Il fuoco non è mai cessato per i palestinesi di Gaza, su cui rischiamo di chiudere gli occhi, distrattamente. L’accordo di tregua firmato lo scorso ottobre avrebbe dovuto fermare le ostilità, facilitare gli aiuti umanitari e allentare le restrizioni alla mobilità. Invece, da allora, Israele ha ucciso quasi mille palestinesi, ferendone più di tremila. Limitando i soccorsi e l’ingresso di aiuti. Dall’inizio di maggio stiamo assistendo ad una escalation di attacchi aerei israeliani all’enclave. Mentre l’IDF muove sul campo per conquistare più terreno. Non è un caso isolato quanto accaduto tre settimane fa, quando il bombardamento di una tenda nel quartiere Al-Jawazat, nella parte occidentale di Gaza, ha provocato la morte di sette persone. Tra questi Maryam Qadoum di soli 8 anni.
Dramma che continua in Cisgiordania, con i palestinesi inermi di fronte all’aggressione sistemica dei coloni. E stretti in quelle piaghe che il giornalista Michele Giorgio declina nei suoi reportage, in povertà e disoccupazione. Secondo la Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi (GFPTU) Israele dal 2024 ha ucciso più di 50 palestinesi in cerca di lavoro, che tentavano di attraversare il muro che è una vera e propria “barriera di separazione”, senza permesso. Centinaia di altri – almeno 290 secondo l’ONU – sono rimasti feriti. Assaf Adiv, direttore esecutivo del centro di sviluppo Ma’an, spiega: “Questo aumento degli omicidi riflette principalmente la crescita dei tentativi di attraversamento causati dalla disperazione economica. Quasi un terzo dei palestinesi in Cisgiordania è attualmente disoccupato, in gran parte a causa del fatto che Israele ha vietato a 150mila persone con permessi di lavoro di entrare nel paese dopo il 7 ottobre. Allo stesso tempo centinaia di migliaia sono coloro che nel settore pubblico sono rimasti mesi senza ricevere lo stipendio. Con Israele che continua a trattenere oltre 4,5 miliardi di dollari di entrate fiscali dell’Autorità Palestinese”.
Fondi non erogati a parte, il declino dell’Autorità nazionale palestinese ha un nome Fatah, e un cognome Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen. Dal 2005, anno delle elezioni presidenziali, Mahmoud Abbas domina la scena politica palestinese, consolidando nell’arco del tempo un apparato di regime e aprendo un duro confronto con Hamas. Spaccatura che indebolirà non poco il percorso democratico e la tenuta sociale di un popolo sotto occupazione e vittima di genocidio. Il mandato del successore di Arafat è scaduto l’8 gennaio del 2009. In oltre 20 anni di potere non ha saputo implementare nessuna strategia, colpa ovviamente anche della controparte israeliana, per raggiungere la nascita di uno stato indipendente. Ancora oggi è completamente assente un chiaro indirizzo per il riconoscimento del popolo che guida, fatta eccezione per il tentativo di diventare uno stato membro delle Nazioni Unite. Dove a prevalere è il veto, ovviamente statunitense.
La corruzione dilagante, il nepotismo e la mancanza di un programma politico che rappresenti le aspirazioni nazionali hanno prodotto l’erosione costante dell’organo fondante, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Seif Da’na docente di studi internazionali presso la Wisconsin-Parkside University annota: “ L’accordo di Oslo preparò le basi per la fine dell’OLP, sia come struttura che come manifesto, avviando un conflitto all’interno dell’OLP tra i burocrati collegati alla nuova classe dirigente e le figure che professavano ideali, liberazione e indipendenza. Questa rivalità inevitabile si è intensificata man mano che l’Autorità Palestinese ha gradualmente sostituito l’OLP come struttura politica e la natura della questione palestinese è stata significativamente ridefinita”.
Il cardine è effettivamente uscito dal tavolo della diplomazia internazionale, passato in secondo ordine, magari persino ultimo, nell’informazione. Almeno fino alla tragica data del massacro del 7 ottobre 2023. Poi la dinamica della vendetta israeliana ha prodotto un nuovo sostegno globale ai diritti dei palestinesi, e le responsabilità per i crimini di guerra a Gaza hanno aperto una nuova pagina di cronaca nera. Di cui siamo testimoni. Sebbene il 7 ottobre indichi chiaramente il fallimento ideologico di Hamas, che ha comportato enormi e drammatiche conseguenze per tutti i palestinesi, la leadership di Abu Mazen non è apparsa in grado di trasformarsi, e risolvere quella carenza politica che ormai è strutturata in “emergenza nazionale”. Abu Mazen ha recentemente annunciato che le prossime elezioni si terranno nel 2027, promessa che altre volte in passato non è stata mantenuta. Se realmente dovessero svolgersi in maniera trasparente e democratica potrebbero innescare un cataclisma: la fine di una era che è già preistoria.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
In foto Abu Mazen