In Palestina è ancora realizzabile l’obiettivo della creazione di due stati, uno palestinese e l’altro israeliano? Ne dubitano, dolorosamente, Enrico Catassi e Alfredo De Girolamo, autori di un saggio “La lunga notte di Gaza – Cronache, responsabilità e fallimenti di un orrore annunciato” (Edizioni GFE) pubblicato all’inizio dell’anno. “Uscire da questo labirinto di violenza è praticamente impossibile. O forse no?”. Di fatto – la conclusione del libro – “la soluzione di due stati, di una confederazione o di uno stato binazionale sono ipotetici treni che passano. Di solito con ritardo. Comunque l’augurio è che la fermata democrazia e pace non sia stata soppressa”.
In queste ore a Washington sono partite le riunioni del Board of Peace, che viene definito dai più benevoli l’Onu personale di Donald Trump, ma di fatto è una sorta di neocoloniale Compagnia delle Indie dalla natura incerta fra pubblico e privato. Più che al benessere dei cittadini di Gaza, guarderà agli affari immobiliari che promettono i 68 milioni di tonnellate di detriti lasciati dalla bombe dei jet con la Stella di David (distrutti oltre123mila edifici, danneggiati altri 75mila in varia misura, pari all’81% di tutte le strutture dell’enclave). Per capire come si sia potuti arrivare a questo obbrobrio che fa strame del diritto umanitario internazionale, vale la pena percorrere la via crucis della Striscia che in 16 mesi, dal maledetto 7 ottobre 2023, ha provocato più di 70mila morti, certificati anche da Israele.
Un viaggio in un mondo di morte e distruzione nel quale gli autori ci accompagnano narrando e spiegando le vicende che hanno nutrito i titoli dei giornali, con un valore aggiunto che scaturisce dalla conoscenza profonda del lungo conflitto mediorientale. Dal loro primo saggio Gerusalemme ultimo viaggio, 2009 a +972 Ultima chiamata del 2024, con articoli e interventi su thedotcultura.it e su altre testate giornalistiche, i due analisti hanno seguito da vicino i fatti che si sono succeduti. In particolare l’evoluzione (e le acrobazie) della politica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, colui che ha trasformato quella che doveva essere una giusta e determinata reazione all’attacco di Hamas (1.180 morti, 3.400 feriti, 251 persone prese in ostaggio), allo scopo di mettere il gruppo terroristico in condizioni di non nuocere, in un massacro di civili inermi (fra cui centinaia di bambini) e in una crudele e indiscriminata devastazione dei 365 km quadrati del disgraziato lembo di Palestina.
E’ un racconto che si svolge su tre scenari e un backstage. La violenza indiscriminata sul campo di battaglia, con l’assoluta cieca brutalità di chi ha deciso, contrariamente a tutte le regole del diritto internazionale, di non distinguere fra combattenti e civili, colpendo ospedali e centri umanitari con l’idea che l’uccisione di un terrorista può valere quella di decine di persone innocenti. La seconda scena è quella delle piazze di Israele che si erano già ribellate ai programmi di riforma costituzionale della maggioranza sorretta dalla destra radicale per metter sotto controllo la magistratura impegnata in indagini per corruzione contro Netanyahu. La terza è l’impotenza degli attori principali dell’ordine mondiale di fronte alle scelte del leader del Likud.
Il backstage racconta dei dubbi, degli errori di valutazione e delle debolezze dei leader . Com’è potuto accadere che un sistema di intelligence e di protezione come quello israeliano abbia potuto fallire così clamorosamente, quando Hamas ha deciso di attaccare Israele imponendo ai propri governati tragedie e sofferenze inaudite, visto che era del tutto irragionevole pensare che Gerusalemme non avrebbe reagito con tutte le sue ingenti forze militari e l’arsenale costantemente alimentate dalle armi americane? Con fatica è stata avviata un’inchiesta apparentemente “indipendente”.
Momenti cruciali di questa storia sono anche i numerosi incontri di Netanyahu prima con Joe Biden e poi con Donald Trump, dai quali risulta evidente l’atteggiamento critico e moderato del presidente democratico e quello cinico e opportunistico del leader MAGA, in consonanza con la personalità del suo interlocutore. Fino al momento nel quale il premier israeliano si è sentito talmente sicuro e protetto da pensare di poter fare piazza pulita di tutti i suoi nemici, ma proprio tutti, prima con la guerra dei dodici giorni contro l’Iran poi con il bombardamento del palazzo della delegazione di Hamas in Qatar, mettendo a rischio l’equilibrio del Medio Oriente faticosamente costruito con gli accordi di Abramo.Così è arrivato l’ordine di Trump: è l’ora di fermarsi, cessate il fuoco e tregua, ed è anche l’ora di avviare i lucrosi affari della ricostruzione coinvolgendo tutti i più screditati, deboli od opportunistici leader mondiali.
Sono i fatti di questi giorni. L’Europa, ad esclusione purtroppo dell’Italia, ha finalmente alzato la voce con il cancelliere Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron , ma non ha ancora trovato unità di intenti e idee efficaci. La tregua è continuamente violata dall’esercito israeliano, mentre la Striscia è divisa in due e tutto lascia temere che la parte da ricostruire sia soprattutto quella occupata dalle armi di Tel Aviv. Mentre sono ancora indicibili le sofferenze dei Gazawi che mancano di cibo, tetti e medicinali.
I segnali più preoccupanti, quelli che inducono a pensare che la soluzione dei due Stati sia definitivamente tramontata, vengono dalla Cisgiordania, con la decisione di Netanyahu di avviare l’annessione di territori che secondo gli accordi fanno parte del territorio di competenza dell’Autorità nazionale palestinese. Il progetto della Grande Israele, della fine dell’esistenza dei palestinesi come popolo indipendente, è in fase di accelerazione. Almeno fino alle elezioni, quando Netanyahu dovrà rispondere del suo operato. Nonostante tutto gli israeliani amano la loro democrazia e ci tengono al rispetto del mondo. “Destini segnati e incrociati – concludono gli autori – Quello di Bibi proiettato unicamente a proteggersi, è nelle mani dell’opinione pubblica israeliana, che se invoca verità per le responsabilità, compreso il semplice fatto che il genocidio di Gaza è una vergogna per la nazione, per lui si mette male. Anche del futuro di Hamas non c’è certezza, è scritto nel sentimento della gente ed è esausta”.
Su thedotcultura.it le prossime analisi di Enrico Catassi e Alfredo de Girolamo.