Sì certo, le amministrative sono diverse, è sbagliato considerarle come test nazionale per le politiche. Nell’ultima tornata elettorale in particolare, sono andati alle urne sei milioni e mezzo di cittadini, il 12% circa dell’intero elettorato, in 749 piccoli comuni, di cui 18 capoluoghi di provincia, Venezia il più importante e l’unico capoluogo di regione.
Quindi certo, le amministrative sono diverse, si corre anche con liste e candidati civici, c’è chi va da solo, le coalizioni non sempre reggono. In questo caso, nei 18 Comuni più importanti al voto, il centrodestra si è presentato compatto solo in 14, il centrosinistra in 12, con i casi eclatanti di Salerno ed Enna, dove lo ‘sceriffo’ Vincenzo De Luca e Vladimiro Crisafulli, entrambi Pd, sono diventati sindaci al primo turno dopo aver corso senza simbolo del partito.
Insomma sì, le amministrative sono diverse, restituiscono un quadro frastagliato e difficilmente leggibile in chiave nazionale. Eppure il gioco delle proiezioni del voto locale sui destini politici di coalizioni e governo è irresistibile, un riflesso condizionato che, da Venezia e Reggio Calabria, può portare direttamente a Palazzo Chigi o alle prossime elezioni, far impostare o correggere programmi e strategie comunicative, inducendo spesso letture del voto e analisi fuori misura. E’ successo con il referendum sulla giustizia, clamorosa vittoria delle opposizioni che avevano appoggiato il No e sonora batosta per maggioranza e governo, promotori e sponsor accaniti del Sì. Da allora si è aperta la campagna elettorale con una sinistra galvanizzata, in un campo largo e splendente pronto a vincere le politiche con una riedita ‘gioiosa macchina da guerra’. La destra invece aveva accusato il colpo, perdendo baldanza e bussola, i partiti della coalizione più rissosi che mai e il governo che, invece di rilanciare con programmi adeguati alla crisi, sembra affogare nelle emergenze economiche, con lo spettro della sconfitta.
Tutti hanno sbagliato i conti, il referendum era storia a sé, sono corsi alle urne giovani e astensionisti incalliti per salvare la Costituzione. Ma non erano voti garantiti, vanno riconquistati uno per uno con proposte convincenti, altrimenti restano nel limbo del non voto. E questo è successo alle amministrative, dove è stato fatto un accostamento improprio con la competizione referendaria, anche se dal forte richiamo simbolico. Venezia in particolare è diventata un piccolo laboratorio di prove generali per le politiche dell’anno prossimo. Ed è stato soprattutto il centrosinistra ad impostarla così, alimentando aspettative e trasferendo in laguna gli entusiasmi referendari: “Da qui mandiamo a casa Meloni”, aveva detto la leader del Pd Elly Schlein spingendo il candidato Andrea Martella, che aveva raccolto intorno a sé un campo molto largo. C’erano anche i sondaggi che lo davano vincente ad alimentare aspettative. E perfino nel centrodestra sembravano rassegnati a salutare la lunga stagione di Luigi Brugnaro, da 11 anni al governo della città, con anche qualche peso giudiziario sulle spalle. Invece è stato eletto a sorpresa il suo assessore Simone Venturini, che al primo turno, con il 51% dei voti, ha affondato il favoritissimo Martella, fermo al 39,1%. La stessa cosa più o meno è successa a Reggio Calabria, altra città nel mirino delle suggestioni politiche, dove Francesco Cannizzaro, centrodestra, con il 66,3% dei voti ha più che doppiato il competitor Domenico Battaglia (24,74%), interrompendo dopo 12 anni l’era Pd di Giuseppe Falcomatà.
Che si trattasse di altri voti, altri elettori rispetto al referendum, lo si è visto subito quando le analisi si sono fatte più dettagliate. A Venezia i No erano stati 64 mila, ora i voti per il centrosinistra solo 43 mila, 20 mila giovani si sono persi per strada e, nell’analisi dei flussi sembrerebbero soprattutto voti del M5S che, a Venezia, finisce sotto il 3%. Non solo, molti grillini, uno su due pare, avrebbero votato il candidato di centrodestra, premiando la sua lunga esperienza sul territorio. Si fa calare il sipario su questo dettaglio ma dal Nazareno, sede del Pd, trapelano dubbi e malumori sulla tenuta dell’alleanza. Ufficialmente però le dichiarazioni del post voto tendono a ricondurre la tornata elettorale a “dinamiche locali” che non cambiano il quadro nazionale. Si va avanti dunque ‘testardamente unitari’.
Venezia docet comunque, le amministrative, nella narrazione corrente, le ha vinte il centrodestra. E poco importa che il Pd sia di gran lunga il primo partito della città lagunare, con il 24,8% dei voti. Lo supera solo la lista civica del vincitore Venturini che ha incassato il 30,1% di preferenze, facendo sprofondare la Lega sotto il 5% (alle regionali del 2025 prese il 25%) e ridotto Fratelli d’Italia al 13%, dopo l’exploit del 26,9% alle Europee 2024. Poco importa che il centrosinistra abbia riconquistato Pistoia e Prato al primo turno e che in tutto, nei 18 capoluoghi di provincia, porti a casa 7 sindaci, mentre 3 vanno al centrodestra e 2 sono indipendenti. Più in generale, su 118 comuni sopra i 15 mila abitanti, il centrosinistra, con 59 sindaci uscenti, ne ha proclamati 37 al primo turno, a fronte dei 25 conquistati dal centrodestra che ne aveva 42 uscenti.
Trascurando i numeri, si racconta un’altra storia: la clamorosa vittoria del centrodestra a Venezia e Reggio Calabria, è diventata un successo nazionale. La presidente Meloni e i suoi ringalluzziscono e capiscono che ancora la partita è tutta da giocare. Cambiano i toni. Stavolta la premier, che a Venezia non aveva messo piede in campagna elettorale, rispolvera la sua cifra più sarcastica: “E anche oggi , il tanto annunciato crollo del centrodestra lo rimandiamo a domani”. Dal Pd invece, Elly Schlein fa marcia indietro: “A Venezia sapevamo che non sarebbe stato facile, ma nel complesso i dati confermano che, quando siamo uniti come campo progressista, siamo competitivi e lo saremo anche alle prossime elezioni politiche”. E questa ora è la linea dell’opposizione: “Non cambia nulla”. Matteo Renzi (Iv), che pure aveva sostenuto che il voto di Venezia avrebbe dato il segno politico a tutta la tornata amministrativa, invita a “non fare piagnistei” e andare avanti. Il capogruppo Pd al Senato, Francesco Boccia, sottolinea che si tratta di “dinamiche locali” e ricorda che “Venezia ha meno abitanti di Bisceglie”, nella sua Puglia.
Quello che è successo davvero è che è finita l’ubriacatura del referendum, si è svelato con chiarezza che non ci sarebbe stato alcun effetto garantito sulle comunali, a partire dall’affluenza al voto, che è scesa al 60,1%, cinque punti in meno rispetto alle precedenti amministrative. E nessun terremoto dai risultati, il dato politico è che c’è una situazione di sostanziale parità che rimette in gioco tutti. Il governo torna in campo più battagliero, concentrandosi sulle emergenze internazionali e sulla crisi energetica.
Giorgia Meloni se la gioca sia sul fronte interno che sul fronte internazionale, sfidando la commissione europea per ottenere maggiore libertà sui conti pubblici. Tradotto vuol dire che il governo italiano chiede, ancora più convinto, che la clausola di flessibilità prevista per le spese militari venga estesa alle spese per il caro-energia: “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa” e non per pagare le bollette, dice Meloni in televisione a ‘Mattino Cinque’ rispolverando il suo miglior tono accattivante di quando si rivolge direttamente ai cittadini. All’assemblea generale di Confindustria invece, il giorno dopo l’esito galvanizzante delle elezioni amministrative, la premier, seppur in postura più istituzionale, torna alle origini e attacca l’Europa, “un gigante burocratico che spesso ha sacrificato competitività e crescita” con “approcci ideologici e tecnocratici”.
Poi parla di “policrisi”, l’intreccio di più emergenze globali (geopolitiche, economiche, climatiche e migratorie) che si alimentano a vicenda e che nessuno Stato può affrontare da solo. Infine invita Bruxelles a “fare meno e meglio”, in una inedita sintonia con il presidente degli industriali Emanuele Orsini, che nel suo intervento aveva detto: “L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marcia”.
Sul fronte interno invece la presidente del Consiglio dà una forte accelerata alla riforma della legge elettorale, che vuole approvata a tutti i costi. Il ‘Melonellum bis’ è già incardinato in commissione Affari costituzionali della Camera, con correzioni che dovrebbero renderlo più potabile, come l’innalzamento della soglia che fa scattare il premio dal 40 al 42%, l’indicazione obbligatoria del premier e l’abolizione del ballottaggio. L’esame in Aula è previsto a partire dal 26 giugno, con la volata finale in Senato entro agosto. L’opposizione è già sulle barricate ma la maggioranza, con l’incubo del pareggio alle prossime politiche, sembra voler tirare dritto anche da sola.
Così le elezioni amministrative hanno rimesso in moto la macchina politica dopo l’ubriacatura referendaria, accelerando la campagna elettorale per le politiche del 2027 senza sicurezze, con i sondaggi che continuano a certificare un pareggio poco gestibile dalle coalizioni. A sinistra si riparte ricompattando un campo largo un po’ disastrato, a destra si torna ad accanirsi sulle regole del gioco come fossero protesi per garantirsi la vittoria comunque, in un quadro di crisi difficile da gestire.
Sullo sfondo un vuoto politico dove diventano determinanti il 3% di voti dell’Azione di Calenda, centrista irriducibile, e il quasi 4% dell’estremista di destra Vannacci, i due battitori liberi che potrebbero determinare la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. Intanto giocano a farsi desiderare.
Il 7 e l’8 giugno si va al ballottaggio. Dei 18 capoluoghi di provincia tornano alle urne in sei: Agrigento, Arezzo, Chieti, Lecco, Macerata e Trani.
In foto Simone Venturini