“Basta un battito d’ala di farfalla a Pechino per scatenare un uragano a New York”. Basta un cambiamento di clima al polo Artico per mandare in crisi l’Africa. Dove l’Africa funziona come l’esempio più lampante e immaginificamente più lontano per esprimere però una condizione globale. Il climate change è trasversale avverte l’”Osservatorio Artico”, un Osservatorio permanente e indipendente sull’Artico, dalla geopolitica all’ambiente, tra economia, cultura e società, nato per informare, come dice di se stesso, e fornire informazioni su zone come “Artico e Polo Nord che sono spesso viste come temi lontani, di carattere squisitamente ambientale. Il cambiamento climatico in atto a queste latitudini, invece, riguarda molto da vicino anche l’Italia e l’Unione Europea, sotto molti punti di vista: economia, difesa, geopolitica, trasporti e tanto altro” .
Tutto questo perché il cambiamento climatico è un fenomeno globale e interconnesso. Oltre a costituire un cambiamento che sulle pagine dell’ Osservatorio si sottolinea venire “riconosciuto come una delle minacce più pervasive e strutturali per la stabilità del pianeta. Non si tratta soltanto di un problema ambientale: coinvolge dimensioni economiche, sociali, politiche e sanitarie, con effetti differenziati ma interconnessi tra le diverse aree del mondo. Eventi climatici estremi, modifiche nei regimi delle precipitazioni, alterazioni negli ecosistemi e crisi idriche si stanno intensificando ovunque, e con velocità crescente”. Un pericolo che oggi sta passando, ancor più pericolosamente dei suoi effetti, dalla ghigliottina negazionista di ogni impegno ambientale partita dall’America di Trump e ben accolta anche dal governo italiano.
Spiega Driscole Nenenga (consulente legale e formatrice specializzata in pace internazionale, sicurezza e diplomazia, formatrice qualificata per le operazioni di pace delle Nazioni Unite, esperta degli effetti del climate change) scrivendo per Osservatorio Artico un articolo segnalato dal blog “Ambiente e non solo”, che, se la temperatura media globale è già aumentata e continua a aumentare, l’Artico va ancora peggio. Ovvero “si sta riscaldando a una velocità quasi quadrupla rispetto alla media planetaria”. Un vero terremoto ambientale che ha effetti a catena sull’intero sistema climatico terrestre, dimostrando quanto i fenomeni locali posano essere appunto il famoso battito di farfalla che fa da detonatore per conseguenze disastrose e chilometri e chilometri di distanza.
Nenenga avverte di una “trasversalità del climate change capace di innescare una dinamica integrata a livello globale”. Per cui se un fenomeno è disastroso in un luogo lo è anche in un altro, dove meno te lo aspetti. “La trasversalità del cambiamento climatico risiede proprio in questa capacità di manifestarsi simultaneamente in forme diverse e di produrre effetti che attraversano frontiere fisiche, settoriali e politiche” spiega. Fermandosi in particolare sul problema del permafrost, ovvero del terreno che rimane perennemente gelato nelle regioni polari e subpolari. Ovvero che si pensava restasse perennemente congelato e che invece si sta sciogliendo sempre più rapidamente e scordiamoci da stare tranquilli tanto sono fatti polari: gli effetti sono fatti anche nostri, di tutti, avverte la consulente internazionale, perché il fenomeno che sta trasformando il polo Nord provoca non solo grossi rischi locali ma ha pericolosi riflessi globali.
“Tra le manifestazioni meno visibili, ma potenzialmente più destabilizzanti del cambiamento climatico, c’è lo scioglimento del permafrost – spiega Driscole Nenenga – Il permafrost copre circa il 25% dell’emisfero nord e contiene enormi quantità di materia organica, intrappolata e conservata nel ghiaccio per migliaia di anni. Con l’innalzamento delle temperature, il ghiaccio si scioglie, il suolo si destabilizza, e la materia organica comincia a decomporsi, liberando anidride carbonica e metano, gas serra che accelerano ulteriormente il riscaldamento”. Una catena che non resta lì sul posto ma modifica i luoghi e la vita di tutti.
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Climate nel 2015 stima nel permafrost siano addirittura contenute circa 1.500 miliardi di tonnellate di carbonio. Un’ enormità, addirittura il doppio di quello attualmente presente nell’atmosfera. “Il rilascio anche solo parziale di questi gas contribuirebbe in modo significativo all’amplificazione del riscaldamento climatico. Questo meccanismo rappresenta un importante punto critico climatico, capace di innescare effetti a cascata anche lontano dalla regione artica”, si preoccupa di far sapere Nenenga di fronte a un potenziale disastro per tutti, allegramente ignorato dai più .
Peraltro, avverte, la comunità scientifica non lo ha ancora documentato ma qualche segnale allarmante lo ha messo in giro, visto che ha già discusso della spaventosa possibilità che questo progressivo rapido disgelo possa rimettere in circolo, oltre alle tante materie inquinanti che ingloba, anche virus e batteri antichi. Comunque queste sono supposizioni, per ora non provocano allarmi per la salute. Mentre a proposito degli effetti alla lontana del climate change e conseguente scioglimento del permafrost ci sono, secondo l’articolo dell’ Osservatorio, ferme certezze.
Per esempio le conseguenze indirette in Africa. Basta un battito d’ali al polo Nord per scatenare le conseguenze in Africa. “Lungi dall’essere un fenomeno circoscritto al Nord globale, gli effetti del cambiamento climatico si ripercuotono anche su aree geograficamente distanti come l’Africa”, dice Nenenge. Impossibile stabilire un nesso diretto al momento ma è incontrovertibile che lo scioglimento del permafrost artico metta in atto un processo complesso che destabilizza il clima in generale colpendo in modo duro e allarmante il continente africano.
Nenenga sottolinea come in Africa il riscaldamento globale intensifichi fenomeni di siccità estrema, specialmente nella regione del Sahel e nel bacino del Lago Ciad: “Secondo la FAO la scarsità idrica ha già ridotto drasticamente la produttività agricola in vaste aree del continente, aumentando l’insicurezza alimentare e provocando spostamenti di popolazione. L’acqua, risorsa vitale per l’agricoltura, l’allevamento e la vita quotidiana, diventa sempre più difficile da reperire, soprattutto nelle aree semi-aride e desertiche”.
Oltretutto lo scioglimento del permafrost dell’Artico, oltre a aumentare i rischi di siccità all’interno del continente visto che contribuisce all’innalzamento del clima, provoca anche gravi danni indiretti alla costa africana e alle comunità che la abitano perché i ghiacci che si sciolgono finiscono in mare e ne causano l’innalzamento fino in lontananza. Né andrà meglio in futuro quando il pericolo del mare che sale e si mangia, insieme alla costa, villaggi e risorse per la vita delle persone, aumenterà. L’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) prevede che il fenomeno dell’ innalzamento del mare acceleri nei prossimi decenni, via via che si fonderanno le calotte glaciali e il permafrost costiero, aumentando il rischio di erosione, inondazioni e perdita di suolo fertile nelle città e nei villaggi lungo le coste del Golfo di Guinea e dell’Africa orientale.
“I cambiamenti climatici, spinti anche dai processi in atto nell’Artico, contribuiscono infine ad aumentare le pressioni migratorie interne ed esterne – avverte Nenenga – L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha evidenziato come il cambiamento climatico sia ormai un motore importante della mobilità africana, soprattutto tra le fasce più vulnerabili della popolazione rurale. Le migrazioni climatiche non solo pongono sfide umanitarie, ma possono alimentare tensioni socioeconomiche, conflitti per le risorse e instabilità politica” .
La non poco inquietante e inaspettata connessione tra Artico e Africa chiama a una sfida comune, è l’avvertimento di Nenenga: “L’interconnessione tra l’Artico e l’Africa, per quanto indiretta, rappresenta un esempio emblematico della trasversalità del cambiamento climatico. I processi che si innescano in una regione remota e apparentemente lontana possono avere conseguenze profonde su tutti i territori vulnerabili del Sud globale, aggravando le disuguaglianze già esistenti. Questo richiede un ripensamento delle priorità nella governance climatica: non si può affrontare una crisi planetaria con soluzioni frammentarie e locali”.
Ovvero lo sforzo è comune o non è. Mentre sembra sempre di più che non sia, né singolo e né comune, Driscole Nenenga non si arrende e vola alto: “Serve quindi una cooperazione internazionale più profonda, fondata sulla condivisione della conoscenza, sulla solidarietà finanziaria e sul rafforzamento delle capacità locali di adattamento. L’Africa e l’Artico, pur distanti, sono legati da una stessa urgenza: affrontare un cambiamento climatico che non conosce confini. Proteggere il permafrost, limitare le emissioni, investire nella resilienza delle comunità più esposte non è solo una scelta scientifica, ma anche un dovere etico e politico. Solo attraverso un’azione comune sarà possibile contenere i rischi futuri e costruire un futuro più giusto e sicuro per tutti”.
Foto: Osservatorio Artico