Israele, democrazia alla deriva: ritratto del ministro Itamar Ben-Gvir

Costituisce il prototipo di una nuova identità ebraica suprematista

Se pensate che in Itamar Ben-Gvir ci sia qualcosa di minimamente normale, avete sbagliato articolo. Il ministro israeliano, esponente di punta del movimento ebraico fascista e razzista Otzma, con il “pedigree” di seconda generazione dei seguaci del rabbino Meir Kahane, ideologo dell’espulsione dei palestinesi, non è solo uno squallido personaggio del panorama politico israeliano: è una figura chiave dell’estrema destra e della maggioranza che sostiene Netanyahu. Elevato da Bibi al rango di capo di uno dei dicasteri di governo più importanti dello stato, la sicurezza. Capo della polizia. Lui, più volte indagato e giudicato colpevole. Avvocato del foro dedito alla causa di difendere impresentabili quali Amiram Ben Uliel e Benzi Gopstein. Il primo assassino di un bambino palestinese di 18 mesi e dei suoi genitori, il secondo fondatore e sostenitore di associazioni che prevengono “l’assimilazione”, in ogni modo e maniera. Oltre alle cattive compagnie, ostentate fieramente, l’aspetto inquietante della questione è che l’ascesa politica di Ben-Gvir è iniziata con una lunga militanza nelle frange del partito Kach, bandito dalla Knesset e sciolto definitivamente nel 1994. Dalle cui fila proveniva Baruch Goldstein, l’autore del massacro palestinese alla Tomba dei Patriarchi. Killer terrorista che Ben-Gvir non ha mai smesso di considerare un eroe.

La notorietà arriva quando ancora giovane strappa dal cofano della vettura dell’allora primo ministro lo stemma, per poi dichiarare tracotante ai media: “Proprio come siamo arrivati a questo trofeo, possiamo arrivare a Rabin”. Infatti, poche settimane dopo verrà ucciso. A premere il grilletto fu l’estremista di destra Yigal Amir, ma non c’è ombra di dubbio morale che Ben-Gvir (tra i promotori della campagna di grazia ad Amir) ha “le mani sporche del sangue” del leader sionista che siglò gli accordi di pace con Arafat. Ebbene, lascia attoniti pensare che la memoria di Rabin sia calpestata in questo modo. Passati trent’anni oggi in Israele c’è chi convintamente vota Ben-Gvir: recenti sondaggi danno tra 6 e 8 seggi in parlamento alla sua forza. Che andranno ovviamente a confluire nel blocco pro Bibi. 

Netanyahu, che l’ha tenuto lontano dal gabinetto di guerra – di Gaza – dimostrando quando vuole e se vuole di poterlo contenere, è tuttavia reo confesso di averlo prima sdoganato agli occhi del pubblico e poi protetto. Anche di fronte alle reiterate richieste di licenziamento del procuratore generale Gali Baharav-Miara, motivate da evidente violazione della normativa vigente. 

Ben-Gvir deferente nei confronti di Bibi, che pare preferirlo a Bezalel Smotrich. Quest’ultimo leader dell’estrema destra dato in caduta libera nei sondaggi. Il “fido” Ben tassello del macro piano di instaurare una democratura in Israele, a tappe forzate attraverso il depotenziamento del potere giudiziario. Tanto indispensabile da essere praticamente intoccabile. Insomma, qualcuno a cui perdonare tutto o quasi. Sia che si tratti di partecipare all’annuale marcia che attraversa la città Vecchia di Gerusalemme, con canti di morte agli arabi e assalti ai giornalisti. Che di andare a passeggiare nel luogo di culto islamico della Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio per l’ebraismo). Dove in barba allo status quo e ai precetti rabbinici ha fatto sventolare la bandiera di Davide, ha pregato, danzato, pranzato, chiarendo: “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”. 

Tifoso e colono, o viceversa, Itamar Ben-Gvir costituisce il prototipo di una nuova identità ebraica suprematista, odia la comunità LGBTQ e quelli di Tel Aviv, vive alle porte della città palestinese di Hebron, nell’insediamento di Kiryat Arba dove ha le finestre sempre aperte per “rendere chiaro a loro chi è il padrone qui”. È il personaggio politico israeliano secondo solo a Netanyahu per copertura mediatica. Partecipa alle manifestazioni per espropriare le case ai palestinesi nel quartiere di Sheik Jarrah; è assidua presenza nella curva “nera” della squadra di calcio del Beitar Jerusalem. L’altra passione, che condivide con la moglie Ayala, sono le pistole. Nel 2022 durante un evento organizzato da Sara Netanyahu, con le consorti dei futuri ministri, Ayala è fotografata mentre indossa ben visibile una rivoltella sopra la gonna: “[Io] vivo a Hebron, madre di sei dolci figli, viaggio per strade infestate dal terrorismo, sono sposata con l’uomo più minacciato del paese, e sì, ho una pistola”. Il dato è che sotto la sua dirigenza mai così tante licenze d’armi da fuoco sono state distribuite nel paese. Da ministro ha inoltre istituito una “milizia privata”, per pattugliare la Cisgiordania. Lui di origini irachene e che, precisiamo, non ha svolto il servizio militare. Anche se circolano da tempo pettegolezzi di legami con i servizi segreti: “Se sono un agente dello Shabak, allora (Avigdor) Lieberman (membro dell’opposizione e leader del partito russofono) lo è del KGB”. 

Quello che fa di Ben-Gvir una star, in negativo, è la retorica. L’uso manipolativo dell’immagine video, propaganda per umiliare gli avversari. Ci ha provato andando in carcere a schernire l’ergastolano Marwan Barghouti, il Mandela palestinese. E oggi ripetendo il copione con gli attivisti della Sumud Flotilla, umiliati e torturati. Pochi ricorderanno invece quando nel 2011 invitò la stampa ad uno teatrino razzista ed agghiacciante, che aveva messo in scena: una trentina di sudanesi in una piscina a cui ordinava di nuotare. 

Le performance di questo agitatore fascista meritano risposte adeguate da un sistema democratico, Ehud Olmert allora sindaco di Gerusalemme venendo contestato da lui lo prese a schiaffi, il problema è dove siano finiti valori e diritti in Israele.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi

In foto Itamar Ben Gvir (da Al Jazzera)

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