Il senso del Canone per la Rai

marcomengoli-canone1C’è un sottile filo rosso che unisce i prodotti che ci propinano televisivamente con frequenza pluriquotidiana; purtroppo, non è quello ormai semi dimenticato – ma sempre vivo nei nostri cuori – di Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, i due giudici svizzeri di Giochi Senza Frontiere. No; è quello di una sorta di rapporto simbiotico tra chi, pagante o non pagante il canone, segue col fiato sospeso le vicende di persone che in fondo gli somigliano, ritrovandosi in storie che anche se si svolgono dall’altra parte dell’oceano potrebbero ben capitare ai nostri vicini di casa. Cioè, magari, sai che distrazione! Che poi, che discorsi. Sono ben lontani i tempi di Jocelyn, di Michele Guardì, di Enzo Tortora, tempi in cui uno si metteva a ragionare, creava il suo meccanismo, lo presentava e se andava bene glie lo compravano, sennò ci metteva i soldi di tasca sua; tutta chincaglieria del passato.

Adesso prendi un bel format statunitense, o britannico – se va ancora bene, beninteso –, lo doppi e lo butti su. Non importa quale sia l’argomento, basta che soddisfi le tre regole di base. Prima regola: deve far vedere cose schifose e vomitevoli che vengono miracolosamente tirate a lucido da prodi cavalieri. Seconda regola: deve poter dare l’impressione genuina allo spettatore che si sta facendo i cavoli privati di qualcun altro, impunemente. Terza, importantissima regola: tra i conduttori e i concorrenti ci deve essere un patto ferreo di mutua dipendenza; il conduttore deve essere una jena in guisa umana affetto da forme di sadismo terminale, il concorrente deve invece possedere necessariamente il giusto mix tra avidità, totale assenza di dignità personale e irresistibile desiderio di ribalta per il quale starà lì obbediente a farsi umiliare per i 20, 30 minuti della puntata. A questo punto, tutto fa brodo. Uno show in cui una coppia di fratelli spaccia a prezzi da capogiro orrende bicocche che fanno acqua da tutte le parti? Fatto. Gente che come gli Angeli col Santuario di Loreto arriva e ti sposta la casa in una notte, o da quel rudere che era lo fa diventare la Reggia di Caserta? Fatto.

Villani che arrivano nel tuo ristorante e ti perseguitano finchè non fai tutto a modo loro, e quando poi fallisci dicono che era destino? Fatto. Disfide in cui ciccioni cardiopatici devono guadagnarsi duramente un grissino correndo la Maratona delle 4 Porte? Fatto. Per non dire delle badanti sedicenni con malattie disgustose che non sapevano di essere incinte, di subnormali priapici rinchiusi tutti insieme in prefabbricati con piangitoio annesso, di certami in cui wannabe mediocri mangiano spade sotto gli occhi annoiati di stelle hollywoodiane super pagate. Ma fin qui, va ancora bene. Il peggio arriva quando non li traducono, ma li comprano per rifarli in casa. Allora puoi goderti lo spettacolo di anziani del liscio che fanno i critici musicali, di strafottenti bottegai della polpetta che giocano a fare gli chef intellettuali, di vecchie glorie del basket che dimenano i fianchi sulla pista da ballo lubricamente lumati da vecchi intellettuali gay che li mangiano con gli occhi, il tutto in un crescendo rossiniano dell’inconfondibile senso che sia tutto profondamente fasullo e grottesco. Ma con la certezza che lo spettacolo sia così orrendo che non riuscirete a distogliere lo sguardo sino in ultimo, come accadeva per le Miracle Blade dello Chef Tony.

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