L’Europa e le storture della finanza: nuova fiscalità e via i paradisi fiscali

L’analisi di Alessandro Volpi: l’alta inflazione frutto delle speculazioni

Inflazione e crisi del sistema. Alessandro Volpi, economista, docente di storia contemporanea, storia del movimento operaio e sindacale e storia sociale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, esterna il suo disaccordo rispetto alle analisi che ritengono che le crisi siano connaturate al sistema economico capitalista e che questo sia in grado di riassorbirle .

L’occasione è stata l’evento organizzato dalla Fisac CGIL il 30 maggio scorso a Firenze, in cui sono intervenuti anche gli economisti Clara Mattei e Francesco Saraceno.”Sono profondamente convinto che questo tipo di narrazione non ci consenta di cogliere ciò che è successo veramente a partire dal 2021 e cosa potrà succedere. Dire che l’inflazione è stato frutto di un processo di riallocazione delle risorse, vuol dire darle una forte connotazione connessa all’economia reale, quando si sa che le bilance commerciali non hanno subito significative flessioni e che i settori in cui i prezzi sono saliti meno, sono quelli in cui non c’è stata la speculazione finanziaria”.

Del resto i dati sono noti, appaiono in molti report e sono a disposizione di tutti. “Il grande tema di questa formidabile ondata speculativa e inflazionistica è dipesa dal fatto che, a parità sostanziale di offerta e di domanda di alcuni beni, dall’energia ad alcune materie prime come ad esempio i cereali, c’è stata un’impennata dei prezzi perché, ormai dalla crisi del 2008, si è strutturato un sistema di strumenti derivati, finanza derivata, moltiplicazione dei contratti future che ha sganciato l’andamento dei prezzi finanziari dall’economia reale. Con la conseguenza di far sì che i prezzi dell’economia reale si allineassero ai prezzi dell’economia finanziaria. Non è vero che l’inflazione è sparita, come non è vero che il quadro si è normalizzato. Se si leggono gli andamenti del prezzo del rame nelle ultime settimane , quello del prezzo dell’acciaio o di tutta una serie di altre materie prime o commodities, ci si rende conto che laddove la speculazione finanziaria con i future è ancora molto attiva, i prezzi sono ancora, e nuovamente, in un ciclo di ascesa. Tant’è vero che i settori produttivi che hanno bisogno di quella materia prima sono in difficoltà e ne beneficiano i grandi produttori che, strategicamente, sono diventati i cinesi”.

Dunque, il problema non è, per Volpi, il comportamento più o meno corretto della Banca Centrale, come ritengono molti economisti. “Il problema è che l’aumento dei tassi, di fronte a un’inflazione generata da un’ondata di aumento dei prezzi di natura speculativa, è un elemento che aggrava profondamente il quadro, perché mette l’economia reale che è fuori dalla logica dell’economia finanziaria, in condizioni ancora più difficili. Che è quello che è successo”.

Ed è anche quello che potrebbe continuare a succedere. Tra l’altro, la Banca Centrale Europea non ha ancora abbassato i tassi: “Ha promesso – continua Volpi – che a giugno li riabbasserà, ma le politiche monetarie continueranno a essere sostanzialmente restrittive e considerazioni analoghe valgono anche per gli Usa, dove la Federal Bank ha già annunciato che non abbasserà i tassi. Motivo, gli alti tassi per un certo verso sono funzionali alla riduzione della liquidità reale consentendo di agire ai grandi soggetti che dispongono di liquidità, in particolare i fondi che hanno ormai quaranta, cinquanta, sessantamila miliardi di dollari di possibilità di risorse e di acquisizioni. Secondo me è quindi profondamente sbagliato attribuire la causa delle difficoltà che si sono succedute a effetti delle politiche monetarie della BCE, ovvero al fatto che la BCE non ha colto il senso di una crisi attribuibile all’economia reale; il vero tema è che la BCE, di fronte a un fenomeno che con l’economia reale c’entrava veramente poco e che aveva a che fare con le aspettative dei mercati (la vera impennata dei prezzi del gas si è avuta nei giorni successivi dell’attacco della Russia all’Ucraina, quando le forniture erano sostanzialmente le stesse e sarebbero rimaste le stesse per numerosi mesi) . La speculazione ora non punta più sul gas, peraltro i Paesi europei si sono imbottiti di gas pagandolo profumatamente e continuando ad usare la borsa di Amsterdam. Riconosciamolo: noi facciamo il prezzo del gas, in Europa, in una borsa che è prettamente speculativa”.

Soluzioni? “Se vogliamo veramente uscire da uno schema che moltiplica le disuguaglianze in quanto premia la ricchezza di tipo finanziario e i dividendi che sono partoriti da questo mismatch profondo fra economia reale e economia finanziaria, dobbiamo introdurre degli strumenti che limitino le prerogative della finanza, che riportino la finanza nelle condizioni di essere uno strumento funzionale al sistema economico e non soggetto economico di produzione della ricchezza. Ci troviamo di fronte a un quadro di evidente distonia”. In sintesi: la finanziarizzazione è un tema decisivo, dal momento che, se si continua a ritenere che le politiche della BCE siano in qualche modo agganciate all’economia reale, perdiamo di vista il vero tema, che è lo sganciamento dell’economia reale da quella finanziaria e come le banche centrali interagiscono dentro questo processo, ci troveremo progressivamente in nuove situazioni di crisi complesse.

In termini di politiche europee, uno dei passaggi dell’analisi è il rapporto sulla competitività elaborato da Enrico Letta, che vorrebbe essere uno dei modelli su cui ricostruire, anche attraverso una nuova commissione, la competitività del Vecchio Continente. “Penso – dice Volpi – invece che si tratti di uno dei grandi problemi che l’Europa dovrebbe cercare di affrontare. In estrema sintesi, la tesi illustrata da Letta, che è anche la tesi di una buona parte del mondo francese, fra cui lo stesso Macron che asseconda questo modello, parte dal fatto che l’Europa abbisogna di ingenti risorse per attuare la transizione ecologica, la difesa comune, ecc. “. Come fare? “E’ necessario, secondo questo modello, mobilitare il risparmio privato. Si parte dal presupposto, come dice il Rapporto, che l’Europa ha 33mila miliardi di euro disponibili che è necessario finanziarizzare; vale a dire, bisogna convincere i soggetti che detengono questi 33mila miliardi di risparmio, che di solito coinvolgono fortune di una certa consistenza, a tradurli in una serie di investimenti in direzione dell’innovazione tecnologica, con strumenti finanziari “.

Un passaggio possibile se si trasformano cittadini e cittadine “in compratori di azioni , obbligazioni, Etf, come modalità di drenaggio di questa risorsa finanziaria “. Ma che direzione prende, questo flusso finanziarizzato di denaro? “Non finisce in capo agli Stati, che non hanno risorse, quindi non prende la veste di debito comune e monetizzazione del debito, ma quello di finanziarizzazione della società europea, trasformando i risparmiatori in soggetti che traggono benefici finanziari, per seguire la trasformazione”.

Un meccanismo quello della finanziarizzazione, che è il preludio alla privatizzazione. “E’ il preludio all’accettazione formale di un modello in cui i servizi non li svolgono più gli Stati, le realtà pubbliche, ma li svolgono fondi privati che sono alimentati da questo risparmio privato, alimentato a sua volta da tutte le forme della finanziarizzazione”. Le conseguenze di questo meccanismo saranno ad esempio, la scomparsa della sanità pubblica, dal momento che si riduce il carico fiscale rendendolo fortemente regressivo, moltiplicando ad esempio le cedolari secche sugli affitti; tema quest’ultimo particolarmente vero in Italia con le sue grandi città storiche, in cui il monopolio abitativo è nelle mani di relativamente pochi soggetti, che godono della proprietà-gestione di un gran numero di appartamenti fatturando un grosso profitto sul quale, alla fine dell’anno, pagano il 26% a partire dalla seconda casa.

L’abbandono di fatto dell’art. 53 della Costituzione significa in concreto, secondo Volpi, “l’alleggerimento del gettito fiscale sulla rendita, significa ita l’aggravamento dello stesso sul lavoro dipendente che però ha ovviamente dei limiti in termini di capacità fiscale e sposta il carico fiscale sul settore privato, che però ha bisogno della finanziarizzazione”. Un circolo perfetto, che condurrà, dice Volpi, ad affrontare, da parte della futura Europa, le grandi sfide con lo strumento finanziarizzazione. “Vuol dire rinunciare alla dimensione pubblica”, ovvero stabilire che non si ragionerà più “sulla possibilità di fare debito comune o ancora meglio sulla necessità per la BCE di finanziare il debito dei singoli Stati, dal momento che o è tutto debito comune oppure il debito comune diventa concorrente dei singoli Stati e quindi i singoli Stati dovrebbero pagare di più”.

Come se ne esce? Il professore ricorre all’esempio americano . Gli Stati Uniti hanno un debito complessivo di 35mila miliardi, che cresce ogni 100 giorni di mille miliardi. “Non mi sembra che in condizioni di questo tipo, dove il debito è finanziato quasi interamente con la creazione di nuovi dollari, ci sia il rischio di un’improvvisa svalutazione dell’euro se l’Europa decide di finanziarsi una parte del suo debito per sostenere la spesa pubblica necessaria o sostenere una parte della spesa corrente”. Una questione di cui non si parla, rimuovendo dal dibattito anche il tema del ruolo politico della BCE , che invece la Banca Centrale deve avere. “Dire che la BCE non deve avere un target che è soltanto un 2% di inflazione ma è la piena occupazione, significa invece che deve essere un soggetto politico”.

Ad oggi, di fatto, l’Europa non ha una politica monetaria. “Dire che quando l’inflazione supera il 2% bisogna intervenire, significa che l’Europa non ha politica monetaria. E’ pensabile che l’unico pezzo che abbiamo confezionato fino in fondo come politica comune europea, ovvero l’unità monetaria, è il settore in cui l’Europa ha deciso che la politica non c’entra?”. L’avere mal affrontato la crisi speculativa inflazionistica apertasi nel 2021 e arrivata al 2023, dipende dal fatto, secondo Volpi, che non abbiamo “una banca centrale che abbia funzione politica”.

Tirando le fila, “il primo tema è quello di chiedersi che tipo di modello d’Europa vogliamo seguire – continua Volpi – e non può essere quello che vede nella finanziarizzazione il modello che porta alla risoluzione dei nostri problemi perché trasforma il risparmio collettivo in una risorsa che sostituisce per molti versi la spesa pubblica”. E’ una stagione che almeno in parte abbiamo già vissuto e che si lega, anche da parte del governo italiano, a una forte ondata di privatizzazioni. “che hanno il merito di dare un minimo di fiato alla spesa corrente anno per anno, ma fanno perdere i dividendi che si protraggono nel corso degli anni. Esemplificando, se si cede il 5% di Eni, che ha il monopolio naturale in campo energetico e garantisce ogni anno un miliardo, un miliardo e mezzo di utili, ci si giocano tutti i dividendi degli anni successivi che vengono concessi ai soggetti che se li compreranno”, ovvero, chi ha la liquidità anche senza la BCE, ovvero i grandi fondi. Perciò, secondo Volpi, l’acquisizione di un ruolo politico della BCE è necessario.

La politica europea non potrà continuare a fare spallucce sulla fiscalità. “In questo momento abbiamo un sistema fiscale che non sta in piedi, perché è pagato quasi interamente dal lavoro dipendente e ha una base imponibile insufficiente a giustificare 995 miliardi di spesa corrente annua da parte dello Stato. Si tratta di una partita che non si può giocare solo all’interno dei singoli Paesi con gli strumenti delle politiche fiscali e tributarie che tuttavia sono assolutamente indispensabili, ma necessita di una dimensione europea. Non possiamo più permetterci che i due più grandi paradisi fiscali al mondo si trovino in Europa e siano due Stati appartenenti a tutti gli effetti all’Unione europea, l’Olanda e il Lussemburgo. Due Paesi che vengono individuati come i “rigoristi”, mentre sottraggono agli altri Paesi dai 3 ai 4 miliardi di gettito (all’Italia 5 miliardi) . Il primo punto è dunque: per fare una politica fisale, i paradisi fiscali non si ammettono.

Un altro tema poco attenzionato dall’Europa, dice Volpi, è come è stato concepito il mercato all’interno dell’Unione. “L’idea di mercato che è stato costruito e riproposto nelle ultime dichiarazioni anche per i mercato di capitali, è quello che si basa sul principio della tutela del consumatore, vista nell’ottica del prezzo (dei beni e dei servizi) il più basso possibile”. Un principio che ha dato una spinta fortissima ad esempio alle delocalizzazioni, ovvero il trasferimento delle fasi produttive verso quei Paesi che hanno prezzi più bassi (solitamente del lavoro), poi i beni vengono ricomprati e i consumatori in quanto tali ne traggono beneficio. Ma nel frattempo il consumo diminuiva, in quanto i consumatori avevano perso quel posto di lavoro che consentiva il consumo,sfiorando il tema della costruzione dei grandi colossi alla francese evocati dal rapporto di Letta, che cancellano filiere produttive e interi sistemi bancari: “Questa idea per cui il mercato è costruito sulla figura del consumatore finale misurata in base al prezzo che paga, è l’elemento col quale l’Europa, sia in termini ambientali sia in termini de lavoro che in quelli di giustizia fiscale e sociale, deve fare i conti, pena il ritorno negli anni ’90, con tutte le conseguenze del caso”.

Ma con una differenza: una parte del mondo si è ormai strutturata solidamente in termini produttivi. “La grande manifattura del mondo è ormai la Cina, che ha bilance attive con 120 Paesi ed è , si può dire, la condizionante di buona parte dei processi di questo mondo. Spero che l’Europa che verrà abbia l’intelligenza di capire che non esiste il mondo Europa-Stati Uniti. L’Europa dovrebbe essere una grande interlocutrice capace di rapportarsi con i nuovi soggetti globali che in questo momento sono degli interlocutori indispensabili per qualsiasi prospettiva che si voglia immaginare, a cominciare, anche, da quella della pace”.

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