Il paradosso di un’amministrazione che deve garantire la felicità per tutti

Un diritto nato per elevare l’uomo può essere gestito da una burocrazia?

La storia del diritto non è soltanto un catalogo di norme e buone intenzioni: è anche l’album dei nostri sogni collettivi, di ciò che una società decide di inseguire per sentirsi, almeno sulla carta, migliore. E tra questi sogni, il più ambizioso e sfuggente resta sempre lo stesso: la felicità. Non sorprende che tutti quelli che hanno osato affrontare il tema del “diritto alla felicità” finiscano inevitabilmente per tornare a quel 4 luglio 1776, quando i padri fondatori degli Stati Uniti scrissero – con la solennità dei momenti che credi immortali – che ogni uomo è creato uguale e dotato del diritto alla Vita, alla Libertà e al “pursuit of Happiness”. Che poi, detta così, pare quasi un invito a un’escursione domenicale.

La leggenda – ma a volte la storia si traveste da leggenda per sentirsi più interessante – racconta che Benjamin Franklin inviò la bozza della Dichiarazione al filosofo napoletano Gaetano Filangieri. E fu proprio lui a suggerire di sostituire il più prosaico “diritto alla proprietà” con il più lirico “diritto alla felicità”. Un salto concettuale non da poco: una rivoluzione dentro la rivoluzione. E infatti il mondo ci si è affezionato. Le Nazioni Unite hanno persino istituito una Giornata Internazionale della Felicità, il 20 marzo, per ricordarci che la felicità, se non altro, può essere celebrata anche quando non è raggiunta.

Noi italiani, invece, come spesso accade, siamo arrivati vicini ma non fino in fondo. Niente felicità nella Costituzione, neppure una comparsata fugace. L’ultima apparizione risale allo Statuto Albertino, che parlava di una “Nazione felice”. Poi la felicità è svanita dalla nostra carta fondamentale, e i Costituenti hanno preferito un approccio più sobrio: una Repubblica fondata sul lavoro, che già farlo bene, in condizioni dignitose e con tutte le sicurezze necessarie, sarebbe un traguardo notevole – e forse, per molti, una forma primaria di felicità concreta.

Altri Paesi, più temerari, hanno provato a misurarla davvero, questa benedetta felicità. Il Bhutan ha addirittura introdotto la Felicità Interna Lorda: un Pil dell’anima, potremmo chiamarlo. E il Dalai Lama, con la calma di chi non deve correre al supermercato prima che chiuda, ci ricorda che la felicità non è una fiammata consumistica ma un lavoro lento, fatto di compassione, pazienza e trasformazione interiore. Niente che un assessorato regionale possa sbrigare con un comunicato stampa.

Perché il punto è proprio questo: mentre il diritto alla felicità cerca ancora di farsi spazio nel linguaggio giuridico come diritto inalienabile della persona, noi continuiamo a misurarci con un’esistenza che spesso ricorda più Céline che Filangieri. Quel suo nichilismo sgraziato secondo cui la verità del mondo è un’agonia senza fine, e alla fine bisogna scegliere: morire o mentire. Ecco, la felicità come categoria giuridica ha sempre oscillato tra queste due estremità.

Arriviamo così alla Toscana di oggi, dove la nuova giunta del governatore Eugenio Giani ha deciso di introdurre – con spirito innovativo, o forse solo con un eccesso di ottimismo – un assessorato regionale alla felicità. L’idea è talmente audace che quasi ci si commuove: dopo secoli di filosofia, rivoluzioni, testi costituzionali, statistiche bhutanesi e meditazioni tibetane, la felicità approda finalmente… a Firenze, tramite delega amministrativa.

C’è chi penserà che sia un passo avanti nella civiltà giuridica, chi una trovata folkloristica, chi semplicemente una strizzata d’occhio elettorale. Io, più modestamente, vedo il paradosso: un diritto nato per elevare l’uomo, ora gestito con gli strumenti della burocrazia regionale. E in fondo la domanda resta lì, inevitabile: cosa abbia a che fare la lunga storia del diritto alla felicità con un assessorato toscano, lo sa forse solo il buon Filangieri. A ognuno, evidentemente, la sua felicità. Anche quella istituzionale.

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