Dopo decenni di un’invidiata stabilità politica la Francia si è risvegliata ieri in pieno caos. Certo le avvisaglie non erano mancate negli ultimi mesi, con ben tre primi ministri in poco più di un anno, ma che il quarto capo del governo designato il 9 settembre dichiarasse forfait a poche ore dalla formazione della sua compagine ha lasciato tutti di stucco. Eppure così è andata: tra lo stupore generale Sebastien Lecornu, un fedelissimo del presidente Emmanuel Macron si è presentato lunedì di primo mattino all’Eliseo per presentare le sue dimissioni.
Solo poche ore prima, domenica sera, aveva presentato al capo dello stato i nomi prescelti per guidare i dicasteri. Macron le ha accettate, ma dopo una cerimonia per l’omaggio al Pantheon a Robert Badinter, il ministro che sotto Mitterrand aveva abolito la pena di morte, e una passeggiata lungo la Senna ha chiesto a Lecornu di perseverare ancora fino a mercoledì prossimo per dotare il paese di un governo, un’impresa generalmente considerata come la quadratura del cerchio. Lecornu, che nel motivare le sue dimissioni aveva accusato i partiti di “appetiti di parte “ e di comportarsi come se avessero tutti la maggioranza assoluta”, ha accettato ma già fatto sapere che non intende restare a Matignon. Macron dal canto suo ha fatto sapere che se non dovesse riuscire a ricomporre un governo “prenderà le sue responsabilità”. Quali? Al momento si avanzano tre ipotesi: un allargamento a sinistra, un ritorno alle urne o le sue dimissioni, ipotesi questa che sembrerebbe in contrasto con la personalità del presidente. Seppure sia accusato da molti di essere il principale responsabile dell’insabilità in cui ha precipitato il paese, si ritiene assai improbabile che molli le redini del potere cercando in ogni modo di sopravvivere fino alla fine del suo mandato nel 2027. realtà elettorale”
Il primo a insistere sulla necessità che lasci la presidenza è stato Jean-Luc Melanchon, il leader della France Insoumise che alle ultime elezioni, quelle indette inaspettatamente da Macron all’inizio dell’estate del 2024 , era arrivata prima, ma senza ottenere la maggioranza assoluta. Il segnale emerso dalle urne era però rimasto lettera morta, con Macron che aveva risolutamente puntato su governi di centro destra, con coalizioni da armata Brancaleone destinati all’insuccesso. Melanchon ha chiesto un esame immediato di una mozione di destituzione del capo dello stato cui si deve “l’origine del caos”. “E’ utile per comprendere l’ampiezza di una crisi, riandare alle sue origini anche perché aiutare ad uscirne. La fonte del disordine attuale, scrive il quotidiano “Liberation” si chiama Emmanuel Macron che, sguainando l’arma della dissoluzione ha, da apprendista stregone messo a repentaglio le istituzioni aggravando poi il suo caso voltando le spalle a una realtà politica”. Realtà politica che vede ora un ‘Assemblea Nazionale spaccata in tre blocchi finora impermeabili ad aperture e compromessi.
A scoraggiare nuove elezioni plana invece lo spettro di una vittoria di Rassemblement National, il partito di estrema destra di Marine Le Pen che continua incontrare un massiccio sostegno in un Francia che teme l’insicurezza e gli immigrati. Non c’è dunque da meravigliarsi che tra le prime reazioni di siano state quelle del presidente del partito, Jordan Bardella, che ha subito richiesto nuove elezioni. “Non ci può essere un ritorno alla stabilità senza un ritorno alle urne” , ha detto Bardella.
Quanto alla possibile entrata di socialisti nella futura coalizione, va ricordato che finora non è stato possibile trovare compromessi, e che tutti i tentativi sono andati a vuoto, anche per l’impossibilità di trovare accordi volti a una maggiore giustizia sociale e in particolare un consenso su un aumento delle tasse dei super ricchi destinato anche ridurre il maxi indebitamento della Francia che ha portato all’abbassamento del suo rating da parte delle agenzie di valutazione del credito.
Ad aggravare la tempesta politica sono stati infatti anche i dati finanziari del paese che negli ultimi anni ha visto aumentare fortemente indebitamento e debito pubblico accompagnati da inflazione e a un forte impoverimento delle classi più fragili. L’instabilità politica sta anche generando una forte sfiducia nelle forze politiche che la gente sente distante dalle proprie preoccupazioni. Lecornu comunque non lo ha escluso. Ha infatti dichiarato , nello spiegare le sue dimissioni che “alcune formazioni di opposizione hanno compreso il principio” di arrivare a un compromesso, alludendo, secondo ai commentatori, al PS.
Resta infine la possibilità di un governo tecnico, una ipotesi che sembra remota in quanto finora aliena alla cultura politica della V Repubblica, cultura anche storicamente lontana dall’arte del compromesso. Arte che è evidentemente mancata anche a Lecornu che, dopo aver promesso una politica di rottura, si è presentato dopo quasi un mesi di negoziati con il partito macroniano Renaissance e i LR, i repubblicani, con una lista di ministri che riconfermava in gran parte quelli del governo precedente.
“Sembra una lista di spettri” ha ironizzato Melanchon. Infatti sulla prima lista di 18 ministri 12 erano già nel governo Bayrou bocciato all’inizio del mese scorso da un voto di censura. A far saltare l’intesa raggiunta era stata però la presenza nel nuovo governo di Bruno Le Maire, l’ex ministro dell’economia considerato il responsabile dei guai finanziari del paese. Il suo nome nella lista ha portato Bruno Retailleau, il ministro degli interni che aspira all’Eliseo, a farsi indietro facendo così cadere il fragile castello di carte. Le Maire ha fatto sapere ieri che si ritirava dalla corsa ministeriale in modo da non essere d’intralcio nella formazione del nuovo governo.
A facilitare il lavoro di Lecornu potrebbe esservi infine il timore che nuove elezioni portino al potere Le Pen e i suoi. Al momento attuale dunque è difficile azzardare previsioni, almeno fino a domani quando Lecornu tornerà da Macron. In questo clima di caos e incertezza si sono inoltre inserite lo choc e le polemiche della condanna dell’ex presidente Nicolas Sarkozy a cinque anni di carcere. All’ex capo di stato, già condannato definitivamente nel 2024 a un anno di carcere per corruzione, verrà comunicato il 13 ottobre quando la sua condanna per associazione a delinquere gli farà varcare la soglia di una prigione. Sarkozy, che è anche in attesa di giudizio per intercettazioni illecite è stato condannato per “associazione a delinquere” con l’accusa di aver indotto suoi stretti collaboratori a negoziare con la Libia di Gheddafi eventuali finanziamenti illegali per la sua campagna presidenziale del 2007. Mentre Sarkozy ribadiva la sua innocenza e riteneva la sentenza “una vergogna per la Francia”, accuse di complotto e critiche alla magistratura si susseguivano su tutti gli schermi e giornali vicini all’establishment alimentando tensioni che sui social si sono tradotte anche in minacce di morte a giudici.
Nella foto Sebastien Lecornu