I consultori, questi bistrattati

Perché debilitare l’efficacia della 194 oggi significa soprattutto togliere “fiato e gambe” ai servizi che la sostengono

Valeria Montanari

Negli scorsi giorni uno dei momenti più accesi nel dibattito locale ha riguardato il confronto tenuto a battesimo da Iniziativa Laica sulla legge 194. Ancora una volta mi sono stupita dalle modalità da tifoseria con le quali ripetutamente si affronta la delicata questione dell’interruzione di gravidanza, da una parte baipassando le donne e i loro diritti ad essere informate e seguite, e dall’altra con la pretesa di rinfocolare un assurdo luogo comune, che vuole questo tema così intimo e personale a totale appannaggio di una parte politica e delle sue istanze, quando i fatti ci raccontano che si tratta di un dispositivo avvallato da una maggioranza parlamentare trasversale, e che continua dopo 30 anni a parlare a tutte le donne che vivono in Italia.

Perché non si arriva a comprendere che questa estremizzazione, infarcita di luoghi comuni, non fa che allontanare le donne da questioni che le riguardano così nell’intimo? Penso esista un punto dirimente, sul quale la querelle politica ha sempre giocato in modo fumoso, a scapito dell’effettiva funzionalità della norma: essere d’accordo con la 194 non significa essere a favore dell’aborto. La funzione della legge – che le hanno attribuito le donne che l’hanno fortemente voluta –  è quella di normare una situazione (in questo caso estremamente delicata) e non di favorirla o meno.

La politica “contro” ha mosso un doppio danno d’immagine: ha alimentato la convinzione che nei consultori pubblici ci si vada solo per abortire, quando in realtà si tratta di un efficiente servizio territoriale che fa informazione sulla sessualità e segue con estrema professionalità il percorso delle gravide, senza medicalizzare un evento naturale della vita delle donne. Ma si sa: minare la credibilità dei consultori, pratica fortemente sedimentata anche a Reggio Emilia – dopo che il percorso per la loro costituzione nella nostra città aveva raggiunto livelli di dibattito e professionalità da prendere davvero a modello –  è il miglior modo per tener lontane le donne da un luogo pubblico, nel quale è possibile ricevere informazioni.

In Italia esiste un vero business delle gravidanze giocato nella sanità privata che offre oggi ogni sorta di esami, controlli, approfondimenti alle gravide, quasi si trattasse di un percorso medicale.  Un business che gioca sul corpo delle donne. La sana dose di preoccupazione che caratterizza l’attesa da parte dei futuri genitori per la nascita del proprio bambino viene spesso trasformata in un percorso costruito per tenere a bada possibili ansietà, regolato dall’ultima potente ecografia tridimensionale e altri esami, il cui livello di approfondimento coincide spesso per paradosso con un aumento di approssimazione nella risposta, perché si rinuncia a comprendere che il bello della vita uterina è che fino in fondo, almeno quella, non la si può controllare: va per conto suo. E’ ovvio che decidere come affrontare la propria gravidanza – per carità – è una scelta legittima: però troppo spesso la si paga di propria tasca in modo salato, e mette in stridente inferiorità il servizio gratuito offerto dal consultorio pubblico, basato sui presupposti di un percorso di gestazione e parto naturali, dove i problemi vengono intercettati ed evidenziati, ma solo quando potenzialmente riscontrati.

In questo modo si crea verso i consultori una discriminazione di status, facendoli apparire meno competitivi nei servizi offerti e più adatti a quelle donne che non possono avvalersi di un servizio a pagamento, e si devono accontentare di quel che passa il convento, leggasi le straniere. Di questo passo si va verso lo smantellamento. I consultori pubblici scricchiolano un po’ ovunque: in Lombardia, in Lazio, in Piemonte, e nemmeno la “rossa” Emilia Romagna può dirsi al sicuro. Il sistema debilitante più in voga è quello delle circolari, delle delibere regionali, dei tecnicismi amministrativi, delle lobby per le obiezioni tra i ginecologi, di quelle scelte economiche volte a depauperare i fondi e la credibilità dei consultori e rimpinguare finanziamenti “di sostegno” alle donne che decidono di non abortire (caso avvallato anche dal comune di Correggio), come se portare a termine una gravidanza dipendesse da 200/300 euro che si ricevono per qualche mese, e il finanziamento una tantum possa essere considerato da certe istituzioni un modo per autoassolversi dal sostegno dell’infanzia, così vilipeso in questa Italia a servizi zero per i più piccoli e per le donne che lavorano. Ancora una volta fa capolino molta morale in questi provvedimenti, a scapito di politiche più lineari a sostegno e di una legge – diciamolo – che dal 1982 al 2008 ha fatto calare del 48,3% la percentuale di aborti nel paese (dati ministeriali).

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