Non è solo un libro: è un canto di dolore e di speranza. Nonostante che la distruzione di Gaza segni il punto più tragico del conflitto che da più di settanta anni divide due popoli sul territorio compreso fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo.
Con la guerra in corso scoppiata dopo l’indiscriminato attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 che provocò 1.200 vittime, lo Stato ebraico sta portando a termine il sogno sionista radicale della Grande Israele con tutta la forza militare e tecnologica di cui dispone e la brutalità che chi ha sempre amato la cultura ebraica come lo scrivente non poteva immaginare potesse esprimersi in una forma che richiama tempi bui dell’umanità. A ferro e fuoco, “in totale contrasto con i valori democratici e contro ogni principio del diritto internazionale”. Parole dell’autrice.
I palestinesi vivono la tragedia di cui sono vittime tentando di salvare quel poco che rimane della loro esistenza. Lottano ogni giorno per sopravvivere grazie all’aiuto di coloro che dedicano vite e risorse per assisterli, nell’indifferenza dei governi, ormai catturati dalla logica della potenza e dell’interesse nazionale, ma sostenuti dalla rivolta indignata della gente comune in tutto il mondo.
Da quella terra, “Dal fiume al mare” trae il titolo il libro di Widad Tamimi, la cui storia personale rappresenta in modo fisico, nella carne e nei ricordi, quella dei due popoli costretti a odiarsi, ma condannati a convivere. “Storia della mia famiglia divisa tra due popoli”, è il sottotitolo del volume pubblicato da Feltrinelli: “La mia storia, il mio essere figlia di una donna di origini ebraiche e di un profugo palestinese, mi impone di non guardare altrove, di non voltare le spalle ignorando le vicende che si consumano in questo lembo di terra per il quale una parte di umanità è disposta a soffrire e morire, lottare e rinunciare alla pace”. Sente le due appartenenze come parti essenziali di se stessa,“non un peso, piuttosto invece una responsabilità”
Giornalista e scrittrice, Widad è cresciuta a Milano, ha studiato diritto internazionale a Londra. Ha lavorato nei campi profughi e ha fondato l’associazione IOIEN – un ottativo desiderativo del greco antico, unica parola rimasta di una poesia perduta di Saffo e che si traduce “Che io possa andare oltre” – dedicata alla creazione di borse di studio per giovani palestinesi in fuga dalle aree di guerra. “Le mie origini di apolide – scrive – hanno paradossalmente avuto sulla mia vita un’influenza anche opposta a quella negativa di una sottrazione. L’essere senza stato, una non cittadina, mi ha in qualche modo assimilato alla condizione attuale del popolo palestinese e a quella passata degli ebrei della diaspora” e nello stesso tempo le ha dato “il regalo…di potermi sentire cittadina di ogni luogo e proprietaria neppure della mia stessa casa”.
Il racconto della sua vita e della sua famiglia è dunque strettamente intrecciata con la grande storia del Novecento: il nonno materno con cui ha passato l’infanzia a Trieste, è emigrato in America per sfuggire alle leggi razziali nazifasciste e poi tornato nel capoluogo giuliano con la famiglia; il padre che ha lasciato Hebron a causa della guerra del 1967.
I viaggi alla ricerca delle radici e ll lavoro di reporter nei campi profughi la mettono subito di fronte alla durezza del sistema di occupazione militare dei territori palestinesi. “Fin da bambina percepivo in mio padre, palestinese, e in mio nonno materno, ebreo, un destino condiviso, un percorso che li accomunava più di quanto molti ebrei e molti palestinesi siano disposti a riconoscere”. Il nome palestinese l’aiuta nell’impegno di aiuto e di assistenza alla popolazione di Gaza e della Cisgiordania, così come il passaporto italiano le consente di muoversi in mezzo a una burocrazia concepita come un muro per tenere i due popoli separati e senza possibilità di incontro.
Intense e commoventi sono le pagine dedicate al racconto dei bambini di Gaza, pochi fortunati autorizzati all’espatrio, feriti, mutilati, traumatizzati che in un centro di riabilitazione a Lubiana, dove l’autrice è stata volontaria, trovano un rifugio dopo le terribili esperienze della morte violenta dei genitori, della distruzione della casa, della ricerca di un posto in una tenda e di un po’ d’acqua e di pane, in mezzo alla disperazione dei sopravvissuti. Widad ha raccolto le loro testimonianze e le ha inviate alla Corte penale internazionale per la richiesta di risarcimento dei danni fisici e psicologici .
Le riflessioni dell’autrice scendono nel profondo della psicologia degli israeliani che hanno “trasformato il trauma della persecuzione in un elemento identitario”: “Paura e memoria sono diventate parti centrali della cultura, mentre la costruzione di un nemico esterno funziona per mantenere costante la sensazione di dover essere pronti a difendersi. La posizione di “vittima permanente” diventa un tratto identitario. Le ferite non si chiudono, il dolore resta parte del discorso pubblico e viene continuamente riattivato”. Una società che vive secondo questo schema – prosegue – “può essere più facilmente manipolata, perché non ha spazio per trasformare la memoria traumatica in qualcosa di diverso”. Questa è la condanna di Israele dove è difficile prendere le distanze dal sistema in cui si è cresciuti. Superarlo è dunque il compito imprescindibile della diaspora, quello di sostenere un cambiamento necessario “non solo fra il fiume e il mare, ma a livello globale”.
Anche i palestinesi corrono un rischio fatale. “Restare paralizzati nel ruolo delle vittime o essere incoraggiati a interpretare il dolore principalmente attraverso la logica della vendetta – afferma Widad Tamimi – può compromettere la capacità di immaginare un futuro diverso”. Il suo invito è “guardare con lucidità il volto distruttivo dell’odio, riconoscerne la presenza nella storia umana senza esserne sopraffatti e sviluppare una maggiore consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare”. Gaza mostra cosa accade quando non si spezza il cerchio diabolico: “Finché non si avrà il coraggio di nominare il crimine sopra qualunque appartenenza, finché non si accetterà che la giustizia non appartiene a un popolo ma all’umano, i massacri continueranno a cambiare soltanto indirizzo”.
“Dal fiume al mare” è un libro importante che aiuta a trovare le ragioni e le motivazioni per non lasciare che la barbarie prevalga. Ne va del destino dell’intera umanità.