttavia necessario riprendere anche il ruolo degli Usa, della cui “potenza benevola” l’Europa stessa, secondo molti, ha beneficiato. La “potenza benevola” degli Usa non è sempre stata tale, ma ha creato forti dipendenze strategiche, in campo tecnologico e militare, che ha utilizzato come potere negoziale, come spiega Bertoldi. Tuttavia, “i maggiori vantaggi degli Stati Uniti provenivano dalla sua leadership nell’ordine liberale mondiale.
La grande crisi finanziaria ne ha incrinato le basi. Fino a Trump, il tentativo americano era quello di mantenere l’ordine liberale appoggiando le democrazie e creando la dicotomia fra democrazie e regimi autoritari”. Il percorso portato avanti da Biden che Trump sconvolge completamente. Chiave di volta del sistema Trump e accoliti, è la forza, struttura una super potenza che trae risorse economiche e finanziarie dagli altri Stati per trasferirli a un ristretto gruppo di propri cittadini: la super potenza “estrattiva”. Strumento per dare carne a questo nuovo monstrum, il sistema della rimostranza, usato da Trump per celare la verità: mentre il Pil americano prende il volo crescendo e lasciando gli altri Paesi, al palo, Trump dichiara che l’America è stata affossata dagli altri Paesi approfittatori , mentre il problema vero è la distribuzione interna della ricchezza. La ricchezza c’è ma a goderne sono sempre più in pochi. Ma cosa vuole l’America Trumpiana? Convogliare forti investimenti negli Stati Uniti, anche con forme più o meno coercitive. I dazi, minacciati, tolti, rimessi, ritoccati, sono una parte, la più evidente, di questo piano “estrattivo”.
La Cina, sul principio della super potenza estrattiva, come spiega Bertoldi, si è creata una sua strada adatta al suo diverso campo di azione e di modalità d’azione. A partire da Tienanmen, che dall’Occidente era stata vista come una marcia funebre per il regime comunista, suonata dall’emergere di una classe media che avrebbe decretato l’ultima ora per il partito comunista cinese. Senza fare i conti con la natura e la struttura del PCC e neppure con la cultura e la tradizione del Celeste Impero. Il partito comunista della Cina, erede delle dinastie imperiali, muta. Il famoso capitalismo di Stato migliora le condizioni materiali di milioni di persone all’interno , mentre all’esterno crea dipendenze. Le armi in mano alla Cina sono straordinarie: terre rare e dipendenze strategiche , a partire dalla tecnologia. “Nascondi la forza e usala quando serve“, il detto di Lao-Tse.
L’Europa soffre sia per le politiche americane che per quelle cinesi, “dal momento che in entrambi i casi noi perdiamo risorse a loro favore, o meglio a nostro svantaggio”, dice Bertoldi, “l’evoluzione economica e digitale di cui abbiamo necessità, abbisogna di risorse, ma gli Usa ce le tolgono. Allo stesso modo la Cina ha deciso di fare politiche industriali su quei prodotti con aiuti di Stato in settori essenziali per la crescita della produttività europea. Entrambi quindi finiscono per predare risorse , creando anche dipendenze “offensive” che vanno a intaccare la possibilità dell’Europa di attivare a sua volta politiche industriali di sviluppo”.
Ma l’Europa sta entrando in un’epoca post-americana? Per rispondere, il primo passo è capire cosa è il trumpismo, definendolo dall’interno. E dall’interno, spiega il professor Fabbrini, il trumpismo si presenta come una “rivoluzione rovesciata”, che, invece di allargare i diritti, come sempre successo, “riduce gli spazi”. Non sono solo gli effetti della globalizzazione e le disuguaglianze sociali a spiegare il consenso di Trump fra le masse popolari. Il fenomeno è complesso, a partire dalla componente evangelica e fondamentalista sotto la cui egida i Maga e i “veri americani” combattono. Contro cosa? Contro la società aperta, contro la concezione liberale dello Stato, semplificando, contro il principio dell’eguaglianza giuridica: per il trumpismo non ogni cittadino è cittadino, dipende da molte cose, fra cui la religione, il colore della pelle, il censo. Così, il principio liberale per eccellenza viene platealmente messo sotto attacco: la tripartizione dei poteri, che viene sconfessata in modo pubblico e reiterato da Trump e compagnia. C’è una solo America e un solo capo, il destino del Capo si identifica con quello della Nazione. Trump governa con gli executives. Il congresso è marginalizzato. In casa gli executive, fuori di casa la forza. Il multilateralismo e il sistema di relazioni internazionali vengono scossi dalle fondamenta.
Venendo all’Europa, il legame con gli Usa è a doppio filo, e Fabbrini ricorda la possibilità che il Vecchio Continente ha avuto di dedicarsi al proprio sviluppo “grazie” all’ombrello americano, cui aveva demandato sicurezza e difesa. Una politica militare stabilizzata, che, dice il professore, siamo stati obbligati a cambiare. Ma non è stato Putin, l’artefice del cambiamento, bensì Trump. Con la messa in crisi della stabilità militare europea dovuta agli Stati Uniti, l’Europa si trova spiazzata e la guerra in Ucraina non ha fatto altro che mostrarne la debolezza. La reazione europea? Lenta, incerta, insicura e soprattutto, risolta con la “nazionalizzazione delle difese. Sono i governi che spendono le risorse europee, non ci sono infrastrutture europee, non c’è un bene pubblico europeo. Il motore di questa presunta militarizzazione sono i governi nazionali”.
L’Europa post trump, quindi, sembra incamminarsi verso una difesa europea frammentata, che si presenta come un rafforzamento difese nazionali, con una coalizione dei Volenterosi che attraversano l’Europa. Una coalizione che vede il Regno Unito e la Francia, con forze nucleari e un seggio nel consiglio di sicurezza dell’Onu,, fare da motore di traino. “Se vogliamo garantire la sicurezza dell’Ucraina dobbiamo affidarci a un’informale organizzazione della sicurezza. , che fatalmente è a trazione inglese -francese. Vale a dire sotto la loro potestà. Ma questa non è democrazia”. In altre parole, rischiamo di perdere un’altra, importantissima partita: combattere Putin restando all’interno delle regole democratiche. Ovvero, la partita della democrazia.
Tirando le fila , è sempre vero, che, secondo il principio di Jean Monnet, primo Presidente dell’Alta Autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1952, “L’Europa si fa nelle crisi?”. Non necessariamente, dice il professore Marco Buti. Dipende dalla natura e dalla portata delle crisi. In parole povere, la guerra Russo-Ucraina è cosa diversa dalla pandemia del Covid. Se nella seconda si realizzarono unità d’azione e comunità d’intenti, a parte la differenza nelle aspettative di capitale politico dei leader, che consentirono loro “di allungare l’orizzonte” (una Merkel che aveva già deciso di non ricandidarsi e un Macron ancora a metà mandato), la natura stessa della crisi cambiava impostazione al problema. La guerra all’Ucraina da parte russa ha anche il significato (o forse è il prodotto) di un riposizionamento geopolitico dell’Europa. Facendo esplodere le apparentemente insanabili divergenze legate a interessi nazionalistici all’interno della compagine europea.
D’altro canto, l’Europa è giunta a un livello di integrazione tale per cui ogni ulteriore passo avanti non può essere fatto solo dalle élite, “nelle segrete stanze”, pena contraccolpi negativi, come spiega Buti. Un punto che deve essere composto con la condivisione esplicita della politica pubblica, il più possibile allargata e necessita di partecipazione e consenso. Infine, il ruolo dei leader europei: i vari esponenti istituzionali nazionali si comportano, come spiega Buti, come se avessero un capitale politico determinato, finito, da distribuire per scelte complicate, o a livello nazionale o a livello europeo. Per rendere questo capitale politico più fruibile e più ampio, è necessario allungare l’orizzonte temporale dei decisori politici. Abbassare il tasso di scontro politico e allungare lo sguardo.
Al netto della risposta al Covid, l’Europa ora si trova in una sorta del cul de sac. Stretta dalla temperie internazionale, fra Cina e America “super stati estrattivi” e una Russia che da partner negli affari si è trasformata nel nemico pubblico numero uno, conta la paralisi dei leader: Macròn ha esaurito il suo capitale politico nella complessità delle vicende nazionali, mentre Merz ha esaurito il suo nell’attraversamento delle linee rosse del riarmo tedesco. Meloni avrebbe ancora del capitale politico, ma, per scelte ideologiche e per i noti legami al mondo trumpiano, non vuole spenderlo.
Ma la storia non si ferma, e in tutto questo nel futuro europeo pesano, come dice Buti, tre decisioni importanti da prendere, ovvero decisioni che sono scelte binarie circa la sovranità, la crescita, la politica industriale. Sovranità nazionale o sovranità condivisa? Crescita: vogliamo continuare a perseguire un modello di crescita basata sul traino dell’esportazione o vogliamo sviluppare la crescita indigena, ovvero interna, europea? Politica industriale: nazionale o comunitaria, quest’ultima da attuarsi attraverso la creazione di una fiscalità centrale e il rafforzamento del bilancio europeo?
Draghi ha indicato una via, ovvero risolverebbe (secondo il professor Buti “a sinistra”) avallando una maggiore concentrazione di sovranità a livello europeo, una crescita molto più fondata sul mercato interno (europeo) , accettando di avere catene del valore più corte e più sicure, una politica industriale comunitaria con risorse comuni e una politica fiscale centrale.
La Francia, che ha ufficialmente una propensione per Draghi, è debole a livello politico. La Germania, che risolveva le questioni con modalità opposte a quelle di Draghi, puntando sul rafforzamento di export, sovranità nazionali e aiuti di stato, a parole di dice d’accordo, ma nei fatti Merz, che ha il fiato sul collo dell’Afd , non riesce a concretizzarle: quando parla di più crescita domestica infatti, si riferisce alla Germania, non all’Europa. L’Italia, che avrebbe un capitale politico potenziale, come sottolineato prima, non ha volontà di spenderlo. La postura italiana inoltre, positiva per quanto riguarda la politica industriale comune e la fiscalità comune, è chiusa quando si tratta di cedere sovranità. Perciò, stato di necessità e stato di fattibilità politica si contrappongono . Il risultato ad ora, proprio nel momento cruciale per decidersi di fare il salto e diventare Europa, è una sostanziale paralisi.
Come ci si salva? Il professor Buti lancia una proposta , forse una visione, fondata sulla centralità della sovranità europea, sovranità che deve essere per di più digitale, visto l’attacco di Trump proprio su questo versante, con la richiesta da parte americana di mettere in discussione vari atti che riguardano la disciplina dei grandi soggetti digitali Made in Usa. Sovranità europea digitale che ovviamente comprende l’importantissimo profilo della Difesa. La proposta riguarda la coalizione dei Volenterosi che, come sottolineato poco sopra, “attraversa l’Europa”: focalizzandosi su alcuni punti della piattaforma Draghi, vale a dire investimenti transnazionali in alta tecnologia, progetti comunitari anche sul contraltare della difesa comune, consentirebbe, ripartendo da Francia, Germania e Italia, forse di rimettere le cose in marcia.