Firenze 2024, Pd e IV indecisi se trovare l’accordo o darsi battaglia

Intanto Rosa Maria Di Giorgi lascia il Pd e si schiera con Matteo Renzi

Firenze – Mentre la Destra si destreggia fra tedeschi e argentini alla ricerca della candidatura della provvidenza, quella che faccia saltare il fortino, nel centrosinistra il caos regna sovrano, presentando una continua serie di gatte da pelare al segretario regionale nonché onorevole del Pd, Emiliano Fossi. Proprio lui, schleiniano di ferro, il sindaco di Campi portavoce del ritorno a sinistra del partito, si trova a dover dirigere un traffico che sembra la riedizione di vecchie logiche che, almeno a parole e nelle intenzioni, la squadra Schlein avrebbe dovuto evitare. E invece, tuonano ex, tornano assessori, qualcuno se ne va attratto dalla mai sopita del tutto stella Renzi e altri puntano i piedi.

Intanto, la battaglia, escluso il giovane Giorgio che nonostante tutto il grandaffare che si dà rimane sempre all’angolo (per ora, qualcuno parla di strategia) è tutta femminile. Il nuovo colpo che parte, dopo la fila di sganassoni che sono arrivati da Italia Viva a una giunta di cui pure fa parte, è la defezione dal partito della ex vicepresidente del Senato Rosa Maria Di Giorgi, che stamane ha annunciato ufficialmente ciò che era trapelato nelle ultime ore: via dal Pd per entrare in Italia Viva. Continua così con un’esponente di spicco una diaspora tutta fiorentina, che vede il partito renziano raccogliere adesioni da molti ex militanti del Pd, la cui obiezione di principio è “troppa sinistra nel Pd, nessuna attenzione per il Centro“, ovvero a quell’area moderata che nelle intenzioni della famosa fusione a freddo che si consumò fra Ds e Margherita, avrebbe dovuto allargare la base del consenso. Calcoli politici ormai risalenti a un’era geologica fa, e che sono stati puntualmente smentiti dalle logiche dei fatti, nonostante l’ormai famoso 43% di Renzi, punto d’arrivo di questa linea politica, strappato alle europee e mai più eguagliato. Del resto, fu un fine pensatore come Buttafuoco, in tempi non sospetti,che rispose, a chi gli chiedeva come mai la Destra non riuscisse a esprimere un candidato, con una battuta il cui senso era “perché dovrebbe? C’è già Renzi”,

Mutatis mutandis, ora che il problema candidature è tutto del Pd, la trama degli addii dei renziani e/o moderati tout court dal Pd a trama Schein lascia intravedere molto di più della semplice (se così si può dire) lotta fra alleati per accaparrarsi la guida del vapore. “Una scelta sofferta – dice oggi la transfuga – ma convinta, che nasce da riflessioni che ho maturato da tempo e che le ultime vicende fiorentine non hanno fatto che rafforzare ulteriormente”. Primo motivo dunque, la “radicalizzazione” verso sinistra del Pd. “Esco da un partito dove vedo affermarsi giorno dopo giorno la tendenza a superare l’esperienza del Pd, di cui sono stata fondatrice, per tornare al passato DS. Un partito in cui si fatica ad affrontare il confronto con il centro dell’asse politico a favore di uno spostamento a sinistra e verso il Movimento 5 stelle”.

Questioni che ricadono su scelte molto politiche e molto significative: “Dalle questioni di natura sociale ed etica, dall’utero in affitto, alla liberalizzazione delle droghe leggere fino ai temi del fine vita e alle questioni legate al modello di sviluppo che vogliamo. Sono troppe e troppo profonde – prosegue Di Giorgi – oramai le distanze che separano il mio modo di pensare dalla linea politica portata avanti dall’attuale gruppo dirigente nazionale. Da qui il senso di estraneità e la sensazione, che condivido con molti cattolici democratici, di essere ospiti non più molto graditi. Oggi è arrivato dunque il momento per me di uscire dal Pd. Non ho incarichi politici, non lascio nessun seggio, faccio una scelta libera”. Voci si erano tuttavia rincorse sulla volontà della Di Giorgi di concorrere alla poltrona di sindaco di Firenze, ruolo che tuttavia non era mai stato veramente in corsa. “Aderisco a un partito che si colloca nel campo dove io voglio stare, il Centro democratico e riformista. Lì darò il mio contributo di idee e di esperienza. Ringrazio il gruppo dirigente nazionale e toscano di Italia Viva che ha accolto la mia richiesta di adesione e ringrazio i moltissimi amici del Partito Democratico che hanno creduto in me, mi hanno sostenuto in questi anni e hanno lavorato con passione accanto a me. Rimarranno sempre nel mio cuore”,

Si sta forse assistendo al dividersi della miscela Pd nei suoi componenti strutturali, cattolici democratici da un lato e Ds dall’altro? se questo fosse vero, le conseguenze per la corsa a sindaco a Firenze sarebbero senz’altro ferali, aprendo addirittura alla possibilità che la sinistra, presentandosi divisa, compia in proprio quell’azione destruens che la Destra sta cercando di ottenere sostanzialmente con la icerca del nome “al quale non si può dire di no”, italiano o straniero poco importa, pronta a sacrificare, come ha detto qualcuno, il principio del patriottismo ad oltranza in nome della vittoria: anche Firenze val bene una messa, insomma.

Sullo sfondo della battaglia è il futuro accordo fra Pd e Iv, ritenuto indispensabile da una parte del Partito democratico osteggiato da un’altra che vorrebbe sondare meglio e di più il Movimento Cinque Stelle, e che ad ora appare funzionale anche ad Italia Viva. Ma per trovare la quadra, bisognerebbe che le due squadre trovassero il coraggio o sentissero l’opportunità di sacrificare entrambe le candidate identitarie. Ovvero, da un lato la potente Stefania Saccardi, attuale vicepresidente regionale, signora delle preferenze, e dall’altro Sara Funaro, la candidata in pectore sostenuta dal sindaco Nadella e da quel coacervo di centri di interesse di cui il sindaco è portatore, area che vede un lento ma costante slittamento a sinistra, o meglio, verso la posizione della segretaria e del suo rappresentante regionale, Emiliano Fossi. Un accordo che tuttavia, come suggeriscono fonti ben informate, non sarebbe ancora in dirittura d’arrivo sia per gli evidenti sgarbi degli ultimi giorni da parte di Iv al Pd, messaggi neanche tanto velati di disturbo, sia per la difficoltà di reperire un candidato terzo su cui convergere le forze,

Altri nomi tuttavia si agitano al canapo. Ad esempio, Cecilia Del Re. La giovane ex assessora all’urbanistica, pur malamente congedata dal sindaco Nardella, ad ora non ha rotto col Pd per volgersi verso le pur allettanti sirene di Italia Viva come molti prevedevano, ma mantiene fermo il suo obiettivo, ovvero le primarie. Di partito? Di coalizione? Intelligente, capace di mantenere buoni rapporti anche con chi si pone in contrasto (la sua defenestrazione suscitò un’ondata di sdegno trasversale, persino in qualche misura nei comitati cittadini che pure l’avevano aspramente criticata), è il punto di incontro di interessi diversi e spesso contrastanti fra loro, che tuttavia riesce a gestire senza troppi strappi.

D’altro canto, in questo rincorrersi di candidature e voci, la stessa Del Re si troverebbe con l’avversario in casa. Sara Funaro infatti che come ricordato sta diventando l’opzione numero 1 del sindaco uscente, ha molte carte da giocare. Una tradizione lunga generazioni, le radici ben salde nel terzo settore esattamente come Saccardi, con in più ottime entrature nelle comunità religiose più importanti della città, dalla comunità ebraica a quella musulmana, E tuttavia, nessuno si nasconde che un deflagrante scontro Funaro-Saccardi (Del Re permettendo, non scordando nessuno il suo tesoretto di preferenze, che le consentì nella scorsa legislatura di risultare la più votata) potrebbe rendere eventuali primarie di coalizione un vero duello all’ultimo sangue. Senza contare l’azione di disturbo intentata dal presidente Eugenio Giani, che con la candidatura di Monia Monni potrebbe aver lanciato un messaggio al Pd, in direzione della scelta delle primarie, magari di partito, inevitabili se continuano a fioccare candidati.

Ma la base del Pd? A sentire le voci che giungono dall’ormai sdoganato bar Italia, la sensazione prevalente è quella di un certo spaesamento, come di una serpeggiante sensazione, a fronte delle candidature ipotizzate, che tutto cambi ancora una volta per non cambiare niente e che i giochi siano i soliti, per di più giocati ancora una volta senza tenere conto delle sedi di discussione popolare del partito, ovvero i circoli. Quei circoli popolari che in buona parte hanno consegnato alla Schlein la palma della vittoria, in contrasto con le decisioni dei vertici del partito. Del resto, dall’assemblea pubblica che si è tenuta lunedì scorso al circolo Vie Nuove, una volta roccaforte dei renziani, la critica prevalente emersa era da un lato la richiesta che la “novità politica rappresentata dalla segretaria Schlein” si estrinsechi anche a livello locale, “dove fa fatica ad emergere”, dall’altro che “decisioni importanti” vengano prese anche sentendo i Circoli, che dovrebbero diventare “sempre di più fulcro politico”. Insomma, al di là di tutto, sulle candidature anche la base vorrebbe dire la sua. E forse qualche sorpresa potrebbe ancora riservarla.

Nella foto Rosa Maria Di Giorgi


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