Tregue violate e ritorno alla sospensione delle armi, nuovi missili da rodare o rodati, la crisi sempre attuale del conflitto russo-ucraino. Nonostante tutto e nonostante le trionfali promesse di pace in particolare da parte del presidente statunitense, le armi non tacciono. Anzi. Al netto dei conflitti citati, il mondo ribolle di guerre dimenticate o addirittura annunciate, come sembrerebbe segnalare l’interesse statunitense per il Venezuela e dunque per il Sud America. Sulla questione abbiamo interrogato il professor Alessandro Volpi, docente dell’Università di Pisa, storico ed economista.
Lei ha espresso la convinzione che le guerre continueranno a imperversare nel mondo. Eppure, in questi giorni sembrerebbe di scorgere, anche con le criticità che riguardano il personaggio, una rinnovata volontà del presidente americano, al di là del complesso rapporto con Putin, di arrivare a una distensione generalizzata. Perché dunque lei pensa che le guerre continueranno?
“Mi aggancio ai dati. Dall’inizio della guerra in Ucraina, e in particolare dopo l’avvio di Rearm Europe, gli indici che misurano l’incremento di valore dei titoli delle società produttrici di armi si sono impennati: l’ incremento dell’indice generale del settore armi è stato da inizio anno del 126,7%, a fronte di un incremento dello S&P 500 del 59% (S&P 500, acronimo di Standard & Poor’s 500, è un indice ponderato per la capitalizzazione di mercato che rappresenta le performance delle 500 principali società quotate con maggiore capitalizzazione negli Stati Uniti, ndr). Se poi si considera l’indice che misura il settore dei produttori di aerei e droni europei, si arriva al 232,5%, circa tre volte l’incremento dell’analogo indice americano. Tra le società europee Renk Group ha guadagnato il 256%, Rheinmetall il 187%, Hensoldt il 180%. Si tratta di tre società tedesche con grandi azionisti americani, rappresentati dalle Big Three (ovvero i fondi d’investimento BlackRock, Vanguard e State Street). In pratica, la guerra in Ucraina e il disseminarsi di conflitti in giro per il mondo, con il conseguente massiccio impiego di fondi pubblici verso il settore delle armi, sta gonfiando una bolla finanziaria enorme che sembra però spostare l’asse del risparmio gestito mondiale, nelle mani dei grandi fondi Usa, verso i listini europei”.
Ma perché questo preoccuperebbe gli Stati Uniti, dal momento che i padroni del vapore rimangono i grandi fondi statunitensi?
“La preoccupazione di Trump, o meglio dell’amministrazione di cui è capo, è evidente se si considera che deve registrare incrementi nei titoli finanziari Usa, compresi quelli militari, assai più bassi rispetto a quelli europei. Il timore è perciò quello di una fuga di capitali a cui contribuiscono altri fattori decisivi, che è bene riassumere. Gli Stati Uniti hanno un debito federale di 37,5 mila miliardi di dollari, una posizione finanziaria netta negativa di 26 mila miliardi (devono al resto del mondo 26 mila miliardi di dollari!), stanno manifestando pericolosi segnali di una nuova crisi bancaria, con il rischio di troppi asset gonfiati e di crediti privi di valore, hanno un deficit commerciale di oltre 800 miliardi e quello della bilancia dei pagamenti pari a 1300 miliardi di dollari, hanno un numero di imprese con più di 500 dipendenti che è ormai inferiore allo 0,5% del totale. Aggiungerei un particolare rilevante: il dollaro ha perso in due anni quasi il 10% rispetto all’euro ed è sempre più instabile. In questo quadro, la scelta di Trump pare essere quella di scatenare guerre commerciali con un gran numero di paesi, puntando a fare cassa con i dazi, da un lato, mentre dall’altro si alimentano guerre per far salire il prezzo dell’energia, magari allargando l’area di influenza delle proprie major energetiche e accentuando la dipendenza di vaste aree del mondo, Europa in primis, dal proprio greggio”.
In che modo alimentare le guerre potrebbe essere di giovamento all’economia Usa?
“Alimentare le guerre, in Europa e in altre parti del mondo, vuol dire provare a riportare l’asse dei risparmi europei verso le società Usa che producono armi, sia per l’esercito americano che per la Nato. Una volta messa in moto la bolla europea del riarmo, infatti, Trump pensa sia possibile convincere i grandi fondi statunitensi a riportarla verso i produttori Usa, facendo degli Stati Uniti un colossale paradiso fiscale finanziario, dove produrre monete (stable coin in dollari), dove togliere vincoli ai bilanci bancari e dove rimuovere le regole introdotte dopo il 2008. In quest’ottica diventa è più facile capire perché Trump sembra stia per dare il via a un altro conflitto, questa volta verso il Sud America, cominciando dal Venezuela”.