La notizia non è più che l’Italia si trovi tra i Paesi più longevi al mondo, seconda solo al Giappone, record benaugurante che tuttavia si è affermato ormai da tempo. Ma che sia in diminuzione la soglia degli anni della “buona salute”, dal momento che questo dato comporta un grosso problema sia per gli individui in termini di qualità di vita, sia per la collettività, in termini di un innalzamento delle spese a livello di Sistema sanitario nazionale. Un dato che ha anche un altro motivo di inquietudine, dal momento che riguarda in particolare le donne.
Riavvolgendo il nastro, è l’Istat a diffondere i dati del suo ultimo report: entro il 2050 gli over 65 costituiranno il 34% della popolazione, con una quota significativa di ultraottantacinquenni. Una sorta di transizione demografica che avrà un impatto importante in svariate sfere, sanitarie, sociali ed economiche, legate all’aumento della fragilità, della cronicità e della domanda di assistenza.
Fra i problemi che dovranno essere affrontati, uno è particolarmente trascurato dalle politiche per l’invecchiamento in Italia, ed è quello della casa, che riguarda vari livelli, ad esempio per quanto riguarda gli affitti, ma anche le case di proprietà. Se la questione dei canoni è di facile comprensione, non sfugge tuttavia che anche il mantenimento della casa di proprietà, magari comprata dopo svariati anni di lavoro, diventi un problema quando gli introiti calano e magari si aiuta un figlio che ha contratto un mutuo o che non trova lavoro se non part time, o a tempo determinato. Ma anche qualora la fortuna arrida e il contratto di lavoro sia a tempo indeterminato, spesso lo stipendio non consente a figli o nipoti di essere autonomi.
La questione salariale d’altro canto è strettamente connessa anche all’esiguità delle pensioni, che conducono molti pensionati a scivolare nella fascia dei cittadini fragili economicamente. Ovvero, poveri. Una riprova indiretta che il problema della casa e della sussistenza familiare stanno diventando primari per le famiglie, anziani, genitori e figli, è un dato indiretto: secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate elaborati da Confedilizia, tra il 2022 e il 2023 le transazioni di nuda proprietà sono cresciute dell’1,7%, in netto contrasto con il calo del 9,7% delle compravendite tradizionali. Un numero che diventa ancora più alto nei capoluoghi di provincia e nelle città metropolitane, con un incremento del 2,9% e che è particolarmente significativo nelle nostre isole maggiori, Sicilia e Sardegna, che hanno registrato percentuali di crescita significative, rispettivamente del 3,1% e del 4,3%. Aree che se ne stanno sotto il tallone di una disuguaglianza economica rispetto al Centro Nord molto importante.
L’allarme riguardo la connessione fra invecchiamento della popolazione e questione abitativa, era stato lanciato in tempi non sospetti dall’allora segretaria del Sunia toscano Laura Grandi, ed era scattato di fronte al crescere dell’ondata di sfratti che aveva coinvolto, a cominciare almeno dal 2020, cittadini ultraottantenni, in particolare a Firenze. “Le istituzioni dovranno prepararsi ad affrontare una grande ondata di nuovi “poveri” quando una grossa fetta di lavoratori odierni andrà in pensione – spiegava allora Grandi – “la bomba ad orologeria” dei nuovi pensionati a basso o bassissimo reddito dovrà essere affrontata ora per evitare che divenga una nuova miccia sociale posta alle basi di una società sempre più “liquida” e respingente”.
Il meccanismo fu messo sotto i riflettori anche dall’Ocse, negli anni a cavallo fra la crisi del Covid e la nuova ripartenza. L’Italia nei prossimi anni, diceva l’Ocse, potrebbe incrementare il numero di pensionati, arrivando al 2050 con un aumento del 40% rispetto a chi lavora. Per di più, se prosegue la diminuzione di lavoro fisso, gli occupati potrebbero arrivare a 2,3 milioni, un limite molto basso, con la conseguente diminuzione di introiti nelle casse delle pensioni. Aggiungendo la bassa natalità da un lato e l’allungamento delle aspettative di vita dall’altro, le persone in età di lavoro potrebbero ridursi di circa 7,4 milioni provocando la diminuzione dei contributi pensionistici. L’aumento degli anziani non autosufficienti, previsto per circa 5,7 milioni, potrebbe incrinare fortemente la tenuta di un Servizio Sanitario Nazionale che ha mostrato in questi anni molte delle sue criticità, non ultime le lunghe attese di cure o diagnosi e la sempre più difficile accessibilità al sistema sanitario da parte di una popolazione impoverita e invecchiata.
Diamo un’occhiata più approfondita al pianeta anziani. Intanto, quando si parla di anziani, seguendo l’Istat, si comprende la popolazione con 65 anni e più, che in Italia, al 1° gennaio 2025, rappresenta quasi un quarto degli abitanti. Una soglia anagrafica stabilita per convenzione e che naturalmente comprende diversi profili, molto differenti fra loro. Alcune caratteristiche tuttavia sono proprie di questa nuova ondata di anziani over 65: sono molto più presenti sul lavoro, effetto che l’Istat segnala non solo indotto dal cambio delle politiche pensionistiche, ma anche a “miglior stato di salute” e longevità; partecipano maggiormente alla vita culturale fuori dalle mura domestiche, e sono maggiormente impegnati in politica. Pur aumentando il livello di salute, fumano e bevono di più e, nonostante facciano più sport e mangino frutta e verdura, hanno qualche problema con l’obesità. Interessante un dato: gli anziani più istruiti, quelli con titoli di studio più elevati, che sono di più rispetto al passato, adottano maggiormente le abitudini elencate sopra, ovvero sport, fumo e alcol in eccesso. Tra coloro che superano i 74 anni però, è il benessere psicologico a calare, in particolare nella fascia femminile. Rispettata la regola che le donne sono più longeve degli uomini, nella fascia degli anziani sopra i 74 anni, quasi un terzo vive da sola.
Ed ecco che, un po’ a sorpresa, emerge un altro dato: se nel 2024 in Italia aumenta la speranza di vita alla nascita, si riduce però la quota di anni vissuti in buona salute, in particolare per le donne. Gli uomini possono aspettarsi di vivere in buona salute per 59,8 anni, dato stabile rispetto al 2019, mentre per le donne il dato cala a 56,6 anni, segnando il valore più basso dell’ultimo decennio. Fra i motivi, si potrebbe ipotizzare l’impoverimento della classe media, che conduce cittadini benestanti ma non abbienti a trovarsi sopra (magari appena sopra) alla soglia veramente bassa che dà la possibilità di accedere a contributi e cure gratuite o quasi; dall’altro, si potrebbe pensare anche a stili di vita insalubri come l’abitudine al fumo, che è da anni più sviluppato nelle donne.
Tirando le fila, la popolazione italiana nel 2024 presenta questo profilo demografico: consta di 58 milioni 934mila unità con un calo di -0,6 per mille sull’anno; nello stesso anno ci sono state 370mila nascite e 651mila decessi, per un saldo naturale negativo di 281mila unità; quasi un quarto della popolazione , ovvero 14 milioni 573mila persone, ha più di 65 anni. Sono 4,6 milioni gli over 80 che ormai hanno superato i bambini con meno di 10 anni di età (4 milioni 326mila). Infine, come informa l’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) il calo della popolazione attiva potrebbe passare da 38 milioni ai 27 milioni previsti nel 2060. Tutto questo dovrebbe indurre la politica a ripensare completamente un nuovo modello di welfare. Anche perché, piaccia o non piaccia, quello attuale non è più sostenibile. Lo dicono i numeri.