Firenze – In vista della prossima stagione che sarà presentata a giorni e forte di un brillante, quanto lodevole, risultato in termini economici (il bilancio consuntivo d’esercizio per l’anno 2025 si chiude con un utile di oltre 800mila euro: “Tale risultato, significativo per l’assenza di contributi straordinari da parte dei soci fondatori, conferma che il raggiunto equilibrio è ora concreto e stabile” sottolinea con soddisfazione il Consiglio d’indirizzo della Fondazione), il Maggio declina l’ultimo appuntamento operistico del festival giunto a quota 88. Domenica 14 giugno alle 17 va in scena il Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel, fra i titoli più rinomati del compositore tedesco naturalizzato inglese (1865-1759) e indiscusso capolavoro del teatro musicale barocco, che ora per la prima volta viene rappresentato a Firenze. Sul podio, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Maggio, sale il maestro Gianluca Capuano mentre la regia è firmata da Davide Livermore.
Completano la locandina le scene di Giò Forma, i costumi di Mariana Fracasso, le luci di Antonio Castro, i video da D-Wok e un cast dove, nei ruoli principali, troviamo Raffaele Pe (Cesare), Mariangela Sicilia (Cleopatra), Fleur Barron (Cornelia), Nicolò Balducci (Sesto Pompeo), Filippo Mineccia (Tolomeo ), Valerio Morelli (Achilla). Il Giulio Cesare, su libretto di Nicola Francesco Haym, debuttò con trionfale successo al King’s Theatre di Londra il 20 febbraio 1724, facendo registrare il tutto esaurito per ben 13 repliche. L’opera si basa sull’episodio della campagna in Egitto ingaggiata da Cesare per inseguire il nemico Pompeo dopo la battaglia di Farsalo, e del suo fatidico incontro con Cleopatra. La storia è nota. Sarà cronaca nera e cronaca rosa. Passione e sentimento. Seduzione e tradimento. Amore e morte. Vittoria e schiavitù.
“L’opera rappresentava un campionario perfetto di meraviglie barocche – spiega il maestro Capuano che torna al Maggio dopo l’Alcina sempre di Händel dell’ottobre 2022 – innervata da un cast vocale di prim’ordine, che annoverava nel ruolo del protagonista il famoso castrato Senesino e in quello di Cleopatra il soprano Francesca Cuzzoni. Nella continua scansione di recitativi e arie, tipica dell’opera settecentesca, Giulio Cesare racchiude alcune tra le pagine più apprezzate del compositore, e fin da subito l’impatto è straordinariamente potente, quasi uno schiaffo al pubblico. All’ouverture segue un grande coro celebrativo che esalta il trionfo di Cesare ma l’atmosfera cambia immediatamente con la comparsa della testa dell’assassinato Pompeo, trasformando l’esaltazione in desiderio di vendetta e furia. Una brutalità che riaffiora più volte, sempre bilanciata da accenti di profonda malinconia. Per me è stato lo Shakespeare della musica, una sua musica che possiede la stessa forza narrativa delle pagine scespiriane, per non dire della sottigliezza psicologica con cui costruisce i suoi personaggi che non ha nulla da invidiare all’arte letteraria del Bardo. Händel riesce a rendere i conflitti interiori, le passioni e le contraddizioni dei suoi protagonisti con una straordinaria intensità teatrale”.
Nella visione di Davide Livermore, l’azione viene trasportata negli anni Trenta del Novecento, e s’ispira dichiaratamente all’immaginario dei grandi romanzi d’avventura ambientati nel misterioso Oriente. Qui la vicenda scivola lungo il Nilo su una lussuosa imbarcazione, dove, come in un romanzo di Agatha Christie, si susseguono i colpi di scena. Accanto alla tensione drammatica trovano spazio pennellate ironiche che traducono alcune delle arie più celebri in veri e propri numeri da cabaret, un mix di rimandi e citazioni, nel quale il fascino dell’opera barocca dialoga con il linguaggio del cinema e del teatro contemporaneo. “Questa storia – ricorda Livermore – continua ad affascinarci. L’umanità vi ritorna di continuo, la racconta, la trasforma, la veste con abiti diversi secondo le epoche. Händel non la affronta come uno storico, ma come un magnifico uomo di teatro. Il mito diventa una macchina perfetta di apparizioni e manipolazioni nel solco di umanissime fragilità. I personaggi sono complessi, sfaccettati e pieni di contraddizioni. Cesare è sovrano, condottiero, tiranno, amante, amico. Cleopatra non è da meno: seduce, calcola, inventa, manipola, ma sa anche esporsi e rischiare. Entrambi conoscono perfettamente l’arte della rappresentazione del potere”.
L’allestimento thriller di Livermore, pensato per l’Opéra di Monte-Carlo, poi passato a Zurigo e Vienna, con la sua aria da panorama levantino, impresso nelle fotografie di un Pierre Loti in gita sulle rive del Bosforo, si abbandona a un sentimento di inquieta consapevolezza. Un microcosmo che salta i perimetri della grande storia e trova rifugio sottocoperta, una dimensione esistenziale dove cui tutti osservano tutti, tutti mentono un poco e quasi nessuno è innocente. “La domanda centrale – conclude Livermore – diventa: chi ha ucciso Pompeo? O meglio: chi voleva davvero la sua morte? La responsabilità non appartiene mai a una sola persona. È distribuita, elegante, diplomatica, quasi mondana. La storia d’amore tra Cleopatra e Cesare avvolge questa vicenda interna come una grande campana di vetro. Il loro fragile equilibrio diventa il punto di riferimento di tutti gli altri personaggi. Il conflitto tra Roma ed Egitto si riflette nella loro relazione: due mondi che si attraggono, si studiano, si seducono, si combattono”. Repliche il 19 e 25 giugno alle 19, e il 21 giugno alle 15,30.