Il “compagno” Tremonti tassa le rendite

Ecco perché per salvare i conti rischiamo di finire in un pericoloso circolo vizioso. L’opinione di un giovane analista

Alessandro Pala*

Oggi ha preso vita il primo embrione della riforma del governo di centrosinistra, volta a ridurre almeno in parte la spesa pubblica italiana che è entrata ormai pesantemente, insieme all’intero sistema Paese, nel campo visivo delle principali agenzie di rating mondiali.

“Cambiare, e farlo in fretta” hanno detto sostanzialmente Moody’s and company.

Il governo sa che un possibile downgrading dell’Italia significherebbe esporsi in maniera marcata alle fauci insaziabili del mercato,  e sa anche che per un Paese che ha il più alto debito pubblico dell’Eurozona (dopo la ormai agonizzante Grecia) avrebbe gli stessi effetti della lacerazione delle carni di un gigantesco tonno in mare aperto: attira gli squali (speculatori).

Fra le manovre proposte, quel che mi balza all’occhio è la “tassazione del 0,15% sulla transazioni finanziarie”.  Quel che risulta sorprendente è che, non e’ un ipotetico governo di “sinistra” come da me sottolineato in modo volutamente erroneo poc’anzi, ma il governo di centro-destra, capeggiato in questo frangente dal ministro dll’Economia Giulio Tremonti.

Mi lascia perplesso perché la cosiddetta “tassazione sulle rendite finanziarie” è una sorta di cavallo di battaglia del Pd, e questo sembra quasi un tentativo per risalire nei vari sondaggi, i quali vedono la coalizione del Pdl traballare.

Ma lasciando da parte per un attimo la diatriba politica, e concentrandoci meramente sull’aspetto economico di questa scelta, non riesco sinceramente a cogliere il senso di questa presa di posizione.

D’accordo, l’equazione più tasse più introiti per lo Stato è dimostrabile tramite semplici operazioni d’algebra, ma il bilancio dello Stato è un insieme di fattori economici-matematici-politici ma anche estremamente emotivi, per cui un’analisi piu ampia è ovviamente necessaria.

Ho citato prima le famigerate agenzie di Rating, ma cosa hanno chiesto queste agenzie come garanzia per evitare un prossimo downgrading del sistema Italia? Maggior competitività,  aumento della produttività marginale statale, taglio della spesa pubblica e miglioramento del sistema finanziario italiano.

Tutto ciò sembra appunto in contrapposizione con la direzione presa da Tremonti (oltre alla tassazione sulle rendite finanziarie, che meriterebbe un articolo a parte); introdurre una tassazione sulle transazioni finanziarie, significa in soldoni una fortissima contrazione di liquidità sui mercati azionari ed obbligazionari italiani.

Un mercato poco liquido è per correlazione diretta, un mercato estremamente asfittico.

Un mercato asfittico e poco liquido, è un mercato che non riesce per l’appunto a reperire fondi freschi dall’estero (perché mai andarsi ad impantanare nel mercato asfittico italiano, quando posso operare in un mercato che non richiede una costosissima tassa di transazione?).

Il mercato italiano non è certo mai  stato a livelli qualitativi ed evolutivi particolarmente degni di nota, ma il mercato globale (comprese le agenzie di rating) hanno sempre riconosciuto nel risparmio privato italiano, il fiore all’occhiello del Bel Paese ed e’ ciò che ha evitato alla stessa Italia, downgrading passati.

Il risparmiatore italiano, come una sorta di samurai giapponese, dal Dopoguerra in poi si è sempre sacrificato sull’altare del bene comune, comprando titoli di stato Italiani, poco appetibili per il collocamento verso la clientela estera.

Ovviamente, la tassa sulla transazione va a colpire anche il nostro fiore all’occhiello, poiché le varie banche, SIM et similia faranno ricadere ovviamente questi costi sul risparmiatore medio.

Tirando le somme, a fronte di una entrata a mio avviso modesta, paghiamo in termini di perdita di competitività, in termini di mercati finanziari, in termini di mancata riduzione effettiva della spesa pubblica, e soprattutto in termini di evoluzione dei mercati finanziari.

Paradossalmente, l’esatto contrario di ciò che il mercato globale si aspetta, per dare fiducia al sistema Italia ed evitare di entrare in un pericolosissimo occhio del ciclone che potrebbe significare un tristissimo sorpasso ai “danni” della Spagna nell’ambita corsa de “Chi sarà il prossimo paese che avrà bisogno di un bail-out da parte dell’Unione Europea?”.

Tagliare va benissimo, anche a costo di piangere e tirare un poco la cinghia (meglio piangere ora probabilmente, piuttosto che piangere e versare sangue dopo), ma uno step necessario per invertire la tendenza ed allacciarci al treno dei “paesi virtuosi” e’ anche e soprattutto quello di eliminare un sistema pachidermico ed obsoleto (anche e soprattutto per quanto riguarda i mercati finanziari) verso uno snello, moderno e come dicono gli anglosassoni “appealing”.

*Giovane laureato in Economia, si è formato all’università di Groningen, in Olanda. Oggi lavora alla Deutsche Bank Italia

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