Corpi in transito: i rischi delle transizioni digitali malregolate

I simulacri che le tecnologie mettono in mano ai malintenzionati

A Napoli si sono svolte, alla metà di aprile, due giornate di studio per approfondire un tema cruciale: “Corpi in transito: Etica, bioetica, cittadinanza tra presente futuro”. E’  stato questo il titolo dell’incontro organizzato dal Seminario Permanente Etica Bioetica Cittadinanza dell’Università Federico II, coordinato da Emilia D’Antuono e Enrica Amaturo, che ogni anno si pone l’obiettivo di interpretare “i segni dei tempi”, come direbbe Giorgio La Pira.  

Una sintesi delle problematiche affrontate dagli esperti intervenuti può essere espressa attraverso un cluster di parole chiave che è uno strumento iconografico sempre più usato nei resoconti giornalistici. Eccone alcune di quelle più ricorrenti nelle aule dell’Accademia Pontaniana: identità, incertezza, paura, inganno, simulazione, barbarie, educazione, vigilanza, disuguaglianza, pluralismo, merce e dono.

Parole che evocano i rischi di transizioni mal regolate, non gestite sulla base di valori fondamentali che vedono al centro l’uomo, la sua dignità e il diritto a realizzare la sua identità individuale e sociale. Di fronte all’accelerazione delle tecnologie digitali con la loro invasività e una natura che simula ciò che compone la sostanza dell’umano (intelligenza, memoria, comunicazione) si presentano pericoli con un’evidenza e una carica negativa impressionanti.

La pubblicistica e i flussi di informazione via social veicolano innumerevoli testi ispirati da entusiasti digitali che affermano, per fare un esempio, che con l’intelligenza artificiale potremmo scaricare il nostro cervello su un computer, cosa che ci permetterà di vivere anche quando il nostro supporto biologico non funzionerà più. O, al contrario, da pessimisti apocalittici, che ritengono che l’IA ci distruggerà, dal momento che occuperà tutti i posti di lavoro, in modo che gli esseri umani non sapranno più cosa fare delle proprie vite. Lo spauracchio affascinante e terrificante che periodicamente viene agitato da aspiranti scrittori di fantascienza preconizza che l’IA vorrà dominare sugli esseri umani. E’ del tutto sterile esercitarsi su visioni fantahorror con le macchine che ragionano e sottomettono i loro apprendisti stregoni. L’atteggiamento giusto è piuttosto quello “di individuare gli elementi apparentemente insignificanti con cui queste tecnologie si inseriscono nelle pieghe del vissuto(crf. Simone Natale, Macchine ingannevoli, Corriere della Sera).

Il  dibattito in corso rimane però estremamente polarizzato e non c’è da stupirsi. Siamo di fronte alla terza rivoluzione digitale in poco meno di 30 anni. Si fa fatica a razionalizzare il mutamento al quale assistiamo. Sollecitati tutti i giorni da annunci di soluzioni nuove e mirabolanti siamo disposti a credere a qualunque mutamento dichiarato imminente nella gestione della quotidianità, in un futuro non lontano. Ma saremo gli stessi?

La prima rivoluzione è stata  quella di Internet nella seconda metà degli anni 90: la nascita dell’archivio universale, un nuovo potentissimo strumento di gestione dei dati e delle regole della comunicazione. Da subito si pose l’interrogativo  sull’impatto di ciò che appariva un nuovo strumento più avanzato degli altri.  Nel gennaio 1997Henry Kissinger tenne una conferenza alla Bocconi di Milano. Era il momento dell’esplosione della rete, l’avvio della prima rivoluzione digitale.

Chi scrive era presente e si ricorda soprattutto di un passaggio del suo intervento: “Un giorno ho chiesto alla mia segretaria di portarmi il materiale documentario relativo a George Shulz. ‘Chi è George Shulz’? Mi chiese. Ma come chi è Shulz: è stato Segretario di Stato con Ronald Reagan, le dissi sorpreso. ‘Non importa, tanto ora guardo su Internet’. Ecco il pericolo, sentenziò indignato il professore che ha condizionato la politica estera americana per 40 anni: “alienare il proprio cervello a una macchina”. L’anno dopo, il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel pubblicò un voluminoso numero speciale intitolato “l’orrore dell’essere sempre raggiungibile” e dei cambiamenti che si verificavano nelle abitudini delle persone a causa della posta elettronica e dei telefoni cellulari. 

Fra il 2004 (Facebook) e il 2016 (TikTok) sono arrivati i social: prima come network, rete di utenti, e poi come media, in quanto non solo strumenti di interazione fra gruppi, ma anche canali di diffusione di informazioni di ogni genere e di ogni provenienza. Gradualmente, a partire dal primo IPhone di Jobs (2007), gli smartphone si sono trasformati in una protesi indispensabile per la vita di relazione e oggi sovrintendono alla maggior parte delle attività quotidiane. La seconda rivoluzione digitale.

Oggi la media pro capite di consultazione degli smartphone si aggira sulle 5 ore (circa la metà degli utenti) ma il 26% lo utilizza fino a 7 ore al giorno. Lo dice una ricerca di Counterpoint Research che ha condotto uno studio su 3.500 utenti in tutto il mondo. Il dato dice che – al netto delle otto ore medie che si trascorrono per dormire – una persona su quattro passa poco meno della metà della sua giornata davanti al device. Il più delle volte l’attivazione parte da un gesto automatico: guardo che ore sono e finisco per consultare social, posta e notizie.

Si tratta di un monitoraggio annuale che solleva legittimi interrogativi sugli effetti che questi apparecchi (il computer e lo smartphone), potenzialmente sostitutivi di funzioni primarie, come appunto la memoria, provocano alla persona umana in tutte le sue componenti: fisica, psicologica e intellettiva. Un’azienda californiana di telecomunicazioni ha chiesto a un gruppo di esperti di immaginare le mutazioni che  il corpo umano potrebbe subire alla fine di questo millennio a causa delle spinte evolutive prodotte dall’uso dei device digitali. Ne è venuto fuori uno strano alieno: Mindy. Mano destra (la sinistra per i mancini) ad artiglio, postura gobba, perdita di diversi centimetri in altezza, cranio più spesso, ma contenente un cervello più piccolo. Potrebbe anche formarsi una terza palpebra ‘laterale’.

Ogni volta che chattiamo, controlliamo la posta elettronica, navighiamo su internet o utilizziamo i social tendiamo ad assumere posizioni innaturali rispetto all’equilibrio dell’apparato muscolo-scheletrico con la conseguenza che i pesi del corpo vanno a distribuirsi in un modo scorretto. Su questa falsariga c’è anche chi ha inventato il nome per una patologia: “Tech neck”  collo tecnologico. Ma anche spalle, schiena e persino il bacino possono essere colpiti a causa di posture sbagliate. Al limite estremo, dicono alcuni, il cervello potrebbe rattrappirsi per le sempre minori prestazioni che gli chiediamo. Intendiamoci bene: sono studi tutt’altro che decisivi, ma hanno il buon effetto di consigliare esercizi fisici e comportamenti che possono ridurre i rischi

Proseguono anche le ricerche scientifiche sugli effetti che i dispositivi tecnologici producono sul piano psico-affettivo, in particolare per quanto riguarda gli adolescenti. Se per molti di loro stare in rete, scambiarsi contenuti e messaggi, può essere un elemento di fuoriuscita dall’isolamento con la possibilità di condividere i loro interessi, per altri può rappresentare una sorgente di ansia: la loro identità in formazione è sottoposta, istantaneamente, all’approvazione o al rifiuto di un pubblico potenzialmente smisurato. Nei bambini, poi, è stato dimostrati che l’eccessivo uso dei social ingenera sindrome ansioso depressiva e disturbi del sonno. L’aumento dell’ansia, in un ambiente di vita già molto ansiogeno, vale comunque anche per gli adulti.  Gli esperti chiamano nomofobia (da no mobile phone phobia) la paura di restare senza il telefono. Una sorta di allarme permanente diventato una parte strutturale dell’esistenza quotidiana. Ci sono ancora effetti che riguardano la lettura dei contenuti. Le notifiche push incessanti sfruttano gli impulsi umani e obbligano a spostare costantemente l’attenzione provocando una reazione emotiva. I messaggi che vengono compulsivamente consultati bloccano la focalizzazione dell’attenzione, facendo saltare i passaggi del ragionamento. 

Non c’è pertanto da meravigliarsi che nella cultura popolare sia tornata di moda la parola zombie, “i morti viventi” di una serie cinematografica horror. Lo“zombie walk” definisce l’andatura che si ha  quando si consulta lo smartphone camminando, ossia “molto lenta, incerta e sbilenca, con passi corti e frequenti inciampi”  con il pericolo concreto di cadere o sbattere contro oggetti. “Siamo tutti zombie col telefono in mano”, canta Ghali in “Casa Mia”, la canzone arrivata terza al Festival di Sanremo 2024.

Quali potrebbero essere gli antidoti al rischio di diventare “zombie walker”? Trattenersi per esempio dal chattare o guardare video mentre si cammina, a meno che non sia strettamente necessario. La dice lunga il fatto che i grandi CEO che hanno inventato i social media sono molto prudenti nel farli usare dai propri figli. Ci sono poi applicazioni per lo smartphone che misurano il tempo passato a consultarlo, anche se suscita qualche perplessità il fatto che app inserite dai costruttori nei software possano avere un risultato diverso da quello di raccogliere ancora e sempre dati personali. Il modo più semplice sarebbe quello di allontanarci dal dispositivo per lunghi periodi di tempo. Ma è difficile farlo in una situazione nella quale è diventato elemento fondamentale della propria organizzazione di vita.

Alla terza rivoluzione digitale abbiamo già accennato parlando del contrasto fra apocalittici e ottimisti: l’affermarsi dell’intelligenza artificiale generativa. Dice lo psicanalista lacaniano Panayiotis Kantzas: “Stiamo costruendo un’umanità strutturalmente diversa, con un cervello che funziona in modo diverso da quella precedente. Guardiamo alla dimensione della nostra vita online: spesa alimentare, conti in banca, lavoro, amori sono ormai online. Le nostre città stesse sono ormai online. Abbiamo perso gran parte della vita reale”. Se il nostro cervello muta, perdendo capacità in nome di un’IA sempre più invasiva e capace di scegliere, continua, ma non dotata, per struttura propria, di etica, estetica e creatività, “non solo nascerà un’umanità totalmente diversa da quella che ha vissuto su questo pianeta fino ad ora, ma per questa nuova umanità sarà sempre più difficile, a furia di delegare, operare la scelta. Ovvero, dar luogo al libero arbitrio”.

Kantzas mette in evidenza il nodo principale collegato con il tumultuoso progredire dell’intelligenza artificiale: gli effetti sul libero arbitrio e sull’autodeterminazione dell’individuo. Secondo lo storico israeliano Yuval Noah Harari, l’autore di “Homo Deus”, uno dei più autorevoli futurologi, siamo diventati “animali hackerabili”, governati da algoritmi che “ci conoscono meglio di quanto conosciamo noi stessi”. Un tempo si parlava di uomo eterodiretto, oggi il concetto è diventato ancora più forte, perché va a incidere direttamente sull’individuo, utilizzandone e sfruttandone caratteristiche e sentimenti. In altre parole la persona diventa una variabile del mondo digitale del quale si illude di avere il controllo. Si trova, invece, inerme di fronte alle possibili (e inevitabili) manipolazioni di chi realmente è padrone di quelle tecnologie.

Il libero arbitrio si fonda, tra l’altro, sulla possibilità di poter contare su una corretta informazione per poter assumere le decisioni. Anche questo è un punto cruciale. Il problema dell’informazione viene indicato con la parola fake-news: una notizia non vera o parzialmente vera o manipolata che il sistema dei social media è in grado di diffondere in tempo reale a milioni di utenti. Uno dei pericolosi portati della trasformazione digitale è quello di attribuire lo stesso valore a qualunque frammento di discorso venga diffuso attraverso i social media e le reti multimediali. Il fenomeno si chiama Infodemia: narrazioni autoreferenziali cioè non documentate dai fatti possono guidare i comportamenti dei cittadini dal punto di vista sanitario, politico ed economico.

Un’indagine recente del Censis su “Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell’informazione alla prova dell’Intelligenza Artificiale”, presentato a Roma al Senato) ha messo in evidenza che il 76,5% degli italiani si sente indifeso di fronte alle fake-news. E’ nello stesso tempo un dato preoccupante e un segnale positivo, perché porsi il problema è già un buon inizio per affrontarlo. Uno degli aspetti più importanti che emerge dal rapporto è che gli italiani si stanno rendendo conto del valore delle notizie vere e del disvalore che hanno le fake-news: “Prima la pandemia seguita dal conflitto russo ucraino ci hanno fatto capire quanto sia fondamentale comunicare notizie in maniera rigorosa e irreprensibile. Inoltre, dobbiamo lavorare affinché l’Intelligenza Artificiale sia di supporto al lavoro umano e giornalistico ma non diventi un sostituto”.  Si tende a fare proprie informazioni con una velocità che impedisce l’esercizio dello spirito critico, del dubbio anche perché subito dopo l’acquisizione di una informazione ne segue un’altra altrettanto puntata a solleticare il sistema di valori e gli interessi di chi la riceve.

Allora, come accompagnare e gestire la terza rivoluzione digitale, tenendo comunque conto che la presa d’atto sempre più diffusa dei rischi ha già prodotto interventi regolatori importanti come quello dell’Unione europea e la messa a punto di correzioni e soluzioni digitali da parte dei Big Tech, i grandi produttori internazionali?
Occorre innanzitutto esercitare quella che il professor Emiliano Grimaldi nel corso del convegno di Napoli ha definito “vigilanza epistemica”: vigilare con attenzione su ciò che accade al nostra corpo e alla nostra psiche, nel momento i cui ci adattiamo all’uso di nuovi strumenti, nuove soluzioni, nuove applicazioni. E questo dovrebbe diventare non solo il compito degli organismi e delle agenzie governativi, ma anche “un principio di precauzione” che ognuno dovrebbe fare proprio. Utilizzarlo come un radar sempre acceso nella navigazione quotidiana. Rafforzandolo con un “principio del disinganno” vale a dire tenere sempre acceso il dubbio critico  pensando che siamo esposti ogni momento all’imitazione e alla simulazione dell’umano – vedi chabot, dialoghi con un interlocutore macchina che si limita a imitare linguaggi, espressioni e toni tratti dall’infinito archivio delle comunicazioni umane diventati linguaggio numerico – e attraverso questo filtro metodologico gestire tutto quanto passa attraverso la tecnologia a disposizione di ciascuno.

“Le tecnologie più sofisticate ci richiedono di tenere il passo e diventare noi sempre più sofisticati” (Simone Natale, cit.),  e per farlo ovviamente non è possibile “uscirne da soli”, ma occorre una consapevolezza collettiva che parte da precisi programmi di formazione, in primo luogo in tutti i livelli scolastici e nei programmi di formazione.

Suggerisco di entrare nella Cappella Sansevero di Napoli e, dopo aver contemplato il meraviglioso Cristo Velato, soffermarsi sul percorso iniziatico suggerito dal fantasioso principe Raimondo. Si parte dall’allegoria dell’Educazione, la conoscenza, si attraversa la Sincerità, cioè la disposizione aperta e onesta della mente, per arrivare al Disinganno, la liberazione della mente da tutte le trappole del pregiudizio, dell’ipocrisia e dell’interesse, nonché dai simulacri di umanità che le nuove tecnologie mettono in mano a malintenzionati di tutte le specie.

L’articolo è contenuto nel numero 555-556 della rivista Testimonianze dal titolo “Nell’età dei cittadini del mondo” .

In foto “Il disinganno”, scultura nella Cappella Sansevero di Napoli

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