Da quando l’intelligenza artificiale ha iniziato a entrare stabilmente nelle applicazioni militari, si è diffusa l’idea che questa tecnologia possa aumentare il divario tra gli Stati. La guerra in Ucraina, le operazioni israeliane a Gaza e il recente confronto tra Stati Uniti e Iran mostrano che l’intelligenza artificiale non sostituisce la superiorità industriale e tecnologica già esistente. Al contrario, tende a rafforzarla. Gli algoritmi producono risultati tanto migliori quanto più possono contare su una rete di satelliti, droni, sensori, banche dati, capacità di calcolo e sistemi d’arma già estremamente sviluppati.
Un esempio significativo arriva dagli Stati Uniti. Durante il conflitto con l’Iran, il Pentagono ha utilizzato su larga scala il Maven Smart System, sviluppato da Palantir, per accelerare il processo di individuazione e gestione degli obiettivi. Nella prima settimana delle operazioni gli Stati Uniti hanno dichiarato di avere colpito oltre 3.000 bersagli; al termine dei trentotto giorni di guerra il numero era salito a circa 13.000 (Pentagono). Parallelamente, l’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale è cresciuto fino a elaborare circa 20 miliardi di token al giorno, con un incremento del 4.425% rispetto al periodo precedente (Palantir/Pentagono). Un token è una piccola unità di informazione elaborata dai modelli linguistici: una normale conversazione con un chatbot ne utilizza alcune migliaia, mentre il Pentagono, durante il conflitto, ne elaborava ogni giorno miliardi per analizzare immagini satellitari, video dei droni, intercettazioni e dati provenienti dal teatro operativo.
Questi numeri non significano che sia stata l’intelligenza artificiale a decidere autonomamente gli attacchi. Indicano piuttosto che una parte crescente del lavoro di raccolta, organizzazione e analisi delle informazioni è stata affidata agli algoritmi, riducendo il tempo necessario per passare dall’identificazione di un obiettivo alla decisione operativa.
L’intelligenza artificiale, quindi, non sostituisce gli apparati militari. Li rende più efficienti, a condizione che esistano già.
Per comprendere questa trasformazione è utile spostare l’attenzione dall’algoritmo all’ecosistema tecnologico che lo rende possibile. La superiorità militare del prossimo decennio non dipenderà soltanto dalla disponibilità di modelli di IA, ma dalla capacità di controllare contemporaneamente almeno quattro grandi filiere industriali.
La prima riguarda i semiconduttori avanzati, indispensabili per addestrare ed eseguire i modelli di intelligenza artificiale. Oggi il mercato è dominato dai processori progettati da NVIDIA, mentre la produzione materiale dei chip più sofisticati è concentrata soprattutto nelle fonderie di TSMC a Taiwan e di Samsung in Corea del Sud.
La seconda è quella dei grandi cloud hyperscale, cioè le infrastrutture informatiche necessarie per immagazzinare ed elaborare quantità enormi di dati. In questo settore il predominio appartiene a Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud. Senza queste piattaforme sarebbe impossibile gestire in tempo reale milioni di immagini, flussi video e dati raccolti dai sistemi di sorveglianza.
La terza filiera è costituita dai modelli di intelligenza artificiale. Sono questi a trasformare la massa di dati provenienti da satelliti, droni, radar e intercettazioni in informazioni utilizzabili dai comandi militari. OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e xAI rappresentano oggi i principali protagonisti negli Stati Uniti, mentre la Cina sviluppa un ecosistema parallelo attraverso Baidu, Alibaba e Tencent.
Infine vi è la filiera dei sistemi militari, cioè delle piattaforme che integrano l’intelligenza artificiale con le operazioni sul campo. Negli Stati Uniti questo ruolo è svolto da aziende come Palantir, con il sistema Maven, e Anduril, specializzata nell’automazione dei sistemi di difesa. In Israele operano imprese come Elbit Systems, Israel Aerospace Industries e Rafael Advanced Defense Systems, che producono droni, sensori, missili e piattaforme progettate per lavorare insieme ai sistemi di IA.
Osservando queste quattro filiere diventa possibile tracciare una mappa della nuova competizione. Non tutti gli Stati partono dalla stessa posizione e non tutti potranno sviluppare un ecosistema completo.
Nel primo gruppo rientrano Stati Uniti, Cina e Israele. Sono gli unici Paesi che oggi controllano quasi tutta la catena del valore della guerra intelligente. Gli Stati Uniti dispongono contemporaneamente dei principali produttori di semiconduttori per l’IA, delle maggiori infrastrutture cloud, dei modelli linguistici più avanzati e di un complesso militare-industriale capace di integrare rapidamente queste tecnologie nelle operazioni. La Cina ha costruito un sistema analogo, seppure separato da quello occidentale, facendo leva sui propri colossi tecnologici e sulle grandi industrie della difesa controllate dallo Stato. Israele rappresenta un caso differente per dimensioni, ma non per livello di integrazione. Negli ultimi vent’anni ha investito nella raccolta sistematica di dati, nell’intelligence, nella sorveglianza e nell’industria militare, creando un ecosistema estremamente avanzato.
Il caso israeliano è particolarmente istruttivo perché mostra quanto l’intelligenza artificiale dipenda dalla qualità delle informazioni disponibili. Prima ancora dello sviluppo di piattaforme come Gospel e Lavender, Israele aveva costruito una rete di database biometrici, riconoscimento facciale, intercettazioni e sorveglianza digitale. Il progetto Nimbus, firmato nel 2021 con Google e Amazon per un valore di 1,2 miliardi di dollari, ha aggiunto un’infrastruttura cloud dedicata, mentre Microsoft Azure è stata utilizzata per archiviare e processare enormi quantità di dati raccolti dalle attività di intelligence. Solo dopo la costruzione di questa infrastruttura è stato possibile affidare ai sistemi di IA una parte del processo di selezione dei bersagli.
Nel secondo gruppo si collocano i Paesi inseguitori: Russia, Regno Unito, Corea del Sud e Ucraina. Si tratta di Stati che possiedono già una parte consistente delle competenze necessarie e che, pur non controllando ancora l’intera filiera, sono in grado di sviluppare sistemi nazionali di guerra basati sull’intelligenza artificiale.
La Russia occupa una posizione particolare. È meno avanzata degli Stati Uniti nella disponibilità di grandi modelli linguistici, di cloud commerciali e di semiconduttori di ultima generazione, ma conserva una forte autonomia nel settore della difesa. Aziende come Rostec, Almaz-Antey, Kronstadt, United Aircraft Corporation e Kalashnikov Group sviluppano droni, sistemi missilistici, radar, guerra elettronica e piattaforme aeree. A questo si aggiungono una consolidata capacità di intelligence e una lunga esperienza nell’integrazione tra ricognizione, artiglieria e sistemi missilistici. La guerra in Ucraina ha inoltre accelerato l’impiego dell’intelligenza artificiale nei droni e nell’analisi delle immagini raccolte sul campo.
Il Regno Unito mantiene una posizione di rilievo grazie a un’industria della difesa tra le più avanzate d’Europa, rappresentata da aziende come BAE Systems, Rolls-Royce Defence e QinetiQ, oltre al vantaggio derivante dalla stretta cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti all’interno dell’alleanza Five Eyes.
La Corea del Sud dispone di un patrimonio industriale altrettanto importante. Samsung e SK Hynix sono tra i principali produttori mondiali di semiconduttori, mentre Hanwha Aerospace, Korea Aerospace Industries e LIG Nex1 stanno investendo nello sviluppo di sistemi autonomi, robotica militare e piattaforme di difesa integrate con l’intelligenza artificiale.
L’Ucraina costituisce un caso diverso. Non possiede la capacità industriale americana né quella russa, ma la guerra le ha consentito di accumulare una quantità di dati operativi senza precedenti. Nel solo 2025 le forze ucraine hanno registrato 819.737 attacchi riusciti con droni contro obiettivi russi e, grazie ai milioni di ore di filmati raccolti durante il conflitto, hanno addestrato algoritmi che hanno portato la precisione dei droni FPV da circa il 30-50% fino a circa l’80% (Forze armate ucraine). L’esperienza maturata sul campo è diventata così una risorsa strategica almeno quanto gli armamenti.
Il terzo gruppo comprende gli emergenti: Emirati Arabi Uniti, India, Turchia, Arabia Saudita, Singapore e Brasile. Nessuno di questi Paesi controlla ancora l’intera filiera, ma tutti stanno investendo contemporaneamente nell’intelligenza artificiale, nelle infrastrutture digitali e nell’industria della difesa.
Gli Emirati rappresentano probabilmente l’esempio più avanzato. Attraverso G42 hanno creato un campione nazionale dell’intelligenza artificiale, Microsoft ha investito 1,5 miliardi di dollari nella società e Palantir ha avviato una joint venture dedicata allo sviluppo di applicazioni di IA. Parallelamente il gruppo EDGE è diventato uno dei principali produttori mondiali di munizioni guidate di precisione, mentre il progetto annunciato ad Abu Dhabi per la costruzione di un grande data center equipaggiato con milioni di chip NVIDIA mostra la volontà di acquisire anche la capacità di calcolo necessaria per sostenere applicazioni militari avanzate.
India e Turchia seguono percorsi differenti ma convergenti. L’India dispone di una grande industria informatica, di un programma spaziale in rapida crescita e di un settore della difesa in espansione. La Turchia ha costruito negli ultimi anni una filiera nazionale dei droni con aziende come Baykar e Turkish Aerospace Industries, ma sta cercando di rafforzare anche le proprie capacità nell’intelligenza artificiale e nell’elettronica avanzata. Arabia Saudita, Singapore e Brasile stanno perseguendo strategie analoghe, facendo leva sulle rispettive risorse finanziarie, industriali o tecnologiche.
Infine vi è un quarto gruppo, composto dagli Stati tecnologicamente dipendenti. Potranno utilizzare droni intelligenti, acquistare software, integrare modelli di intelligenza artificiale o sviluppare applicazioni specifiche, ma difficilmente riusciranno a costruire un ecosistema completo.
L’Europa continentale occupa una posizione particolare, possiede soltanto una parte delle quattro filiere necessarie alla guerra intelligente. Non parte da zero. Nel settore della difesa dispone di alcune delle aziende più avanzate del mondo: Leonardo, Airbus Defence and Space, Thales, Rheinmetall, Saab e MBDA progettano radar, sensori, elettronica militare, missili, satelliti, aerei, elicotteri e sistemi di comando che non hanno nulla da invidiare ai concorrenti americani. Anche nel settore spaziale il continente mantiene competenze importanti attraverso Airbus, Thales Alenia Space, OHB e i programmi dell’Agenzia Spaziale Europea.
La situazione cambia però osservando le altre tre filiere.
L’Europa non dispone infatti di un grande produttore di processori per l’intelligenza artificiale paragonabile a NVIDIA, né di fonderie capaci di produrre in grandi quantità i chip più avanzati ai livelli raggiunti da TSMC o Samsung. Esistono aziende di eccellenza come ASML nei Paesi Bassi, che costruisce le macchine indispensabili per fabbricare i semiconduttori più sofisticati, oppure STMicroelectronics e Infineon, molto forti nei chip di potenza e nell’elettronica industriale. Tuttavia il continente continua a dipendere dall’Asia per la produzione dei processori destinati all’intelligenza artificiale.
Anche nel cloud la dipendenza è evidente. La maggior parte delle amministrazioni pubbliche e delle grandi imprese europee utilizza infrastrutture di Microsoft Azure, Amazon Web Services o Google Cloud. Esistono iniziative europee come Gaia-X, ma sono ancora lontane dal rappresentare un’alternativa ai grandi hyperscaler americani.
Una situazione analoga riguarda i modelli di intelligenza artificiale. L’Europa ospita realtà innovative come la francese Mistral AI e numerosi centri di ricerca di alto livello, ma nessuna azienda europea dispone oggi della capacità di investimento, delle infrastrutture di calcolo e della diffusione globale raggiunte da OpenAI, Anthropic, Google DeepMind o dai grandi gruppi cinesi.
Questo significa che l’Europa possiede una parte importante della filiera, ma non la controlla nel suo insieme. È in grado di costruire ottimi radar, missili, satelliti e sistemi elettronici, ma per alimentarli con modelli di intelligenza artificiale avanzati dovrà spesso ricorrere a processori progettati negli Stati Uniti, prodotti in Asia ed eseguiti su infrastrutture cloud americane.
Per l’Italia il quadro è ancora più evidente. Leonardo è uno dei principali gruppi europei della difesa e rappresenta un’eccellenza nell’elettronica militare, nei radar, negli elicotteri, nello spazio e nella cybersicurezza. Fincantieri è un leader mondiale nella cantieristica navale militare. Avio opera nel settore dei lanciatori spaziali ed Elettronica è tra le aziende più avanzate nella guerra elettronica. L’Italia, quindi, possiede competenze industriali di assoluto rilievo, ma non controlla nessuno dei tre elementi che stanno diventando decisivi: i semiconduttori avanzati, i grandi cloud e i modelli di frontiera dell’intelligenza artificiale.
Se questa situazione dovesse rimanere invariata, l’Europa potrebbe continuare a progettare e costruire sistemi d’arma di eccellente qualità, ma una parte crescente del loro valore aggiunto verrebbe generata altrove. I software di analisi, le piattaforme cloud, i processori e i modelli di intelligenza artificiale diventerebbero componenti acquistati da fornitori esterni, con il rischio che la dipendenza tecnologica finisca per consolidare, nel tempo, anche una dipendenza strategica.
Questa geografia della guerra intelligente mostra come la distribuzione del potere militare stia cambiando. Per oltre un secolo la forza degli Stati è stata misurata soprattutto dalla capacità di produrre acciaio, petrolio, navi, carri armati e aerei. Oggi questi elementi restano fondamentali, ma vengono affiancati da un’altra infrastruttura, meno visibile e altrettanto decisiva: quella dei dati, della capacità di calcolo, del software e dell’intelligenza artificiale.
Molti Paesi potranno acquistare droni, algoritmi o piattaforme sviluppate all’estero. Molto più ristretto sarà il numero degli Stati capaci di progettare, integrare e controllare autonomamente l’intera filiera tecnologica della guerra intelligente. È all’interno di questo gruppo che si definiranno gli equilibri mondiali dei prossimi decenni.
Foto: Difesa News