Governo e giustizia: tocca alla magistratura salire sulla giostra delle riforme

Il 29 maggio la presentazione al CDM del ddl sulla separazione delle carriere

Altro giro, altra corsa. Tocca a Forza Italia salire sulla giostra delle riforme costituzionali spingendo quella della giustizia fino alla separazione delle carriere.  Silvio Berlusconi ne fece non solo una bandiera politica ma il marchio di fabbrica, la ragione sociale del suo partito e ora, dopo 30 anni di tentativi mai riusciti fino in fondo, il risultato è a portata di mano. Sfruttando lo spirito dei tempi e la disinvoltura con cui si pensa di poter mettere mano alla Costituzione, i forzisti al governo ingoiano premierato e autonomia differenziata ma vanno all’incasso sulla giustizia mettendo la ‘riforma epocale’, come la chiamavano ad Arcore, nelle mani di un ex magistrato.

Ironia della sorte. Il ministro Carlo Nordio non si sottrae, ha dimostrato qualche timidezza davanti  all’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati dove ha giurato e rigiurato che l’indipendenza della magistratura è un dogma intoccabile, ma con le elezioni europee alle porte  Forza Italia stringe, vuole almeno una data da agitare per la fine della campagna elettorale. Ed eccoli serviti: “Nei prossimi giorni- ha detto il ministro nell’ultimo question time alla Camera- vedrete la presentazione al Consiglio dei ministri del disegno di legge sulla separazione delle carriere, che conterrà anche riforme su composizione e criterio di elezione del Consiglio Superiore della Magistratura”.

La data fatidica dovrebbe essere il 29 maggio. I contenuti di massima sono ampiamente noti e suggellati da un accordo di maggioranza, dopo un vertice a Palazzo Chigi che ha dato l’ok alla separazione delle carriere fra magistrati requirenti e giudicanti, con distinti concorsi di accesso, e distinti CSM, con aumento del numero dei membri laici e sorteggio dei togati. Pare invece esclusa ad oggi la nomina governativa dei componenti laici che pure era stata ventilata. Sarebbe stato un debordare dell’esecutivo sugli altri poteri dello Stato, troppo perfino per molti esponenti della maggioranza, come è sembrato troppo anche togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, mettendo sostanzialmente nelle mani del Parlamento la scelta di cosa e in che tempi  condurre le indagini. Troppo anche per Giorgia Meloni che ha stoppato l’ipotesi e troppo anche per la leghista Giulia Bongiorno che si è detta contrarissima a modificare l’art 112 della Costituzione sull’obbligatorietà dell’azione penale. Ma per i magistrati e per le opposizioni il ‘troppo’ è tutto il  disegno di legge governativo che approda in Cdm, da respingere in toto, senza mediazione di sorta.

L’Associazione Nazionale Magistrati, chiudendo il proprio Congresso a Palermo ribadisce “la propria intransigente contrarietà alla separazione delle carriere e al complessivo indebolimento del CSM che ne costituiscono il contenuto principale”. E dà man forte anche l’associazione europea dei giudici, che considera la riforma della Giustizia Meloni-Nordio “un grave attacco all’indipendenza della magistratura , una minaccia “all’attuale equilibrio dei poteri esistente in Italia, in contrasto con gli standard europei”.

 Quindi, ammesso che vada in porto, anche sulla riforma della Giustizia probabilmente si arriverà al referendum chiamando in causa i cittadini. Giorgia Meloni rischia tutto ma punta molto sulle riforme  costituzionali, vuole arrivare dove neanche Berlusconi riuscì: la ‘riforma epocale’ che è stata l’ispiratrice di quella attuale (la ricalca quasi fedelmente), era pronta all’Aula ma cadde nel 2011 con il suo governo. E a sua volta il Cavaliere si diceva fosse  ispirato  dal Piano di rinascita di Licio Gelli, che invocava la separazione delle carriere. Una battaglia storica, sempre agitata, soprattutto in tempi di crisi della politica, di questioni morali che bruciano e chiamano in causa la magistratura dilatandone di fatto il potere.  

Niente di nuovo quindi, ma oggi si teme di più, le altre riforme costituzionali e l’inchiesta giudiziaria che infiamma la Liguria con l’arresto del presidente della Regione Giovanni Toti, soffiano sull’insofferenza dei politici nei confronti della magistratura. A destra addirittura si rilancia con la richiesta, da parte della Lega, di introdurre nella riforma anche la responsabilità civile dei magistrati, cosa che, al momento sembra esclusa.

Per qualcuno comunque, che pure la auspica, la separazione delle carriere è solo manfrina elettorale che “fa apparire un ddl governativo dagli effetti dilatori come una riforma costituzionale fatta e finita. E’ Enrico Costa, deputato di Azione, che spiega: “Dopo più di un anno di lavoro in Parlamento, 35 audizioni, 14 sedute dedicate alle proposte parlamentari, il Governo presenta il suo testo. Così tutto dovrà ricominciare ed in questa legislatura sarà impossibile concludere l’iter”. In effetti in Parlamento ci sono ben tre progetti di legge che richiamano quello di iniziativa popolare presentato nella scorsa legislatura, che a sua volta richiamava il ddl Berlusconi, tutti intenti a smontare il Titolo IV della Costituzione, separando le carriere e stravolgendo il Csm.

Insomma, ci sono una montagna di carte parlamentari sulla riforma della Giustizia, mai portata in fondo. Al punto più estremo si era spinta l’ex ministra Marta Cartabia che ha posto molte restrizioni al passaggio di funzioni da requirente a giudicante, possibile una sola volta ed emigrando in altro distretto. Ci furono proteste, scioperi dei magistrati, eppure ci si avvicinava solo lontanamente agli intenti di oggi.  Soprattutto c’è stato un referendum sulla giustizia, disertato dai cittadini che non hanno neanche fatto raggiungere il quorum.

Oggi altro clima, altra corsa, nuove inchieste, e si riprova a demonizzare i magistrati. Gherardo Colombo, ex pm di Mani Pulite, la spiega così:  “Io credo che l’insofferenza in particolare dell’esecutivo nei confronti del controllo giurisdizionale sia abbastanza costante e che abbia le sue ragioni storiche. La magistratura ha iniziato a occuparsi dei reati che riguardano il potere abbastanza tardi, perché fino agli anni Settanta ciò non avveniva, e infatti il rapporto era idilliaco. Poi, però, quando le toghe hanno iniziato ad applicare il principio costituzionale secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, le insofferenze sono diventate costanti”.

Un allarme più attuale lo stesso  Colombo lo lancia proprio nel merito della riforma di oggi: “La completa separazione delle carriere, l’istituzione di due Csm separati, la sottrazione del potere disciplinare all’organo di autogoverno, a mio parere mettono a rischio la coerenza dell’intero sistema costituzionale, basato sul riconoscimento della dignità di ogni persona e sulla conseguente uguaglianza di tutti davanti alla legge”.

Aggiungendo il premierato e l’autonomia differenziata, le altre due bandiere costituzionali già all’esame del Parlamento, il sistema costituzionale non solo diventa incoerente come paventato da Colombo, ma approda ad un nuovo equilibrio tutto sbilanciato a favore dell’esecutivo.

Le opposizioni fanno quadrato contro questo disegno e la sua declinazione nel “pactum sceleris” denunciato dal leader del M5S Giuseppe Conte, “un compromesso di potere” per cui “ciascuna delle forze di maggioranza ha individuato un pilastro della Costituzione da riscrivere con il risultato  complessivo di stravolgere le fondamenta stesse su cui è stata eretta la nostra architettura costituzionale”.

Stessi toni da Elly Schlein che, al congresso dell’Anm, ha detto: “Non possiamo fare a meno di constatare come questo disegno” di riforma della giustizia “si inserisca in un mosaico di scelte e dichiarazioni che celano il retropensiero del governo: una certa insofferenza verso l’equilibrio dei poteri e l’attuale assetto costituzionale”.

E’ il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ex magistrato e noto per la sua moderazione che, perdendo il suo consueto aplomb, risponde all’alzata di scudi, con altrettanta veemenza: “Leggo o ascolto allarmi sulla tenuta dello stato di diritto solo perché stiamo promuovendo la separazione delle carriere. Allargo le braccia perché ogni volta che la si nomina, la slide è quella dei cavalieri dell’Apocalisse. Succede la fine del mondo. Mi chiedo se la replica non sia l’indicazione di qualche bravo psicologo che sia paziente e ben attrezzato”.

Fra toni apocalittici e insulti , con questa polarizzazione degli schieramenti, si è totalmente disperso il senso, il merito di cui si discute. Con poche parole ci prova una giovane pm, Valentina Maisto, a spiegare come stanno le cose. Non bisogna smettere – scrive su ‘Questione giustizia’- di sottolineare “l’erroneità dell’idea che il pubblico ministero sia portatore di un interesse di parte; o meglio, egli è portatore di un interesse pubblico che non è simmetrico a nessun interesse delle parti private. La magistratura è uno dei poteri dello Stato e il pubblico ministero, quale parte della magistratura, rappresenta lo Stato”, non l’accusa in particolare. Quindi, al netto di ogni accanimento vero o presunto, non è raro che un pm chieda l’archiviazione di indagini da lui stesso promosse perché non riscontra poi prove sufficienti per chiedere il rinvio a giudizio.

Ma sono sottigliezze formali, secondo gli appassionati di Perry Mason, che vogliono accusa e difesa sullo stesso piano, in un agone processuale che ha sicuramente poco a che fare con lo spirito della nostra Costituzione.

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