Drogati seriali

Da Dawson a Walter White: come le serie tv hanno assuefatto lo schermo

Tv seriesTutto ebbe inizio il 13 gennaio 2000, almeno per me.

Non avrei mai immaginato che la prima puntata di Dawson’s Creek in Italia sarebbe stata il seme al quale ricondurre, a più di un decennio di distanza, l’attuale cronica adorazione verso la serie tv di turno.

E il 2000 fu solo il “mio” inizio; o meglio, il mio e quello di chi, come me, a dodici anni si affacciava all’adolescenza ignorandone pregi e difetti ma immaginandola simile a quella di Dawson, Pacey e degli altri personaggi usciti dalla tela di Kevin Williamson.

La stessa adolescenza che le mie cugine, una decina d’anni prima, rivedevano nelle situazioni di quella che è indubbiamente la serie tv più famosa degli anni ’90: Beverly Hills 90210.

A cavallo delle storie somiglianti, vissute da personaggi simili, in circostanze non troppo differenti, che avevano segnato la mia e la precedente generazione, nacquero una serie di telefilm che sembrava seguissero lo stesso copione cambiandone solo i nomi dei teenegars protagonisti e la location in cui questi trascorrevano gli anni più belli – o più brutti – della loro vita: Buffy (2000),

The O.C. (2003), One Tree Hill (2003), Gossip Girl (2007), Glee (2009).

Il belloccio, la bella che lo fa innamorare ma va con il suo migliore amico, la stronza, lo sfigato; alzi la mano chi ha visto una serie senza uno di questi personaggi-stereotipo. Serie tv una dietro l’altra, differenti versioni della stessa storia come i novanta stili con cui Raymond Queneau racconta la stessa scena.

Se fino a qualche anno fa riempivano il palinsesto del primo pomeriggio – ricordo chiaramente la tipica frase al telefono “appena finisce Dawson’s Creek ci vediamo per il caffè” -, oggi le serie tv sono diventate materiale da prima serata, quasi ad accompagnare la crescita di quelli che nel 2000, subito dopo pranzo, rassicuravano le loro mamme promettendo che avrebbero cominciato a studiare a puntata conclusa.

Di questi tempi, invece, vuoi per la povertà della tv generalista, vuoi per il privilegio di poter scegliere che cosa guardare, quando guardarlo e dove guardarlo, milioni di italiani ammirano le gesta di Ned Stark (Game of Thrones), le bravate di Walter White (Breaking Bad) e gli esperimenti del suo collega Walter Bishop (Fringe).

Siti internet come grandi magazzini in cui vengono esposte le “collezioni” del momento e tutte quelle delle stagioni precedenti.

Pirateria no limits, troppo facile guardare senza pagare.

Oggi è Gomorra (le ultime puntate, trasmesse su Sky, sono state viste in media da 850 mila persone), ieri era How I met your mother (2005), prima ancora Sex and the City (1998), in origine Happy Days (1974).

Gli studenti della High School hanno lasciato il passo a team ospedalieri (Grey’s anatomy, Scrubs), cosche mafiose (Gomorra, Il capo dei capi) ed investigatori tutt’altro che ordinari (The Walking Dead, Dexter).

Narrazioni in pillole di 50 minuti che monopolizzano le discussioni alle macchinette del caffè e rivoluzionano il costume e le abitudini. Nuovi modi di raccontare, intrattere ed emozionare che ci lasciano in sospeso, puntata dopo puntata. Una dipendenza dalla quale non si esce facilmente: finita una serie, basta un click e ci si ritrova immersi in un altra storia.

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