Se è stato Cicerone ad inaugurare le riflessioni giuridiche sulla dottrina della guerra giusta (bellum justum), è con Agostino d’Ippona che inizia la grande epopea teologica (e giuridica) su questo tema. Papa Leone XIV, appartenente all’Ordine di Sant’Agostino, è dunque chiamato, per appartenenza teologica, a dire qualcosa su questo tema della Chiesa in evoluzione. Sant’Agostino, Tommaso d’Aquino, Francisco de Vitoria, la Scuola di Salamanca e Papa Francesco rappresentano infatti quattro epoche e quattro visioni della guerra, segnando l’evoluzione del pensiero cristiano.
Sant’Agostino
Sant’Agostino di Ippona è considerato uno dei principali teorici cristiani della “guerra giusta”. Pur non elaborando mai una dottrina organica e sistematica sulla guerra, il suo pensiero ha influenzato profondamente la riflessione medievale. Per Agostino, la guerra non è un male in sé, ma il suo giudizio morale dipende dalle intenzioni e dal fine. Non sono le armi o la violenza a essere intrinsecamente malvagie, ma la crudeltà, l’odio, la vendetta o la sete di potere che possono motivare i combattenti.
Agostino giustifica la guerra quando è comandata da Dio o dalle legittime autorità, sempre finalizzata al mantenimento della giustizia e della pace. La sua concezione è radicata nella visione dell’ordine voluto da Dio, che può richiedere l’uso della forza per difendere il bene comune. La guerra diventa quindi un atto di obbedienza per i soldati, che non agiscono per interesse personale, ma come strumenti del volere divino o delle autorità terrene.
Nella sua visione, una guerra è giusta se è difensiva, se mira a proteggere la res publica o a punire l’ingiustizia, e se è guidata da un’autorità legittima. È legittima anche quando ordinata da Dio, come dimostrato nell’Antico Testamento. Tuttavia, anche la guerra giusta deve essere condotta con moderazione e rispetto, senza odio o crudeltà.
Nel De Civitate Dei, Agostino distingue tra la “Città di Dio” e la “Città terrena”: la prima vive nella giustizia e nella pace, la seconda nel conflitto e nella corruzione. Solo la guerra condotta per difendere la giustizia divina può dirsi giusta. Questo pensiero influenzò profondamente la teologia politica medievale, ponendo le basi per la concezione della guerra come strumento di difesa della fede e dell’ordine cristiano.
San Tommaso
San Tommaso d’Aquino riprende e sviluppa la teoria della “guerra giusta” di Sant’Agostino, ma con il suo solito stile chiaro e sistematico. Per lui, una guerra può essere considerata giusta solo se rispetta tre condizioni fondamentali:
Autorità legittima: la guerra deve essere dichiarata da un’autorità legittima, cioè da chi ha il potere di governare e mantenere l’ordine nella società. Per Tommaso, questo significa il principe o il sovrano. Le guerre private, condotte da individui o gruppi senza autorizzazione, sono sempre ingiuste.
Causa giusta: ci deve essere un motivo valido per fare guerra. Tommaso parla di cause come la difesa contro un’aggressione, la punizione di un’offesa o il recupero di qualcosa che è stato ingiustamente sottratto. Insomma, non si può fare guerra solo per sete di potere, vendetta o ambizione.
Retta intenzione: anche se l’autorità e la causa sono giuste, la guerra deve essere condotta con l’intenzione di promuovere il bene e evitare il male. L’obiettivo non deve essere quello di infliggere sofferenza, ma di ripristinare la pace e la giustizia.
Tommaso introduce anche l’idea di “proporzionalità”, cioè che il male causato dalla guerra non deve mai essere maggiore del bene che si spera di ottenere. Ad esempio, se per fermare un’aggressione si provoca una distruzione smisurata, allora quella guerra non è giusta.
Nella Summa Theologiae, Tommaso chiarisce anche che i soldati che combattono per un’autorità legittima non sono moralmente responsabili della guerra, a meno che sappiano con certezza che si tratta di una guerra ingiusta. Questo perché essi agiscono sotto obbedienza.
In sintesi, per Tommaso la guerra è sempre un male, ma può essere un male necessario per difendere la pace, la giustizia e il bene comune. La sua teoria diventerà la base del pensiero cristiano medievale sulla guerra giusta, influenzando la Chiesa e la filosofia politica per secoli.
Francisco de Vitoria e la Scuola di Salamanca
Francisco de Vitoria e la Scuola di Salamanca rappresentano una svolta nella riflessione sulla “guerra giusta”, superando l’impostazione medievale e gettando le basi del diritto internazionale moderno. Vitoria, domenicano spagnolo del XVI secolo, parte dal presupposto che tutti i popoli e le nazioni abbiano pari dignità, anche quelli extraeuropei, come i popoli indigeni del Nuovo Mondo. Questo è un passo radicale rispetto alla mentalità coloniale dell’epoca.
Per Vitoria, una guerra può essere giusta solo se rispetta precisi criteri. Primo, deve esserci una causa giusta: difesa da un’aggressione, recupero di beni ingiustamente sottratti o punizione di gravi ingiustizie. Secondo, la guerra deve essere dichiarata da un’autorità legittima, ovvero il sovrano o chi ne ha il diritto, e non può essere una decisione privata. Terzo, deve esserci una retta intenzione, cioè la volontà di ottenere un bene comune e non la sete di potere o ricchezza.
La Scuola di Salamanca, con figure come Domingo de Soto e Francisco Suárez, amplia questa riflessione. Per loro, anche in guerra si devono rispettare i diritti umani fondamentali: non è lecito attaccare civili, schiavizzare i prigionieri o compiere atrocità. La guerra non è un diritto assoluto, ma sempre una scelta tragica che deve rispondere a norme morali.
Vitoria si oppone all’idea che la conversione al cristianesimo possa essere un motivo per fare guerra. Le nazioni indigene del Nuovo Mondo non possono essere attaccate solo perché non sono cristiane. Questo è un punto chiave: anche gli “infedeli” hanno diritti naturali e non possono essere privati della loro terra o libertà senza una giusta causa.
L’idea rivoluzionaria di Vitoria è che esiste una legge naturale universale che lega tutti i popoli, e che nessuna nazione, per quanto potente, può violare. È la base di ciò che oggi chiamiamo diritto internazionale. La guerra giusta, per Vitoria e la Scuola di Salamanca, non è quindi un pretesto per la conquista, ma uno strumento eccezionale per ristabilire la giustizia e l’ordine, sempre con il massimo rispetto per la dignità umana.
Papa Francesco
Papa Francesco ha una posizione molto chiara sulla guerra: è contrario in quasi ogni circostanza. Per lui, la guerra è sempre una sconfitta per l’umanità. In diverse occasioni, ha descritto la guerra come una “follia”, un’“inutile strage” (riprendendo Benedetto XV) e ha ribadito che non può esserci una guerra giusta nell’era delle armi di distruzione di massa.
Le sue idee sulla guerra si basano su alcuni principi fondamentali:
Primato del dialogo: Francesco sostiene che i conflitti devono essere risolti attraverso il dialogo, la negoziazione e la diplomazia, non con la forza. Ha detto che la pace si costruisce ogni giorno, anche quando sembra impossibile.
Condanna del commercio di armi: Il Papa ha spesso denunciato il commercio di armi come una delle cause principali dei conflitti. Per lui, chi vende armi ha una responsabilità morale nel perpetuare la violenza.
Solidarietà con le vittime: Francesco si è sempre schierato dalla parte delle vittime dei conflitti, in particolare dei rifugiati, dei civili e dei bambini. Ha chiesto più volte accoglienza e protezione per i migranti forzati dalle guerre.
Critica alla teoria della “guerra giusta”: Pur riconoscendo che la tradizione cristiana ha parlato di “guerra giusta”, Francesco ritiene che oggi questa idea sia quasi impossibile da applicare. Con le armi moderne e i devastanti effetti dei conflitti, il Papa ha messo in dubbio che una guerra possa essere moralmente giustificabile.
Pacifismo attivo: Ma la sua non è solo una condanna passiva della guerra. Francesco invita i cristiani a essere costruttori di pace, ad agire concretamente per prevenire i conflitti e a sostenere i processi di riconciliazione.
Conclusioni
In sintesi, Agostino e Tommaso vedono la guerra come un male necessario, regolato da criteri morali; Francisco de Vitoria introduce il diritto internazionale (jus gentium), mentre Papa Francesco la rifiuta quasi sempre come strumento accettabile, enfatizzando il dialogo e la solidarietà. Il pensiero cristiano è passato dal tollerare la guerra come male minore a respingerla come male assoluto.
Ogni fase di questo pensiero è stata espressa pubblicamente con chiarezza, mantenendo il focus sui principi morali e giuridici che hanno influenzato il dibattito sulla guerra giusta. Questa evoluzione riflette anche i diversi contesti storici: le guerre medievali per Agostino e Tommaso, la colonizzazione per Vitoria e i conflitti globali per Papa Francesco.
Nonostante le differenze storiche e filosofiche, tutte queste posizioni condividono l’obiettivo di limitare l’uso della guerra a casi di estrema necessità e di garantire che ogni conflitto rispetti valori universali di giustizia e umanità.
E ora, con Papa Leone XIV, la storia continua. Il mondo si trova di fronte a nuove sfide, tra crisi climatiche, conflitti tecnologici e disuguaglianze crescenti. Quale sarà la sua parola sulla guerra? Un ritorno alla tradizione, un’ulteriore radicalizzazione del pacifismo o qualcosa di completamente nuovo?