“Il film che la Russia ha boicottato arriva nelle sale italiane” : la headline della locandina, a caratteri bianchi in sfondo rosso sangue , non risulta certo infondata alla luce delle informazioni incrociate, ma il boicottaggio non è venuto solo dalla Russia, che pure lo ha finanziato in massima parte. Si trascina dietro infatti una strana travagliatissima contraddittoria storia, con molti interrogativi e sviluppi ancora da decifrare, quest’opera, che segue la scia di un maledettismo che accompagna anche il destino del romanzo di Bulgakov fin dalla sua genesi : iniziato nel 1928, terminato nel 1940 con la morte dell’autore, nei 26 anni seguenti mai pubblicato in patria e poi solo nel 1966 e con forti tagli da censura. E uscito integrale per la prima volta nel 1969 a Francoforte e così in Italia. Questo film era stato girato già nel 2021 a San Pietroburgo e anche Ungheria e Croazia, ma quando nel 2022 era ancora in fase di postproduzione a Los Angeles , la statunitense Universal Pictures , in seguito all’invasione russa dell’Ucraina , ha ritirato i finanziamenti e la produzione è rimasta così tutta a carico della Russia. Il film doveva uscire a questo punto nel 2023, ma avendo il regista Michael Lockshin preso posizione con un post contrario alla “c.d. operazione militare speciale”, è stato bloccato, poi tagliato e infine a gennaio 2024 uscito con l’omissione nei titoli di testa del nome del regista , violentemente attaccato dai putiniani e da fonti governative , e in piena cancel culture deprivato anche dei premi Nika ( i David di Donatello russi) . E già il background su Lockshin e il suo vissuto famigliare , cui accenneremo , sono molto interessanti e utili per valutare i non pochi misteri legati al film, e gli interrogativi che si moltiplicano.
Malgrado tutte queste peripezie e difficoltà , degne del vissuto di Bulgakov, il film ha registrato un successo strepitoso al botteghino (più di 5 milioni di russi lo hanno visto nelle sale), 28 milioni di dollari incassati ; per il prestigioso critico Anton Dolin “il più grande successo commerciale realizzato da un film nella Russia moderna” e “il miglior adattamento del romanzo di Bulgakov”.
E, indipendentemente dai claim sulla locandina che lo definiscono “epico, “grandioso”, “attuale”, dobbiamo riconoscere che è un film sontuoso , caratterizzato da un titanismo alla Brutaliste riesce ad essere attuale proprio perché si mantiene molto fedele al romanzo , come abbiamo a posteriori verificato . Sembra paradossale, ma Il testo di Bulgakov, concepito ormai quasi un secolo fa, si presenta alla lettera , nei dialoghi e nelle descrizioni , come una meticolosa modernissima sceneggiatura cinematografica per la visionarietà e la rutilanza che Lockshin , assieme a Roman Kantor (già sceneggiatore del suo precedente successo russo , Pattini d’Argento 2020) ha impresso alla pellicola. Per il cinema, oltre a numerosi adattamenti teatrali, nel 1972 c’era già stata una versione del serbo Aleksandar Petrovic ( candidato all’Oscar miglior film straniero nel 1967 per Ho incontrato anche zingari felici ) , con Ugo Tognazzi nelle vesti del Maestro ; ma sia per scarsità di mezzi, che per l’uscita troppo recente del romanzo, forse non ancora sufficientemente sedimentato nelle sue valenze, non si era riusciti ad andare oltre all’evocazione della malinconia e disperazione che pervadono indubbiamente l’opera. Ma non ci sono solo quelle. Anzi.
E infatti il quarantenne Lockshin nato in Usa, trapiantato a Mosca a 6 anni d’età dal padre scienziato oncologico e dogmatico filosovietico ( che si è trascinato dietro nel 1986 anche la moglie e gli altri due figli), formatosi come russo , con passaporto anche americano, laureato con Master Art Degree in psicologia, all’Università Statale di Mosca, spostatosi a Londra dove diviene un film-maker di pubblicità e video music- gli ha impresso quella vitalità e fantasmagoria e potenza profondamente politica che il testo di Bulgakov ben racchiudeva e che finora le altre non memorabili versioni russe , anche di impianto teatrale, non erano riuscite a sprigionare. Avendo grandi mezzi a disposizione li ha utilizzati in una regia scintillante . In più ha saputo scegliere e dirigere un cast di alto livello che ha conferito al film un’ulteriore dimensione cosmopolita. A interpretare Voland , il Satana della storia scapigliante ogni altarino, il tedesco 49enne August Diehl, già il Maggiore della Gestapo in Bastardi senza gloria di Tarantino, già Il giovane Marx e protagonista dell’ultimo Malick de La vita nascosta. Ambiguamente gelido e ironico , camaleontico e sfuggente, cinico e partecipe. Una figura che come il Faust goethiano afferma : “sono parte di quella forza che eternamente vuole il Male e eternamente opera per il Bene”. Nei panni di un Pilato dal travaglio sordo e contenuto allo spasimo , come la sua cefalea, il danese Claes Bang , già protagonista di The Square, Palma d’Oro a Cannes 2017, Award miglior attore europeo , che si permette di recitare alcuni passi in aramaico e latino senza doppiaggio.
Infine per Margherita e il Maestro due attori dal meglio della scuola russa, che sono nella vita marito e moglie. Lei, Julija Snigir, modella e attrice internazionale ( Il caso Rasputin, Die Hard ,The New Pope), bellissima bruna di grande fascino dagli occhi verdi ora accesi ora velati, che conferisce tutta la passione e le sfumature , costeggianti persino Karenina e Bovary, del personaggio di Margherita.
Lui Evgeniy Tsyganov , ci restituisce un Maestro sul filo del rasoio tra la febbrile follia creativa e la lucida consapevolezza dell’inutilità della sua opera, che scrive il libro nella clinica psichiatrica dove è ristretto (magnifica soluzione filmica). Proveniente dalla sperimentazione del mitico teatro Tatanka di Mosca , anche musicista (pianoforte) e sceneggiatore di qualità, nel 2024 proclamato “il principale attore russo”. Oltre alla vivezza degli altri interpreti nel vari ruoli , c’è infine il personaggio più letteralmente anomalo, Behemoth, uno dei demoni aiutanti di Voland : un enorme gatto che cammina sulle zampe posteriori, mangia con le posate, parla in modo terribilmente mellifluo e tagliente, spesso seduce, a volte attacca come un lampo. Con un personaggio del genere Lockshin, ha aggirato l’effetto/cartone animato o E.T, dandogli la voce vera della star russa più internazionale : quel Yura Borisov già famoso per Scompartimento 6 e Anora , per il quale quest’anno anche lui ha sfiorato L’Oscar personale.
La soluzione più adeguata , nel dar conto del film, è alla fine additarne qui soprattutto la grana, la materia di cui è fatto. Dove , come nel libro, realtà e fantasia, vissuto e sogno, la storia tra Jeshua El- Nozri e Pilato e la Mosca degli anni stalinisti, si intrecciano in modo straniante e si potenziano reciprocamente.
Da notare che Lockshin e Kantor , oltre all’attualizzazione fedele al testo, hanno introdotto un terzo registro , che non è affatto dissonante dalla logica del libro, e nel linguaggio cinematografico funziona meglio e dà alla narrazione una coerenza di senso maggiori : l’escamotage nel film è il Maestro ripreso a scrivere il suo libro come un costante working in progress , direttamente dalla propria condizione di malato psichiatrico nell’istituzione totale di Yalta dove il sistema stalinista lo ha ristretto; così noi avvertiamo qui, come in vari altri passaggi, che il film sta parlando anche al pubblico russo di oggi, e anche allo spettatore di ogni continente, perché oggi ,come ieri, in tutti i continenti , tutti i poteri del mondo passati e presenti “sorvegliano e puniscono” a modo loro il dissenso, e il Maestro, scrivendo, oppone resilienza alla follia in cui vogliono sotterrarlo : siamo tutti Il Maestro.
Siamo anche nel territorio della satira, sempre vivacemente canzonatoria, ma feroce e siamo anche spesso nella dimensione del fantastico, non alla Harry Potter , ma quello declinato mirabilmente da Tzvetan Todorov già nel 1970 . Un fantastico che non è la fuga in un mondo ‘altro’, ma il grottesco del reale, deformato espressionisticamente, ma rivelato nella sua essenza “vera”, a mostrarne le sue potenzialità inesplorate (come tutta l’opera di Bulgakov) e messo a nudo anche nelle sue bassezze. La rappresentazione al Teatro Variété ne è l’esempio più eclatante. Lo spettacolo di Magia nera e suo smascheramentovede il sopravvento di Voland e dei suoi tre aiutanti sul presentatore ufficiale che letteralmente “decapitano”, rimettendogli la testa poi solo dopo , per intercessione pietosa del pubblico, ma destabilizzandolo tanto da farlo internare nella clinica Psichiatrica di Yalta dove erano finiti gli altri tre della storia fra cui il maestro. Ma l’acme dello psicodramma qui si raggiunge quando Voland teatralmente in pubblico chiede a Fagotto : “ pensi che la popolazione di Mosca sia molto mutata?”. “Sì ora ci sono metropolitane ,automobili, autobus , nuovi congegni e apparecchiature, ma- ciò assai più importante- questi cittadini sono cambiati interiormente?“ e guarda in macchina : siamo di colpo tutti chiamati in causa; siamo tutti moscoviti del mondo e della storia.
E poi , dall’esplosione di alcune enormi sfere sovrastanti l’intero teatro, piovono sul pubblico centinaia di migliaia di banconote, con regolare filigrana della zecca, provocando un azzuffarsi generale con le gente inginocchiata, a carponi, senza più ritegno, per carpire ciascuno il suo osso. E altrettanto succede con la parte femminile del pubblico : le signore si vedono sfilare davanti il meglio delle collezioni di moda più raffinate, tra abiti, scarpe, borse e altri accessori. E’ tutto a portata di mano gratuito, basta salire sul palco e sostituirlo coi vecchi abiti. E dopo le prime timide avance, il palco diventa una bolgia dantesca di donne scarmigliate, degradate a prendersi , lottando furiosamente, ogni ben di roba. In quale altra parte del mondo e in che epoca contemporanea non avverrebbe la stessa cosa? Nella URSS della rivoluzione di un’umanità nuova e “liberata dai bisogni”, e in quella di oggi , famelica e anomica, tutto appare ancora più feroce. Che direbbe Agnes Heller sull’ “irriducibile antagonismo dei bisogni”, o su “istinto e aggressività in un’antropologia sociale marxista”?
Soprattutto Fagotto, il portavoce di Voland, spilungone quadrettato con pince-nez incrinato, dalla voce tenorile tremante, chiosando la cronaca di quel che avviene in scena, sottolinea il fatto che lo spettacolo di can-can , con le ballerine che cantano le meraviglia della “nuova futura società”, è “ambientato nell’ anno 2022”. E un brivido avrà percorso i 5 milioni e passa di russi che hanno visto il film. Sulfureo è il libro e ancora di più il film.
Un altro passaggio memorabile del fantastico nel film è il volo nella notte su Mosca di Margherita che patteggia con Voland per divenire una strega purché alla fine possa riunirsi al suo Maestro di cui non sa più nulla. Nel suo volo notturno, pieno di suggestioni chagalliane, su una scopa, con la pelle nuda turgida e levigata da una magica crema, che la sottrae a ogni vista d’umani, prima distrugge la casa del critico che ha “massacrato” il libro su Pilato del Maestro, ma il patto col Diavolo è di essere, per quella notte del Gran Ballo, la Regina del suo Sabba. E qui Voland invera le parole del Faust : “Sono parte di quella forza che eternamente vuole il male ,ma eternamente opera per il bene”. Perché in questo Sabba si regolano molti conti e si riparano molti torti. Voland è paradossalmente l’operatore di giustizia contro i corrotti, gli ipocriti, gli opportunisti, i falsi e Margerita e il Maestro potranno riunirsi in una dimensione metafisica in una loro casuccia dove vedere fiorire i lillà, all’ombra dei tigli. O è tutto un sogno? Un film quindi già tratto da un materiale esplosivo sia nella satira politica e sociale che nell’inesorabile eterno complesso di colpa e responsabilità di Pilato e dell’umanità intera di ogni epoca di fronte a un Cristo disarmante e “ingestibile” : dissacrato nella sua dimensione divina, ma inesorabile ancora di più nella sua figura storica e nel suo messaggio “insostenibile” di libertà dai poteri imperialisti terreni , che ci chiama perennemente tutti in causa.
Quanto alla storia del film dietro il film, è ancora tutta da decifrare. Che personalità è quella del regista, quanto è russo e quanto occidentale? Che ruolo ha avuto e ha l’influenza del padre Arnold , ancora paranoico della Guerra Fredda? Come mai , se c’è un autocrazia così ferrea, Lockshin ha potuto essere finanziato con 18 milioni di dollari, di cui 12 dal Ministero della Cultura Russo? E come mai il film è stato distribuito ,malgrado la cancel culture esercitata, che in realtà risulta ancora più efficace per promuovere l’opera e l’autore ? Il destino di questo film può rivelarsi test interessante sulla “condizione interiore dei russi oggi”: sono stati solo ‘spettinati’ dal film o anche turbati ? Di sicuro stanno emergendo , oltre al successo , anche le reazioni , al di là del regime putiniano, di un’anima slavo-russa più profonda e conservatrice dei valori sacri ortodossi , e che vedono il film come blasfemo. Che lotta è in corso, per dirla con Pareto, tra “la persistenza degli aggregati” (osteggianti) e l’“istinto delle combinazioni”, innovative verso un cambiamento emancipatorio , che può serpeggiare tra le giovani generazioni russe?