La povertà inchioda l’ascensore sociale

I dati di Open Polis: la laurea è legata alle condizioni economiche familiari

Salari bassi, famiglie alla fame. Sulla questione è appena tornato il presidente Mattarella, ma si tratta in realtà di uno degli elementi più capaci di scardinare il sistema sociale italiano grazie alle ricadute anche di lungo termine che ha non solo sull’economia generale, ma anche e soprattutto sul futuro delle famiglie. Un aspetto generalmente sottovalutato nel dibattito pubblico, è l’accelerazione che la povertà salariale produce nel campo della formazione dei più giovani. In realtà è un cane che si morde la coda: come emerge da uno studio di Open Polis, la futura condizione lavorativa è legata all’accesso all’istruzione. Ma l’accesso all’istruzione è legata anche alle condizioni economiche delle famiglie. Per cui, mettendo in correlazione i due dati, a una bassa condizione economica spesso corrisponde una bassa scolarizzazione. Con in più la coazione a ripetere: la situazione tende a ripresentarsi nelle varie generazioni, rischiando di diventare endemica in un gruppo familiare. Ci permettiamo di ricordare che la scuola pubblica e i vari vantaggi che era possibile ricevere per le generazioni ad esempio dei boomer (che andavano da numerose borse di studio a una sorta di benefit che comprendevano abbonamenti gratuiti per le scuole, ad esempio per andare a teatro, o al cinema o ad altri eventi culturali come le mostre, senza necessariamente, in quest’ultimo caso, essere legati a valutazioni di merito) miravano proprio a riequilibrare in termini concreti la possibilità per ogni ragazzo di accedere alla cultura.

Un aspetto che ormai sembra del tutto ignorato dal sistema scolastico, formativo e culturale del Paese. Infatti, ciò che si ripropone sembra, come segnalano i dati di Open Polis, la riproposizione della vecchia (ma ahimè più che mai attuale) logica classista censitaria: generalmente sono i figli di laureati a proseguire il percorso verso i gradi di istruzione superiore, mentre, spesso, chi nasce in una famiglia già svantaggiata ha meno probabilità di andare avanti con gli studi. “Questa dinamica – si legge nella ricerca del sito – rischia di rendere lo svantaggio sociale di fatto ereditario“.

Colpa “solo” dei salari insufficienti? No, anche se mettere le famiglie dei lavoratori sotto scacco anche solo per pagare bollette, affitto e spesa alimentare è sicuramente un modo convincente per allontanare eventuali ipotesi di alta scolarizzazione per i figli, visto che, inoltre, ormai non funziona più il principio costituzionale che affida allo Stato il compito di rimuovere gli ostacoli che possano sorgere nel conseguimento dell’uguaglianza (delle chances, almeno) per i cittadini. Tuttavia, ci sono anche altre ragioni, come ad esempio l’impatto ancora non abbastanza studiato sotto questo profilo, delle innovazioni nel mondo del lavoro. Innovazioni che rendono fondamentale per l’occupazione sia le competenze con cui si esce dalla scuola e dall’università, sia la capacità di stare al passo con ciò che ormai è necessario, ovvero l’apprendimento permanente.

I numeri disegnano in concreto la situazione descritta. Il tasso di occupazione fra chi ha abbandonato la scuola prima di concludere il percorso di formazione, è molto basso, come si evince dalla ricerca di Open Polis: “tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni che hanno concluso il proprio percorso di istruzione con il conseguimento del diploma, il 60,5% risulta occupato. La quota scende al 44,4% tra chi ha abbandonato la scuola prima del tempo“.

Un altro punto, al crescere del titolo di studio, cresce la percentuale di occupazione. Nei giovani tra i 25 e i 34 anni, “chi ha al massimo la licenza media è occupato nel 57,3% dei casi. Quota che sale di oltre 10 punti tra i diplomati (68,9%). Mentre tra i laureati il tasso di occupazione raggiunge il 74%“. Con l’avvertenza, segnalano i ricercatori, che il dato italiano è basso rispetto a quello europeo, che vede occupati l’87% dei laureati e il 79, 4% dei diplomati; ma anche che la quota dei giovani laureati occupati in Italia varia rispetto alle diverse aree del Paese. “A fronte di un tasso di occupazione medio del 74% nella fascia d’età 25-34 anni, la quota supera l’80% nel nord (82,8%), raggiunge il 75,6% nel centro e si ferma al 58% nel mezzogiorno. Questo nonostante una crescita dell’intero paese e del meridione in particolare negli ultimi anni. Al sud infatti si è passati dal 46,6% del 2018 al 58% del 2023″. Aggiungiamo che le lauree Stem, ovvero quelle di carattere scientifico e tecnologico, sono quelle che possono assicurare le maggiori possibilità occupazionali (quasi 90% fra gli adulti).

Inoltre, maggiore è il livello di istruzione, maggiore è la “qualità lavorativa”, ovvero minori sono forme contrattuali precarie. Ecco i numeri: “nella fascia tra 25 e 34 anni, gli occupati a tempo parziale sono il 17,5% nel 2023, di cui quasi due terzi (63,9%) soggetti a un part-time involontario. La quota dei part-time sale al 19% tra chi ha al massimo la licenza media e tra questi quasi 3 su 4 (73,5%) si trovano in tale situazione per volontà del datore di lavoro e non per loro richiesta”.

Tra i diplomati si va un po’ meglio. Sebbene la quota di occupati part-time sia simile (18,8%), scende al 64,1% quella degli involontari. Divario ancora più accentuato per chi ha la laurea, fra cui emerge il 14,7% di lavoratori part-time, di cui il 57,5% involontari. “Sedici punti in meno rispetto ai coetanei senza il diploma”, come sottolineano i ricercatori di Open Polis. .

Tirando le fila, i dati mettono in luce un meccanismo semplice dagli effetti perversi, per quanto riguarda l’uguaglianza delle chances dei cittadini: se l’accesso ai più alti livelli di istruzione migliora la posizione lavorativa, i numeri dimostrano anche che in Italia alla carenza di soldi delle famiglie scatta la cosiddetta “trappola educativa”. Ovvero, la possibilità di proseguire gli studi, sia il diploma, sia, a maggior ragione, la laurea, in Italia è legata ancora alla condizione sociale ed economica della famiglia di origine.

Chi lo dice? I numeri. Se i genitori non sono almeno diplomati, quasi un giovane su 4 (23,9%) abbandona precocemente gli studi. Solo il 12% raggiunge la laurea. Ma se almeno un genitore è laureato, i numeri cambiano: intanto gli abbandoni precoci scendono all’1,6% e quasi il 70% dei ragazzi si laurea (dati Open Polis).

Tirando le fila, ciò significa che nascere in una famiglia svantaggiata non solo conduce a privazioni economiche generali, ma anche a una maggiore difficoltà di raggiungere quei livelli di istruzione che consentirebbero di spezzare la catena, facendo diventare cronica o peggio ereditaria, la situazione economico-sociale della famiglia. Di generazione in generazione.

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