Il governo ostenta come un fiore all’occhiello la riforma della giustizia, che prevede tra le caratteristiche salienti l’introduzione della separazione delle carriere, il sorteggio per l’elezione dei membri del CSM, e introduce i test psico-attitudinali per gli aspiranti magistrati. Mentre la compagine governativa festeggia in memoria di Silvio Berlusconi, famoso più per le leggi ad personam che per l’imparzialità della giustizia, l’opposizione grida al complotto, rispolverando il vecchio armamentario, ormai logoro, del Piano di Rinascita Democratica di piduista memoria. Logoro perché alcune riforme auspicate da Gelli e sodali, come la semplificazione della rappresentanza, il potenziamento dell’esecutivo, sono state fatte proprie dalle forze che, in mancanza di argomenti e di progetti, si rifugiano nella mistica dei poteri occulti.
La sfera giudiziaria, sin da quando Montesquieu teorizzò la separazione dei poteri, rappresenta un punto nevralgico del funzionamento dello Stato di diritto. Come debba funzionare, senza tracimare al di fuori degli ambiti a lei preposti, deve essere necessariamente oggetto di dibattito pubblico. Inoltre, dal momento che riguarda direttamente la vita democratica e la tutela delle libertà civili, ogni riforma intrapresa non può prescindere da un consenso ampio, che coinvolga anche l’opposizione. In ogni caso, per affrontare i problemi insiti nella riforma governativa, è necessario discuterne analizzando una pluralità di aspetti.
Che l’ordinamento giudiziario italiano, rispetto a quello degli altri sistemi democratici, costituisca un’anomalia, costituisce un dato incontestabile. I Padri Costituenti, per ovviare alle falle che si aprirono durante il regime fascista, con la magistratura facilmente addomesticabile alle direttive del regime, pensarono a un disegno che non aveva avuto precedenti nel costituzionalismo moderno. Con l’istituzione del CSM, indipendente dall’esecutivo, e la sovrapposizione tra funzione giudicante e requirente, provarono a porre il terzo potere dello Stato al riparo da ogni tentativo di egemonia politica. A lungo termine, la scommessa dei Costituenti, si dimostrò vinta, ma denotò altresì la presenza di gravi lacune.
La cosiddetta democrazia bloccata, che caratterizzò l’Italia fino al 1992, trovò il suo contrappeso proprio nella magistratura, che arrivò ad esercitare, nel corso degli anni, quello che presto venne definito come il ruolo suppletivo, che colmava i vuoti a livello politico. Diritti come l’aborto, il divorzio, il licenziamento per giusta causa, la parità di genere, sono figli di decisioni della magistratura che evidenziavano come, situazioni di fatto, non venivano normate dalla sfera politica. Inoltre, l’inerzia più o meno colpevole della politica nei confronti di fatti eclatanti, come le Stragi di Stato, lasciò ulteriore spazio a quei magistrati che indagavano sulle bombe, e che per primi scoprirono le connessioni tra neofascisti, pezzi deviati degli apparati di sicurezza, attori che lavoravano per potenze straniere, spesso coperte dalla cosiddetta Ragion di Stato.
Nel corso dei decenni, il terzo potere dello Stato, è stato individuato da settori consistenti dell’opinione pubblica italiana come l’interlocutore principe di chi voleva adoperarsi per correggere le storture del nostro Paese, come la corruzione, la criminalità organizzata, lo stragismo. Alcune forze politiche, a cominciare dall’ex PCI, finirono per dare una sponda al ruolo suppletivo dei giudici, per ricavarsi uno spazio che veniva loro negato a livello esecutivo. Dal caso 7 aprile al caso Sofri, fu evidente la spinta che arrivò da Botteghe Oscure in appoggio all’opera di giudici e magistrati nelle loro indagini nei confronti delle formazioni extraparlamentari vecchie e nuove. La questione morale posta da Enrico Berlinguer rafforzò ulteriormente la magistratura, vista come l’alfiere della politica pulita. Si sviluppò una costruzione sociale e politica che raggiunse il suo culmine in Tangentopoli, e fornì l’humus per la germinazione di forze politiche giustizialiste, come il Movimento 5 Stelle.
Inoltre, la magistratura, operava, fino al 1988, all’interno di un codice di procedura penale di tipo inquisitorio, dove l’imputato non gode della presunzione di innocenza, ma è chiamato a smantellare le accuse che gli vengono mosse. Si tratta di una differenza cruciale rispetto ad altri paesi, come l’Inghilterra, dove l’innocenza fino a prova contraria, il valore primario attribuito alle prove empiriche, costituiscono un argine sostanziale all’ineluttabilità delle accuse. Fu proprio all’interno del sistema inquisitorio che ebbe luogo la mostruosità giudiziaria del 7 aprile e che Enzo Tortora venne distrutto moralmente e fisicamente.
In realtà, il problema è rappresentato dal fatto che, il superamento del sistema inquisitorio, non ha marciato di pari passo al tramonto della cultura inquisitoria, che ancora pervade la magistratura italiana. Così Cosima Serrano e Sabrina Missieri, giudicate colpevoli del delitto di Avetrana, marciscono all’ergastolo sulla base di una coerenza logica e senza uno straccio di prova empirica a loro carico. La procura di Torino ha emesso mandati di cattura contro i NO-TAV rispolverando le accuse di terrorismo, si tiene Alfredo Cospito al 41 bis sulla base dell’assunto che il corpo è un’arma (sic!).
Tuttavia, alla compagine governativa in carica, del superamento della cultura inquisitoria, non sembra importare molto. Basta vedere come nel DDL sicurezza si siano riallacciati proprio alla suddetta “Norma Anti-Gandhi” relativa al caso Cospito, per espandersi fino a criminalizzare la resistenza passiva, le occupazioni di case, i blocchi stradali, e aumentando le pene. Basti pensare al decreto anti-rave, ovvero una surrettizia re-introduzione del reato di adunata sediziosa di mussoliniana memoria, o del decreto Caivano, che smantella nei fatti uno dei migliori sistemi penali minorili d’Europa. O al progetto di introdurre il reato di gestazione per altri. In altre parole, la riforma della magistratura promossa dal governo Meloni, non guarda nella direzione della tutela dei diritti dei cittadini, che dovrebbero avere la priorità.
Una riforma della giustizia degna di tal nome, dovrebbe lavorare sulla decriminalizzazione dei reati minori, del possesso e del consumo di sostanze, dell’immigrazione clandestina, che costituiscono la causa principale di quel sovraffollamento della carceri all’interno del quale allignano i suicidi. Un’altra priorità sarebbe quella di dotare i tribunali di interpreti, di mediatori culturali, di adeguato sostegno alla difesa di quegli imputati, spesso migranti, condannati per mancanza di un’assistenza legale adeguata. Si dovrebbe assumere nuovo personale e procedere con l’informatizzazione per efficientare la macchina giudiziaria.
Di tutto questo, nella riforma della giustizia, non si trova la minima traccia. Semmai troviamo l’idea propagandistica dei test psico-attitudinali, che potrebbe aprire un precedente pericoloso anche per altri ruoli pubblici e scremare la macchina dello Stato da personale giudicato disorganico nei confronti del governo. Ecco la vera cifra della riforma della magistratura: aumentare le prerogative dell’esecutivo, restringere i diritti dei cittadini. Non è quello che ci serve. E’ il caso di opporsi. Purché la mobilitazione sortisca l’occasione per affrontare la questione del superamento della cultura inquisitoria.