In Calabria, a ben ventisei anni dall’omicidio di Giovanni Losardo, si sente ancora il vuoto lasciato dal mancato accertamento delle responsabilità sia dei mandanti che degli esecutori. Anche oggi dobbiamo registrare una realtà risaputa e spesso cinicamente minimizzata o volutamente oscurata: questo spicchio meraviglioso di territorio della provincia di Cosenza è ancora sotto il torchio della ‘ndrangheta.
Le forze dell’ordine e la magistratura sono all’opera e cercano, con il classico approccio del “giorno dopo”, di limitare i danni, sia pure con importanti operazioni giudiziarie. Non vanno trascurati quei settori della società civile e religiosa che lottano e alimentano una cultura e una coscienza antimafia.
Di recente, i riflettori si sono riaccesi sul clan Muto, che domina da cinquant’anni su quel territorio. Il protagonista dell’ultima operazione giudiziaria della Distrettuale Antimafia di Catanzaro è il nuovo punto di riferimento operativo del clan di Franco Muto, il boss che ha raccolto il testimone del suo braccio destro, Lido Franco Scornaienchi. Si tratta di Giuseppe, che ha preso in mano le redini della cosca, dopo che il padre e il fratello Luigi sono stati ristretti al 41-bis.
L’organizzazione continua ad agire con l’assenso ed in virtù della legittimazione proveniente dalla storica locale di ‘ndrangheta, che fa capo al boss Franco Muto di Cetraro.
A supporto delle indagini e delle misure adottate, vi sono mirati lavori investigativi e le dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Come emerso nell’ordinanza emessa dal Gip, si conferma uno scenario alquanto inquietante, quello di un’organizzazione ancora ben radicata e strutturata, nonostante negli ultimi anni sia stata colpita da numerose operazioni di polizia.
Ma tuttavia è da prevedere la gestione di una fase alquanto delicata. Due domande tra le tante si impongono: il clan Muto riuscirà a mantenere la sua lunga e consolidata leadership? Il boss Franco Muto sarà capace di detenere quel ruolo storico di leader in grado di garantire la transizione all’interno della sua famiglia mafiosa, oppure verrà messo in discussione da chi ritiene che sia giunta la fine del suo dominio incontrastato?
Per comprendere i possibili sviluppi e agire lungo i binari fecondi dell’antimafia “del giorno prima”, bisogna ritornare indietro nel tempo e sciogliere un vecchio nodo, ormai storico: l’omicidio del 1980 di Giovanni Losardo, conosciuto da tutti come Giannino. Un omicidio che bloccò, in quegli anni di modernizzazione contraddittoria del Sud, un importante processo politico di promozione di una realtà dalle tante potenzialità. Un omicidio che spianò la strada alla consacrazione del regno dei Muto e cristallizzò la subordinazione ad essi della borghesia cittadina e di buona parte della politica locale.
Nei mesi scorsi è arrivata una buona notizia: la Procura della Repubblica di Paola ha deciso di riaprire il caso Losardo. Il Procuratore Fiordalisi ha ripreso in mano l’inchiesta che, negli anni successivi all’omicidio, non giungeva a condanna nel processo tenutosi a Bari. Anche in anni più recenti, nonostante la guida di magistrati di valore come Eugenio Facciola e Pierpaolo Bruni, si sono compiuti notevoli passi avanti per poi comunque arenarsi.
Ma altre buone notizie hanno preceduto questa scelta giudiziaria: la ripresa di attenzione intorno al libro coraggioso di Arcangelo Badolati, “I segreti dei boss, storia della ‘ndrangheta cosentina”; gli articoli documentati e coraggiosi di Gianfranco Bonofiglio su “La Voce Cosentina”; l’importante contributo fornito dalla trasmissione “Chi l’ha visto”. Non bisogna inoltre sottovalutare il prezioso impegno del figlio di Losardo, Raffaele, che ha mantenuto viva la memoria del padre e la denuncia contro il potente clan Muto.
Ma l’evento più importante è giunto grazie ad una regista coraggiosa e preparata: Giulia Zanfino è riuscita a trovare il filo conduttore per riproporre il caso Losardo attraverso il docufilm “Chi ha ucciso Giovanni Losardo”. Insieme a due colleghi, Mauro Nigro e Gianluca Palma, ha prodotto con la Ugly Films un lavoro rigoroso e ben strutturato, nel quale sono ricostruiti i possibili moventi e le responsabilità che segnarono l’ascesa del clan Muto e le varie complicità che impedirono di bloccare per tempo il radicamento di un clan feroce e ricco, potente e collusivo. Il docufilm si snoda intorno a una serrata intervista a Franco Muto, dalle cui parole trasuda un concentrato del pensare e agire mafioso. Sono state raccolte altre coraggiose testimonianze dei migliori magistrati che hanno indagato e di chi era accanto politicamente a Losardo. Sono stati evidenziati anche gli altri omicidi che hanno segnato gli anni dell’ascesa del clan Muto, come ad esempio quello dell’imprenditore Lucio Ferrami, il quale si rifiutò di sottomettersi alle richieste estorsive e così due killer gli spararono mentre era in macchina, in compagnia della moglie.
È interessante inoltre il riferimento alla controversa e gravissima vicenda delle cosiddette “navi dei veleni”, fatte affondare al largo di Cetraro, nelle quali erano stivati 120 fusti di scorie radioattive, secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Forti.
Nelle battute finali, il docufilm riprende la testimonianza di Saverio Di Giorno, autore del coraggioso e puntuale libro-inchiesta “Sodomia”. L’autore intervista Franco Garofalo, braccio destro del boss Perna e collaboratore di giustizia, il cui contributo è risultato fondamentale in diversi procedimenti sulla ‘ndrangheta calabrese. Il collaboratore ha rivelato che il clan Muto avrebbe perfino avuto un canale per avvicinare e corrompere alcuni membri della corte d’appello di Bari, messo a disposizione delle ‘ndrine cosentine e utilizzato dallo stesso clan Perna. Tale canale, secondo quanto ha riferito Garofalo all’autore del libro, sarebbe stato utilizzato da Muto per “aggiustare” il processo Losardo. Quel che forse conta di più è che il collaboratore si è detto pronto a riconfermare quanto rivelato nel libro e a fornire dettagli su avvocati e contatti in Puglia che in quegli anni erano punti di riferimento delle cosche. Tale testimonianza, tra l’altro, trova riscontro anche in altri atti processuali.
Il docufilm è pertanto un’opera di alta qualità civile, un modo per alimentare la memoria, ma soprattutto un’inchiesta condotta dal basso, che mette bene in evidenza possibili responsabilità, incongruenze, depistaggi, collusioni politiche e istituzionali e piste di lavoro investigativo che ancora si possono ulteriormente sviluppare.
Giovanni Losardo è stato ucciso il primo giorno del mese che dà il via all’estate. La notte del 21 giugno 1980, in località Santa Maria di Mare, nel Comune di Cetraro, stava rientrando a casa dalla sua amata moglie, Rosina, e dai due figli Raffaele e Angela, dopo una seduta convulsa del consiglio comunale e una visita veloce a sua madre. Era a bordo della sua auto, quando venne raggiunto e affiancato da due killer in sella a una moto, che gli scaricarono addosso diversi colpi d’arma da fuoco. Losardo non morì subito. Cessò di vivere il pomeriggio del giorno seguente, presso l’Ospedale di Paola, all’età di 53 anni. Aveva avuto anche la forza e il tempo di spiegare la dinamica dell’omicidio e indicare la responsabilità dei Muto. Riuscì perfino a parlare all’orecchio di un suo caro amico avvocato, che tuttavia non chiarì mai cosa effettivamente Losardo gli disse, soprattutto, come è probabile, se gli avesse trasferito notizie importanti per l’autorità giudiziaria.
Giovanni Losardo era un brillante e autorevole dirigente politico dell’allora Partito Comunista, capace di incidere e motivare al cambiamento un tessuto importante della vita sociale ed economica. Losardo era tra l’altro un professionista di alto livello, in quanto ricopriva il ruolo delicato di Cancelliere presso il Tribunale di Paola, dove operavano sia magistrati di enorme qualità e incorruttibili sia altri compromessi e pavidi.
Il dirigente politico della sinistra aveva compreso per tempo la penetrazione del clan Muto nei gangli vitali dell’economia locale, innanzitutto tramite il controllo del mercato ittico, tra l’altro allocato nell’area portuale abusivamente, il riciclaggio in operazioni immobiliari e nel turismo, le collusioni con la politica e la borghesia imprenditoriale e professionale. Aveva compreso la matrice della scia di omicidi di quegli anni. Aveva intuito inoltre le collusioni devastanti con settori importanti della politica e della stessa realtà giudiziaria. La presenza della ‘ndrangheta aveva iniziato a pervadere i gangli vitali della comunità, come l’Ospedale e le principali attività turistiche e sportive. Non mancavano l’avvio di percorsi di espansione nel traffico di droga e l’esercizio delle attività estorsive e di usura, ricorrendo alla più efferata violenza, su un vasto territorio, estendendo i propri interessi sino alla Valle del Diano e nel Cilento.
Il clan Muto aveva iniziato la sua ascesa a Cetraro negli anni Settanta. Rimase coinvolto nella guerra di mafia tra le cosche dei Pino-Sena, in faida con i Perna-Pranno-Vitelli. I principali clan della Calabria compresero però che le faide erano un fattore di debolezza, perché eliminano i migliori figli e adepti e attirano l’attenzione dello Stato. Così pure i Muto entrarono nella fase di coordinamento e organizzazione della ‘ndrangheta in Calabria, nel centro-nord del Paese e a livello internazionale. L’ascesa fu inarrestabile. Il “dio denaro” e il “dio potere” riuscirono a garantire ricchezza, paure e complicità a tutti i livelli, sociali, economici e istituzionali.
Il clan Muto era pertanto una minaccia devastante per la democrazia e lo sviluppo di un territorio importante per la Calabria.
Giovanni Losardo comprese il livello alto della minaccia mafiosa e si schierò nettamente contro di essa, facendo ricorso a un approccio che in quegli anni mandava in crisi l’avanzata delle mafie, quello che sapeva legare la battaglia per la legalità con le iniziative per lo sviluppo. Era una prerogativa nota in Sicilia di personalità così diverse e così vicine come Piersanti Mattarella, Pio La Torre, lo stesso Peppino Impastato.
In Calabria, invece, questa impostazione stentava a farsi largo. Un altro leader locale, Peppe Valarioti, fu ucciso sempre nel 1980 nella Piana di Gioia Tauro. La sera del 10 giugno, Valarioti e i compagni andarono a festeggiare la vittoria elettorale al ristorante “La Pergola”, nei pressi di Nicotera. Appena uscito dal locale, fu freddato dai killer a colpi di lupara. Il capace e seguito dirigente politico della sinistra era stato preso di mira dalla cosca dei Pesce, legata a quelle dei Piromalli e dei Pisani, cosche di primo piano della ‘ndrangheta pure a livello nazionale e internazionale.
Un altro omicidio politico mafioso aveva già segnato la storia della lotta contro la ‘ndrangheta. Si tratta di Rocco Gatto, ucciso a Gioiosa Jonica il 17 marzo 1977, che aveva sfidato lo strapotere della cosca degli Ursini. Era una ‘ndrina assai influente, con legami e rapporti consolidati con altre cosche, come quella dei Cordì di Locri e degli Aquino di Marina di Gioiosa, con ramificazioni ben oltre i confini della Calabria. Agli Ursini erano collegati i Belfiore, altra potente famiglia di ‘ndrangheta, da tempo radicatasi a Torino, a cui si deve l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia, assassinato nel capoluogo piemontese il 26 giugno del 1983.
È bene sottolineare che quelli erano anni in cui le mafie entravano nel grande gioco dei trasferimenti al Sud di ingenti risorse e con la politica si stringevano patti sia di rappresentanza diretta con propri uomini, sul modello di Ciancimino, sia di strette mediazioni collusive, sul modello di Salvo Lima.
Anche in Calabria una parte significativa della politica democratica e progressista avvertiva la necessità di sfuggire all’abbraccio mortale con la ‘ndrangheta, ma alla fine restarono colpiti i suoi migliori rappresentanti e, a causa di uno Stato distratto o complice, l’espansione mafiosa non trovò più resistenze significative.
Il clan Muto è vissuto nell’Olimpo della ‘ndrangheta per decenni. L’assassinio di Giannino Losardo è stato il suo trampolino di lancio. Oggi bisogna utilizzare tutti gli strumenti che la Costituzione e il Codice Antimafia ci consentono perché possa diventare l’inizio della sua fine.