Yunan in turco vuol dire “uomo del mar Jonio, Ionico”, genericamente Greco. Per tutti i popoli iranici i primi stranieri che si incrociavano all’ovest più prossimo , erano i greci dell’Antica Ionia. Il termine non è neutro, ma ostile, di separatezza ; quindi Yunan in quanto greco, in quanto straniero in quanto estraneo . Che vive altrove, senza patria conosciuta . E analogamente gli ottomani qualificavano Rumi ( da Romani) tutti gli europei cristiani pied-noir , nati o viventi in Africa o Medio Oriente (e questo termine si è diffuso anche nell’attuale mondo arabo-islamico). Così Yunan come straniero non gradito, senza radici proprie e sicure, e marca un senso di esclusione non solo geografica, ma esistenziale, e di nostalgia per un Nostos mai raggiunto e solo sognato.
E’ questa la tematica – che persegue in una sua originalissima “trilogia dell’esilio” il giovane autore cinematografico Ameer Fakher Eldin, 34nne abitante ad Amburgo che già nella sua biografia contempla i tratti più eclatanti della condizione dello Yunan / Rumi, che più sradicato ed errante non si può. Nasce nel 1991 a Kiev (quindi nell’Ucraina Ortodossa ), ma da genitori drusi , cittadini siriani , ma provenienti dalle alture del Golan, occupate dal 1967 da Israele (quindi piombate sotto il dominio della Stella di David) . Ma non solo, giacché i drusi sono etnicamente e culturalmente diversi anche dai siriani sunniti : nel loro sincretico culto islamico, percorso da esoterismi, elementi ebraici convivono con tratti induisti e cristiani. Oltre che nel Golan e in Siria , sono presenti anche in Libano. Il bellissimo La sposa siriana del 2004 di Eran Riklis, parla suggestivamente di questa condizione di ragazze druse del Golan che per sposare siriani , impedite dalla occhiuta burocrazia degli occupanti israeliani , varcano allora temerariamente, e angosciosamente, il confine senza visto.
Eldin presenta il suo primo lungometraggio sul tema dell’ esilio al Festival di Venezia 2021 e riceve il premio Edipo Re, per “miglior film su inclusione e sostenibilità”. Il titolo è Al Gharib /The Stranger , con esplicito riferimento al romanzo del grande pied-noir Alberto Camus. La vicenda si svolge proprio sulle alture del Golan, già occupata da Israele, dove Ashraf (il grande attore palestinese di prestigio internazionale, Mohamed Bakri) è un medico che, senza licenza e alcolizzato , vive emarginato anche dal suo stesso pater familias. La sua vita cambia quando si trova a dover soccorrere “uno straniero” , un soldato ferito nella guerra civile in Siria e entra in una dimensione finalmente di inclusione e di dialogo con l’altro.
Yunan – presentato in anteprima mondiale nel febbraio 2025 al Festival Internazionale del Cinema di Berlino – è il secondo film della trilogia di Eldin che specifica meglio la sua poetica dell’esilio che si concluderà con un’opera finale momentaneamente chiamata :“Nostalgia: A Tale in First Chapters” .
Ma chi si aspetta storie simili alle odissee vissute dai rifugiati , tra viaggi per mare con scafisti, lager, violenze , muri invalicabili , si vede proiettato in un altro campo da gioco. Il regista chiarisce che vuole concentrarsi su “ cosa che succede dopo” , e non è detto che ci siano odissee materiali. Il suo tema è lo sradicamento e il senso di privazione che provano i suoi personaggi : dislocati, destabilizzati.
In Yunan lo scrittore siriano Munir vive in esilio ad Amburgo , profondamente divorato da una melancolia introversa e autodistruttiva, ma il suo malessere non è legato a una totalizzante dimensione politica da rifugiato e infatti mai impreca a questa sua condizione. Lo spaesamento di Munir è qualcosa di più esistenziale, totale, uno sperdimento cosmico, un’alienazione che richiama, senza scopiazzare, il nowhere di certi Bergman, Antonioni , Wenders , e persino Tarkovskij . “Dal momento in cui chi come me è stato del tutto tagliato fuori dalla sua cultura – volevo esplorare quella sorda micidiale battaglia che ingaggiamo dentro noi stessi , cercando di anatomizzare la mente delle persone sradicate dal proprio paese. Ho provando a connettere ciò con gli aspetti universali della perdita e della disillusione e della ricerca di un senso. Il personaggio di Munir emerge quindi da una profonda esplorazione della condizione umana”. Eldin esprime questi temi senza gonfiezze ed elucubrazioni, ma con un cinema asciutto , essenziale nelle immagini e nei dialoghi, che prova a cercare la poesia anche in lande desolate “ fino alla fine del mondo”.
Non a caso Munir costeggia anche lui quel suicidio attuato da un altro grande cantore dell’esilio nel Novecento, lo scrittore austriaco ebreo Stefan Zweig che pose fine alla sua vita nel 1942 in Brasile , lì riparato esule dalla Germania nazista, sopraffatto da un ormai insostenibile senso di disperazione e disillusione. E infatti quando Munir si reca da Amburgo col traghetto che lo porta alle Isole Halligen del mare del Nord, una inequivocabile pistola spunta dalla sua valigia. Il film si gioca da ora in poi su tre metafore declinate in suggestive immagini e scene cinematografiche, e in esse il destino del travaglio di Munir. Dalla prima scena ( e metafora) egli è mostrato in un esame spirometrico che misura la sua capacità di respiro. Si sente mancare l’aria , ma è clinicamente negativo. Il diagnosta conclude che il suo è di sicuro un sintomo psicosomatico.
Egli è mostrato ancora in una scena in campo medio e in penombra di schiena mentre tenta invano di fare l’amore con la sua compagna. La sua desistenza manifesta una sua impotenza, ma anch’essa è psicosomatica. La sua depressione /alienazione è espressa ancora nella telefonata alla madre, in piena decadenza cognitiva , che all’inizio non lo riconosce nemmeno , ma lui sul filo del telefono riesce a strapparle ancora il racconto della storia fosca e angosciante che gli narrava da bambino e si sente la voce materna che gli parla di un pastore cieco, sordo e muto che non può comunicare con la sua bellissima moglie a sua volta disperata di non poter ricevere e dare amore, e ancora più triste per una tragedia sconosciuta. Munir identifica la sua condizione in quella del pastore nel suo pozzo della solitudine (seconda metafora).
Ora egli approda alle Halligen , piccole isole alluvionali della Frisia germanica sul Mare del Nord. Queste isole durante l’alta marea e le piogge forti possono essere sommerse totalmente ad eccezione di collinette artificiali dove si trovano le abitazioni della sparuta popolazione. La forza della terza metafora in questo posto sperduto del mondo e sulla carta inospitale ed ostico , sta per Munir nel fatto che, anche se lui non lo sa di certo, paradossalmente proprio in questo luogo, compirà un percorso di totale perdita e possibile salvezza. Arriva così a una Hallig ,battuta dalla pioggia , al tramonto di una scura giornata invernale. La padrona della pensione gli dice bruscamente che non c’è posto giacché non ha prenotato. Sembra inflessibile e al suo no perentorio e ripetuto, Munir le volta le spalle ed impreca. Lei inesorabile lo richiama a chiederle scusa. Lui si rigira e lo fa, ma di fronte al suo viso stravolto e disperato, un lampo scioglie il ghiaccio degli occhi azzurri di Hanna Schygulla / Valeska , che tornano quelli della Maria Braun di Fassbinder. E che diventano ora un porto ospitale. Le dice che a un chilometro di cammino dal luogo ci sarebbe una sistemazione, passata la grande stalla delle mucche.
Munir s’incammina , trova il posto e la camera, disfa la sua valigia e spunta la pistola. La mattina Schygulla/Valeska ormai matronale , ma sempre gradevole, nel suo scialle e gonnona , in bicicletta arriva a portargli biancheria ed asciugamani e si assicura premurosa che non gli manchi nulla. La sera lui la raggiunge nella pensione zuppo di pioggia. Hanna/ Valeska , vedova da anni, perentoria gli dice che non può rimanere così fradicio, si ammalerebbe subito, che si spogli degli abiti di sopra , che li metterà ad asciugare sui caloriferi, e che lei non si scandalizza di certo alla sua età. E mentre il camino emana il suo calore impagabile – il primo che riceve il “cuore in inverno” di Munir– subito dopo rientra in casa il figlio di lei, Karl , brusco biondo quarantenne che torvamente sorpreso guarda un uomo barbuto a torso nudo seduto di fronte a sua madre e poi va in silenzio in camera sua. Munir e Hanna si guardano e assieme prorompono in una fragorosa liberatoria risata prolungata commentando “ Chi l’avrebbe mai detto!..”. Munir riceve quindi da Valeska le prime vampate di calore umano e per la prima volta da anni ride con una donna anziana e dal sorriso dolce e misterioso. E gli capita proprio in questo posto dimenticato da Dio, a rischio di sommersione tutto l’anno. ”Chi l’avrebbe mai detto”. Il cinema di Eldin si esprime così, con poche laconiche parole scambiate, e pieno di sguardi. Munir comincia ad aggirarsi per quello strano posto e a frequentare la bettola pub dove scambia ampi boccali di birra con gli isolani, anziani , e lontani anni luce dal mondo intellettuale che lui frequentava ad Amburgo. In una di queste serate nella spartana large guest room della pensione c’è la solita reunion tra isolani di fine settimana , fatta di birra e piatti locali, Valeska mette musica folk locale cantata coralmente dai presenti.
Poi a un certo punto incontra lo sguardo sperduto di Munir e cambia disco : fa risuonare un’ antica musica araba , si avvolge nel suo scialle e comincia a danzare , pochi gesti accennati, ma dolci e femminili. Emana così a Munir il richiamo della sua terra d’origine e lui si rianima e risponde , vedendola “danzare come le zingare del deserto” e le va incontro muovendo braccia e mani al ritmo antico della sua memoria e incontrando le palme con quelle dell’altra e poi le braccia sulle spalle di lei. E si sorridono ancora , il solo scambio fisico del film tra loro due. Valeska sarà un tranquillo “angelo sopra le Halligen”, porto sicuro che di fronte ai commenti preoccupati degli anziani che vedono alzarsi ancora il livello dell’acqua, placa rassicurante ogni allarmismo con la memoria storica che lì l’irreparabile non è mai avvenuto. Così farà con Munir : di fronte a un attacco di panico che lo vede boccheggiare , lo libera con poche sagge parole: “Hai mai provato a fare il contrario? Tutta quell’aria, alla fine, non serve”.
Nel film in filigrana agiscono ancora tre altre metafore decisamente bibliche che s’ intrecciano: prima quella dell’Esodo e quella del Diluvio universale. Munir le attraversa tutte e alla fine, dopo la grande inondazione, rimane una balena spiaggiata , lui come Giona (Yunan) è entrato nella sua balena e ne è uscito vivo e riprende a scrivere il suo romanzo.
La natura aspra e affascinante delle Halligen illuminata da Eldin , gli si presenta all’inizio minacciosa , grigia e gelata, poi l’occhio si distende in un verde bucolico e rilassante , fatto di placide mucche al pascolo ed Eldin alterna e sovrappone la storia di Munir con quella antica del pastore isolato dai suoi deficit e della sua sposa ancora più triste , storia che ritorna e rigira su se stessa. E la location, per questa storia di luogo remoto in un tempo arcaico, Eldin lo ha ritrovato nelle campagne attorno a Gravina in Puglia. C’è sempre questo doppio registro nel film tra la realtà e il sogno. Munir deve chiudere il cerchio anche con Karl che lo tiene a distanza pregiudiziale e lo fa anche qui nel modo più fàtico possibile , niente parole ma un corpo a corpo in uno dei giochi di lotta all’aperto tra gli isolani. In silenzio Munir gli si fa sotto, lo fissa negli occhi, lotta, soccombe con l’altro, ma resiste al punto che Karl abbassa le difese e ri-conosce Munir.
Due parole per il cast di attori, davvero multietnico e coordinato con cura : oltre al carisma di Hanna Schygulla, forza tranquilla senza istrionismi , Munir è il più grande attore libanese – cristiano maronita George Khabbaz, che racchiude in un fuoco tutto interiore la sua tempesta , stilizzando la vulnerabilità e il gravame del personaggio solo con lampi di sguardi e movimenti . Il pastore solitario è il palestinese Alì Suleman , uno dei due giovani terroristi protagonisti di Paradise now, Golden Globe 2006, e la sposa dolente è Sibel Kekilli, indimenticabile La sposa turca del 2004. E infine lo scontroso Karl è il tedesco dell’est Tom Wlaschiha , noto per ll trono di spade, ma soprattutto per la grande formazione teatrale.
Il film è prodotto col contributo di vari paesi del mondo occidentale (Germania, Italia, Canada) e del mondo arabo ( Qatar, Arabia Saudita, Palestina, Giordania) , fatto che conferma il respiro universalistico da cui è nato. E il finale anche se pieno di speranza e sollievo, non è consolatorio: Munir neppure nel sogno della storia materna riesce a trovare la sua “casa” / homeland , non si spegne ancora quella sorda micidiale battaglia che ogni esiliato esistenziale ingaggia con se stesso dal momento che gli sono tagliate le radici , nettamente come un colpo di forbice. Munir torna ad Amburgo, e si intuisce che alle Halligen ha trovato il sentore dell’altro, e alcune risorse dentro di sé, ma anche “quant’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.
L’ epigrafe all’inizio del film recita all’incirca :“Per quanto tu credi di accogliermi con grandi gesti e doni, perdonami , ma non sento il calore delle tue mani sul mio cuore”.
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