Nelle prossime ore è atteso l’incontro ristretto dei ministri del governo di Netanyahu sulla possibilità di applicare la sovranità israeliana a parti della Cisgiordania. Meeting che era in agenda da giorni ma che è già stato rimandato più volte. Domenica scorsa la radio dell’esercito ha riportato la notizia che Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir spingerebbero per la piena annessione dei territori palestinesi della West Bank.
Bibi prende tempo, non convinto che l’amministrazione Trump, informata, approvi anche solo “tacitamente” tale forzatura. E sia pronta a scendere in sua difesa davanti alla reazione internazionale che si innescherebbe. In una partita destinata a movimentare la prossima Assemblea Generale dell’ONU. Segnata dal crescente fronte favorevole al riconoscimento dello stato palestinese. Passo compiuto nel 2024 da Norvegia, Spagna e Irlanda. E a breve da Belgio, Francia e Regno Unito, trascinando con loro Australia, Canada, Portogallo e Malta. Emerge quindi sul piano geopolitico un sostanzioso allargamento della sfera di isolamento ad Israele, in forma di minaccia delle relazioni internazionali, che prefigura l’introduzione dello strumento delle sanzioni. Sintesi di un approccio contemporaneo critico alla gestione del conflitto nella Striscia di Gaza. Al contempo però ci troviamo difronte ad uno sforzo diplomatico che rischia di essere minimo, tardivo: ipocrita.
Quante parole al vento, e opportunità sprecate, nel dirimere il conflitto israelopalestinese. Di “pace” e diritti si faceva cenno genericamente nel 1980, nella Dichiarazione di Venezia del Consiglio europeo. A Madrid era il 1991, e si entrava direttamente nella sostanza del problema. Speranza ad Oslo, 1993, e nelle successive appendici fino al 1995. In cronologia anche il memorandum di Wye River dell’ottobre 1998 e Sharm el-Sheikh il 4 settembre 1999. Poi a Camp David nel luglio 2000 e Taba nel 2001. Del 2002 la proposta del Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Russia e Nazioni Unite) di road map in tre fasi e la nuova linea abbracciata dalla Lega Araba. È del 2003 invece l’iniziativa di Ginevra, negoziazione a titolo privato tra intellettuali di spicco ed esponenti politici. La conferenza di Annapolis si tenne nel 2007, e dopo calò il gelo nel processo di dialogo. Infine, gli Accordi di Abramo quando correva l’anno 2020, dove, fu un errore, non era presente la controparte palestinese. Un lungo elenco di fallimenti. Esercizi se non inutili, inefficaci.
Dopo un secolo di dibattito sul paradigma della partizione prima tra ebrei e arabi, poi tra israeliani e palestinesi, oggi ci troviamo ancora al punto di partenza. Ma con condizioni “geografiche” alterate nel corso del tempo. Al punto che continuare a parlare di soluzione a due Stati per due popoli suona alquanto utopistico se non addirittura fuori dalla realtà. Alaa Salama dalle pagine del magazine +972: “Israele ha da tempo chiarito che non accetterà mai uno Stato palestinese. Aggrapparsi alla soluzione dei due Stati è una manipolazione mentale su larga scala, e ci ha portato solo disperazione. Ora, più che mai, i gesti simbolici sono peggio che inutili”. La richiesta del giornalista e attivista: “Porre fine al genocidio, sanzionare il colpevole, isolare il sistema dell’apartheid… È il minimo indispensabile per la giustizia”. La triste conclusione di Salama: “È assurdo continuare a sostenere una soluzione a due Stati come compromesso ragionevole o pratico”. A questo giudizio si contrappone il pensiero di chi tiene la porta aperta ad una intesa, come punto di arrivo necessario ma non definitivo, non negando che si possa approdare a successive forme statuarie: federazione, confederazione o stato binazionale. Senza allungare ancora l’inazione perpetua. Imbrigliata dall’attuale classe politica.
Il pacifista palestinese Aziz Abu Sara ha recentemente scritto: “Gli estremisti spesso dettano la politica, modellano i governi e commettono crimini di guerra, anche senza essere la maggioranza. Per affrontarli, dobbiamo essere orientati all’azione: stabilire parametri di riferimento chiari, ridefinire le politiche dei governi e rifiutarci di limitarci solo a reagire alle loro provocazioni. Ciò che conta è avere una visione, guidare il cambiamento e spingere incessantemente per renderla reale”. Ovviamente la spinta movimentista auspicata da Abu Sara è un appello simmetrico, vale per gli uni e per gli altri. Ultimo argine per evitare che nelle prossime elezioni vinca Netanyahu o il partito di Hamas.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
In foto gli accordi di Abramo