Ebola e Hantavirus, servono strumenti condivisi e mondiali

Intervista alla biologa molecolare Antonella Fioravanti
Antonella Fioravanti, scienziata e Guest Professor all’Université Libre de Bruxelles

L’Ebola, la malattia causata dal virus Bundibugyo, nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda torna a fare paura. Ormai è emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. L’epidemia, dichiarata il 15 maggio nella provincia di Ituri, martoriata dal conflitto, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, fa registrare, (dati aggiornati a due giorni fa),344 casi confermati e 60 i decessi per Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Un calo in verità, rispetto ai 906 della fine della settimana precedente, mentre nella vicina Uganda sono nove i casi confermati, tra cui un decesso. 

In Italia intanto è arrivata la conferma del risultato negativo relativo al test sul paziente rientrato in Sardegna dalla Repubblica Democratica del Congo. Su quanto sta accadendo anche il Consiglio Europeo fa sapere in una nota che ha “invitato il Consiglio Ue e la Commissione a monitorare la situazione dell’epidemia  e la sua evoluzione e, se del caso, a definire e coordinare le relative priorità operative. Ed esprime preoccupazione per la diffusione della malattia da virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. Accoglie con favore il rapido stanziamento di fondi da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che consente una risposta immediata, compresa la sorveglianza epidemiologica, il tracciamento dei contatti e il rafforzamento delle capacità di laboratorio. L’Unione Europea è pronta, come già accaduto in occasione di precedenti epidemie, a sostenere l’operato dell’Oms e dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie nel coordinamento e nell’attuazione di misure urgenti di contenimento e risposta”. 

Ne parliamo con Antonella Fioravanti, scienziata e Guest Professor all’Université Libre de Bruxelles.

Si torna  a parlare di Ebola. Ma perché l’OMS ha diramato l’allerta globale?

L’OMS ha diramato l’allerta sull’Ebola per rafforzare la risposta internazionale e contenere l’epidemia sul nascere, non perché il virus si stia diffondendo a livello globale. L’Ebola è una malattia grave e spesso letale, che si trasmette solo tramite contatto diretto con fluidi corporei di una persona infetta. L’allerta globale viene attivata quando i casi aumentano o compaiono in più aree, perché serve coordinare rapidamente interventi come isolamento dei pazienti, tracciamento dei contatti e supporto ai sistemi sanitari locali.

Che differenza c’è tra la variante Ebola Zaire e la variante Ebola Bundibugyo ?

Ebola Zaire ed Ebola Bundibugyo sono due specie diverse del virus Ebola. Il virus Zaire è quello responsabile delle epidemie più note e più letali, con tassi di mortalità che in alcuni focolai hanno superato il 70%. Il virus Bundibugyo, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007, tende ad avere una letalità inferiore, stimata tra il 25% e il 40%, ma resta comunque una malattia grave.

La sfida principale è che gran parte dei vaccini e delle terapie approvati negli ultimi anni sono stati sviluppati contro il virus Zaire. Per il Bundibugyo, invece, non disponiamo ancora di vaccini o trattamenti specifici con efficacia dimostrata. Anche la diagnosi è più complessa: alcuni dei test rapidi utilizzati per identificare il virus Zaire non sono in grado di rilevare il Bundibugyo, rendendo necessario ricorrere a tecniche di laboratorio più specialistiche.

In altre parole, il virus Bundibugyo appare mediamente meno letale del virus Zaire, ma è anche meno conosciuto e dispone di meno strumenti diagnostici e terapeutici dedicati, motivo per cui ogni nuovo focolaio viene seguito con particolare attenzione dalle autorità sanitarie internazionali”. 

Come si sta comportando il nostro governo? 

La risposta all’attuale epidemia di Ebola è stata rapida, ma arriva in un momento delicato per la salute globale. Negli ultimi anni il sistema internazionale di sorveglianza e risposta alle epidemie ha dovuto fare i conti con significative riduzioni dei finanziamenti, inclusi programmi sostenuti dall’USAID (United States Agency for International Development), una delle principali agenzie statunitensi per la cooperazione internazionale, e da altre organizzazioni impegnate nella salute globale. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha avvertito che questi tagli stanno già incidendo sulla capacità di monitorare le malattie, sostenere i laboratori e rispondere alle emergenze sanitarie.

Questo non significa che il sistema stia collassando: l’OMS, i CDC Africa (Africa Centres for Disease Control and Prevention) e le autorità sanitarie nazionali continuano a coordinare la risposta. Tuttavia, individuare rapidamente nuovi focolai, tracciare i contatti e contenere le epidemie può diventare più difficile, soprattutto nei Paesi con sistemi sanitari più fragili.

Ed è proprio per questo che, nel contesto attuale, organizzazioni come l’OMS restano fondamentali. Oggi dobbiamo affrontare sfide sempre più complesse: il cambiamento climatico modifica la distribuzione delle malattie infettive, mentre l’AMR (la resistenza agli antibiotici e agli antimicrobici) che risente anche del cambiamento climatico e dell’inquinamento è considerata una delle principali minacce sanitarie globali”. 

Cosa rischiamo?

Di fronte a rischi che non conoscono confini, servono organismi internazionali capaci di coordinare la sorveglianza, condividere dati e definire strategie comuni di risposta.

Le difficoltà emerse negli ultimi anni nei negoziati sull’accordo pandemico dell’OMS hanno evidenziato quanto sia complesso costruire una governance sanitaria realmente condivisa tra Stati. Le divergenze riguardano temi centrali come la condivisione dei dati, l’accesso equo a vaccini e farmaci e il livello di sovranità nazionale da mantenere nelle emergenze. Questi ritardi non eliminano la necessità di un accordo globale, ma mostrano quanto sia fragile l’attuale sistema di cooperazione internazionale.

In questo scenario, il rischio non è legato a un singolo Paese o a una singola scelta politica, ma alla lentezza con cui il mondo riesce a costruire strumenti comuni di risposta.

In generale ci sono dei gap nella sorveglianza epidemiologica nazionale e globale?

 Virus e altre minacce sanitarie si muovono rapidamente e senza confini. Per questo la salute globale non può essere affrontata in modo frammentato: servono collaborazione, fiducia tra Stati e investimenti condivisi nella prevenzione. Rafforzare questi strumenti significa aumentare la sicurezza sanitaria di tutti.

Non solo Ebola ma anche Hantavirus che  pochi mesi fa ha generato un allarme  globale simile a quello del Covid 19. 

L’Hantavirus è una famiglia di virus trasmessi principalmente da roditori selvatici. L’uomo può infettarsi inalando particelle contaminate da urine, feci o saliva degli animali infetti. Alcuni hantavirus possono causare gravi malattie respiratorie o renali.

Quale il suo grado di trasmissibilità e quanto è contagioso?

L’Hantavirus non è considerato un virus altamente contagioso. Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’OMS (6 maggio 2026) e dell’ECDC (26 maggio 2026), la trasmissione avviene quasi sempre dai roditori all’uomo attraverso l’inalazione di particelle contaminate da urine, feci o saliva. La trasmissione tra persone è un evento raro, documentato finora solo per il virus Andes in Sud America e in presenza di contatti stretti e prolungati. Per questo il rischio di diffusione nella popolazione generale è considerato basso.

A che punto siamo adesso? 

L’Hantavirus non presenta una circolazione epidemica sostenuta tra esseri umani. I casi restano sporadici e legati soprattutto all’esposizione a roditori infetti. In Europa prevalgono forme come la Puumala, con casi occasionali ma generalmente limitati e stagionali. In America, alcuni focolai di sindrome polmonare da hantavirus si verificano periodicamente, ma senza trasmissione stabile tra persone.

Poiché non esistono vaccini l’unica misura nei confronti di questo virus è la quarantena? 

Non esistono vaccini né terapie specifiche per l’Hantavirus, ma la quarantena non è la principale misura di controllo. La prevenzione si basa soprattutto sull’evitare il contatto con i roditori e con ambienti contaminati (urine, feci, saliva), oltre a misure di igiene e sanificazione. L’isolamento del paziente può essere adottato in ospedale per gestione clinica, ma non si applica una quarantena generalizzata perché la trasmissione tra persone è estremamente rara. 

Puó manifestarsi anche senza sintomi? 

Sì, l’infezione da Hantavirus può decorso asintomatico o molto lieve, soprattutto in alcune varianti europee come il virus Puumala, responsabile della cosiddetta “nephropathia epidemica”. In altri casi, invece, può manifestarsi con sintomi importanti che vanno da febbre alta e dolori muscolari fino a forme più gravi con insufficienza renale o, nei ceppi americani, con una severa compromissione respiratoria. Questa ampia variabilità clinica fa sì che molte infezioni lievi o senza sintomi possano non essere diagnosticate.

Per questo motivo, la gestione dei casi sospetti o confermati segue protocolli sanitari prudenziali e ben definiti. Il paziente viene generalmente isolato in ambiente ospedaliero non perché il virus si trasmetta facilmente tra persone — cosa che resta estremamente rara e limitata a specifici ceppi — ma per garantire un adeguato controllo clinico e ridurre ulteriormente un rischio di trasmissione secondaria già molto basso.

In sanità pubblica, l’approccio è sempre precauzionale: intervenire rapidamente e in modo ordinato consente di mantenere sotto controllo anche gli scenari teorici di diffusione e di proteggere i sistemi sanitari da eventuali criticità organizzative. In questo senso, la gestione dei casi non riguarda solo il singolo paziente, ma la sicurezza complessiva del sistema di cura e della comunità”. 

Antonella Fioravanti, guest professor alla Université libre de Bruxelles, presidente della Fondazione Parsec ed expert evaluator allo European innovation council, è una delle massime esperte mondiali nel settore: Fioravanti ha infatti sviluppato un anticorpo in grado di distruggere la corazza protettiva del batterio dell’antrace, un lavoro che le è valso il riconoscimento di miglior scienziato dell’anno dall’Accademia reale delle scienze belga e la nomina a Cavaliere della stella d’Italia. 

In foto Antonella Fioravanti

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