Chi potrebbe fermare Trump? Il tecno-capitalismo

Lo “zonismo” del presidente statunitense allarma Silicon Valley e il Big Tech

Giorni febbrili, questi, per gli osservatori internazionali. La rivolta in Iran in primo piano, con i tentennamenti di Trump, il crescere dell’ansia  dei groenlandesi, ancora più forte dal momento che così, a bocce ferme, già grazie agli accordi degli anni ’50, gli Usa possono fare ciò che vogliono sull’isola, e perciò non si capisce bene perché l’asticella dell’aggressività si stia alzando così smaccatamente; la fase due di Gaza e il conflitto ucraino, che rischiano persino di perdere la ribalta per finire nelle retrovie del circo mediatico. Volenti o nolenti, il grande protagonista, almeno sulla scena del teatro, è lui, The Donald, non foss’altro per le curiosità che suscita con le sue controverse prese di posizione, Venezuela insegna: porta via il presidente Maduro, mantiene ottimi rapporti con la vice, prende come cosa dovuta il Nobel per la Pace che gli “cede” Maria Corina Machado. Torniamo a interpellare il professor Roberto Lampa, docente di storia dell’economia all’Università di Macerata, economista, un quarto dell’esistenza trascorso nell’America Latina, della cui società  è un riconosciuto esperto.

Partiamo dalla Groenlandia. Al di là delle questioni geopolitiche, questa vicenda cosa rivela di Trump o meglio della strategia di cui egli stesso è protagonista?

“Premetto che non sono un esperto della questione, tuttavia alcuni elementi sono interessanti da enucleare. Intanto, un dato: Trump si infila in uno spiraglio reale che, a noi sconosciuto, sembra essere molto chiaro in Danimarca e in Groenlandia, ovvero il risentimento che i groenlandesi nutrono nei confronti della Danimarca stessa. Ma a parte ciò, e ovviamente fatta la tara agli innegabili interessi che girano intorno all’isola stessa, è da sottolineare l’abilità di Trump e del suo staff di andare a insinuarsi in questa frattura per giocarla pro domo propria. Senza dimenticare che, anche nelle trattative sulla guerra in Ucraina, il presidente americano ha mantenuto  un tavolo con la Russia sulla questione artica, il che rivela l’intenzione di mettere delle fiches  importanti sull’isola. Credo tuttavia ci sia anche un colpo molto duro che si vuole dare alla Nato”.

In che senso?

“La Danimarca, in base al nostro provincialismo, è ritenuta da sempre, come tutto il Nord Europa, una nazione da invidiare, socialista, civile. In realtà quelle del Nord Europa sono società estremamente complesse. La Danimarca è una monarchia, al pari degli altri Paesi scandinavi, eccetto la Finlandia; estremamente conservatrice nel suo sistema di valori ed estremamente aggressiva dal punto di vista militare. Scorrendo le missioni danesi, emerge che ha partecipato a tutte le guerre più controverse degli ultimi anni. Quindi, ha un ruolo importante nella Nato. Perciò, quel che si potrebbe pensare è che in questo scontro tra Trump e la Nato, picchiare duro per quanto riguarda la Danimarca faccia parte di una visione. Del resto, parliamoci chiaro: che si tratti di un Paese importante per la Nato lo dice anche il fatto che il famoso North Stream, costruito per la maggior parte in acque internazionali, è esploso nel tratto delle acque danesi”.

A giudicare da ciò che è stato detto, il presidente americano in realtà si muoverebbe in modo ben poco contraddittorio, subordinando tutto ai suoi interessi e alla sua identificazione personale con gli Usa. Ma c’è un elemento di contraddizione nella “modalità Trump” che si può identificare?

“Credo che se esiste un elemento di questo genere, è, e questo rende difficile come europei attaccare il presidente americano, che ci sbatte in faccia le nostre ipocrisie. Pensiamo alle nostre posizioni per quanto riguarda i bombardamenti Nato su Belgrado, ma anche alla vicenda del Kossovo  e dell’accusa a Putin di aver rubato  le terre ucraine; da questo punto di vista, il Kossovo è stato rubato  alla Serbia. Allora, il problema comincia a diventare, per l’Europa, un problema di credibilità”.

Ma chi potrebbe fermare Trump?

“Il tallone d’Achille ovviamente ce l’ha, e si è già manifestato nella vicenda Elon Musk, cacciato malamente dopo la luna di miele. E non è una buona notizia. Il disegno che Trump vorrebbe mettere in atto, che non è isolazionismo ma potremmo chiamare “zonismo”, ovvero “zone mie” dove “non deve volare una mosca” che si contrappongono ad altre zone del pianeta in maniera competitiva, con dazi ecc, ha sul suo cammino un ostacolo enorme, che è il settore finanziario statunitense. E’ chiaro che una riconfigurazione dei rapporti economici internazionali di questo tipo, se verrà mai realizzata, vedrebbe una ridefinizione delle coalizioni di vincitori e perdenti all’interno del capitalismo statunitense dove la finanza perderebbe notevolmente di importanza. Un rischio, forse ipotetico, che tuttavia comincia a far venire un po’ di mal di pancia alla Silicon Valley, al Big Tech….  Qui, evidentemente, il progetto di Trump può trovare uno stop. Se non riesce a trovare consenso sufficiente, sia chiaro. Se ci riuscirà, andrà avanti”.

Immagine della Groenlandia (wikipedia)

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