Economia: “rimettere l’industria al centro dello sviluppo”

Tre economisti lanciano un appello: modello di crescita da cambiare

Non c’è più tempo da perdere. Non esiste economia che funzioni se non funziona la manifattura, non si sopravvive senza industria e tanto meno se il famoso terziario cui  si è molto inneggiato è di bassa qualità, basse performance, basse retribuzioni. È dal 1921 che l’industria italiana indietreggia e tanto più velocemente negli ultimi anni. E non si tratta neanche di una deindustrializzazione  relativa, legata alla congiuntura, ma il rischio è quello di una deindustrializzazione assoluta, da cui poi sia impossibile tornare indietro. La produzione industriale in forte calo e la scarsità di imprese e competenze di alto livello non vengono controbilanciate, come ci si è illusi di controbilanciare, da una terziarizzazione povera, turismo compreso : con il risultato di una nuova categoria di lavoratori poveri, che ormai è diventata ufficiale sotto la dicitura “working poor”. Un fenomeno che ci impedisce di inorgoglirci per il fatto che il numero degli occupati cresca se poi le loro retribuzioni non bastano a vivere, figuriamoci se a consumare e far girare l’economia .  

Questo, tanto per fare una breve sintesi di alcuni dei punti chiave del “Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana”, scritto da tre economisti di peso, come Marco Buti, titolare della cattedra Tommaso Padoa Schioppa all’ Istituto Universitario Europeo di Firenze ed ex direttore per gli Affari economici e finanziari dell’Unione Europea, Stefano Casini Benvenuti, già direttore Irpet  (Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana) e Alessandro Petretto, professore emerito di economia pubblica dell’Università di Firenze. Con l’obiettivo, non di produrre una lista della spesa dei singoli interventi, ma di indicare una strategia, promuovere un serio dibattito e un nuovo partenariato tra attori istituzionali e politici, e soggetti economici e sociali perché la frammentazione, avverte detto Manifesto, è uno dei nostri mali peggiori.

“Ora – ammoniscono i tre economisti  – non siamo di fronte ad emergenze temporanee ma al cambiamento del contesto in cui opereremo nei prossimi anni. È un momento cruciale, in cui ripensare interamente il nostro modello di sviluppo. I prossimi cinque anni saranno decisivi”. Né si tratta di un dibattito locale. Il Manifesto parte dalla Toscana, che inizialmente sembrava resistere più del resto del paese ma che ultimamente ha avuto, sottolinea il Manifesto,  “un’impennata”  nel processo di deindustrializzazione,  tale da consigliare di provvedere urgentemente, come avvertono gli estensori, convinti di partire dai problemi toscani per parlare all’Italia e perfino all’Europa:  “Il nostro modello è quello di crescita dell’Europa, basato sulle esportazioni e oggi messo in discussione dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti. In questo modello, se l’Italia è molto esposta, la  Toscana lo è ancora di più : se l’Italia è l’Europa al quadrato, la Toscana è l’Italia al cubo”.

Buti, Casini e Petretto scrivono tutto questo nel Manifesto e lo spiegano durante la recente presentazione del medesimo a Firenze, all’Istituto Universitario Europeo, l’Istituto post laurea leader in Europa che è sempre più proiettato verso un ruolo di collegamento della riflessione teorica con la società in concreto. Un’apertura fattiva che l’attuale segretario generale,  Armando Barucco,  dichiara di volere incrementare sempre di più e di cui la presentazione pubblica di un documento di politica economica come questo, chiamando a discuterne  la società  civile, la politica, le rappresentanze di categoria e i sindacati , è una dimostrazione pratica. 

 Bastano pochi ma estremamente significativi numeri che il Manifesto mette insieme per dare un’idea- lampo della pericolosità di una deindustriaslizzazione e di un’ obsoleta abitudine a percorrere le vie basse al posto di quelle alte, sia a proposito di investimenti che di competenze, tutte strade che portano inesorabilmente a un grado di sviluppo anche quello molto basso. Eccoli i numeri. Se nel 1995 le imprese “Capital- intensive” (imprese che richiedono grandi investimenti in capitale , impianti, infrastrutture) e alti salari erano il 23,7%, nel 2022 (l’anno a cui arrivano i dati statistici, ma non c’è  ragione di pensare che quelli del 2025 siano meglio, è la constatazione del Manifesto) sono il 18% : quando si pensava che si andasse verso un miglioramento, si è andati invece verso un peggioramento. Mentre le imprese sempre  Capital – intensive ma con bassi salari sono rimaste stabili tra il 3,4% e il 3,3%, ma nel 2008 erano scese al 2,9%. Quanto alle imprese  Labour – intensive (che puntano soprattutto sul lavoro umano), quelle con buoni salari non crescono se non di un punto, passando  tra il 1995 dal 16,9% al 17,9%  mentre nel 2008 erano salite al 18,5%. Le imprese Labour Intensive con bassi salari, che ci si aspettava diminuissero, crescono dal 56 al 60,2%.  Come  si vede non c’è  crescita, né nell’offera né nella domanda, che resta di lavoratori a basse competenze, fuggendo i giovani cervelli  altrove, dove vengano valorizzati e pagati meglio.

Sono numeri toscani, ma laToscana, avverte il Manifesto, è una cartina di tornasole dell’Italia intera ma anche di parte dell’Europa. “Dal 2008 al 2023, i settori ad alti salari sono calati del 18%, mentre quelli a bassi salari sono cresciuti in egual misura – rilevano gli estensori –  Abbiamo un’occupazione povera, non sostenibile. Le cause di deindustrializzazione sono molteplici. Contano anche la prevalenza di piccole imprese inserite in filiere controllate da grandi gruppi esterni, la mancanza di ricambio generazionale, la fuga dei giovani qualificati e un’innovazione che stenta”.

Conta il rientrare in “un modello produttivo europeo che è obsoleto e si fonda su assunti non attuali come un basso costo di energia importata, la stagnazione dei salari, un export basato sulla capacità manifatturiera”.  Ora, invece,  importare l’energia costa, i salari, specie quelli italiani, non corrispondono alla vita reale, la manifattura  viene via via distrutta, il terziario non sostituisce mai l’industria, in più il nostro terziario, come parte della manifattura,  è a basso valore aggiunto, scarse dimensioni delle imprese, scarsa tecnologia. “Stiamo vivendo una crescita lenta inconsueta per un sistema produttivo avanzato: una crescita estensiva (di numeri, non di qualità)”: cresce l’occupazione, ma la produttività diminuisce anche in virtù dei part time obbligatori e della precarietà del lavoro, si riduce la remunerazione, “vale la pena ricordare che i salari, in termini reali, sono oggi inferiori a quelli del 2008”. 

Ora il tempo stringe.  “Bisogna rimettere al centro l’industria o sarà una lenta agonia”, non ha mezzi termini Buti. Ma, volendo, si può e si deve. “ In un momento cruciale in cui c’è da ripensare un modello di sviluppo, crediamo  sia possibile coniugare produttività, solidarietà e sicurezza, che non sono categorie incompatibili ma si rinforzano a vicenda, e che transizione verde, digitale e sociale non siano una trinità impossibile”.

Da parte sua il Manifesto propone, in sintesi, quattro volani: uno, contenere i costi soprattutto quelli energetici, sostenendo energie alternative. Due, politiche di import-substitution ossia un impegno sull’energia che riduca la dipendenza da terzi. Tre, sfruttare meglio le potenzialità della formazione. Quattro, sostenere con i risparmi gli investimenti” . Sono solo dei punti offerti alla riflessione, poi ognuno faccia la propria parte. “Ma la direzione è chiara: puntare  ad attività nel manifatturiero e nei servizi  a più alto valore aggiunto che significa alti salari, alta produttività, maggior rischio”. Vale per la Toscana, ma anche per l’Italia e l’Europa.

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