Il male non esiste è il titolo di un bellissimo film, ambientato in Iran, del regista Mohammad Rasoulof. È un film, potremmo dire, di carattere «milaniano» (nel senso del don Milani de L’obbedienza non è più una virtù). La chiave di tutto, in questo lavoro cinematografico suddiviso in quattro storie (che in realtà sono articolazioni di un’unica storia) è, infatti, un problema di coscienza. La coscienza di un soldato semplice al quale viene ordinato di togliere lo sgabello sotto i piedi di un condannato a morte, destinato all’impiccagione. E il soldato sente che in lui qualcosa si rifiuta e si ribella. Un pensiero si fa strada nella sua mente: «Io, quell’atto, di togliere la vita ad un’altra persona, non lo posso fare».
Come poi andrà la storia non è qui il caso naturalmente di stare a raccontare. Ma il tema è, in sé, di grande rilievo. E lo è, a maggior ragione, in riferimento alla situazione iraniana. Perché l’Iran degli ayatollah è uno dei primi paesi al mondo per numero di esecuzioni capitali. È di questo che si parlerà nel Convegno internazionale dedicato a Diritto alla vita e pena di morte in Iran, che si terrà il 10 ottobre a Firenze, presso l’auditorium «Giovanni Spadolini» del Consiglio Regionale (Palazzo del Pegaso, via Cavour, 4). È un appuntamento promosso dal consiglio Regionale e dall’ Associazione Internazionale Ricercatori Iraniani, in collaborazione con Iran Human Rights e con la rivista «Testimonianze».
A chiedere e a proporre che il Convegno si facesse a Firenze sono stati proprio gli iraniani. Perché Firenze e la Toscana sono luoghi-simbolo. Conservano, e hanno consegnato al mondo, la memoria dell’Atto rivoluzionario di Pietro Leopoldo, che viene ricordato ogni 30 novembre nella nostra Festa della Toscana. Era il 1786, tre anni prima della Rivoluzione Francese, quando quel sovrano illuminato, stabilendo un meritorio primato assoluto a livello planetario, abolì tortura e pena di morte. Ci sono tanti paesi in questo nostro mondo degli anni duemila che ancora, per così dire, aspettano Pietro Leopoldo. E l’Iran, come con l’iniziativa fiorentina si vuole ricordare, è certamente fra questi. Si tratta di un grande Paese attraversato e segnato da molte contraddizioni.
La società civile, soprattutto nelle città (ma non solo), nonostante la dura politica repressiva del regime, è in rivolta. Una rivolta iniziata con la morte della giovane curda Mahsa Amini, arrestata per non aver portato «correttamente» il velo e deceduta, come subito si è detto, per il trattamento subito nel corso dell’«interrogatorio». Le proteste che hanno scosso il Paese sono guidate dalle donne, che più non sopportano le imposizioni del regime teocratico. E proprio una donna, Narges Mohammadi, tredici volte incarcerata (e tuttora rinchiusa nel, tristemente famoso, carcere di Evin) è stata insignita del prestigioso titolo del Nobel per la Pace. Un riconoscimento importante, anche se fonti del regime iraniano si sono affrettate a definirlo come un «atto ostile, unilaterale e fazioso». Narges Mohammadi è una combattente per le libertà e i diritti umani. La decisione della Giuria del Nobel, con questa scelta, sottolinea dunque che la lotta per i diritti umani è parte integrante dell’impegno per una cultura della pace e che, senza libertà e diritti umani, la pace stessa non ha solidi fondamenti su cui poggiare.
Viene in mente anche un’altra donna iraniana che, anni fa, è stata insignita del Nobel per la pace: Shirin Ebadi. Shirin Ebadi, che di Narges è stata, potremmo dire, ispiratrice e maestra, vive in esilio. Come avvocatessa, ha sempre difeso i più deboli della società iraniana: le donne e i minori. Un impegno coraggioso che non le è stato perdonato. Di Shirin Ebadi ho un ricordo personale da proporre. Nel 2009, quando fu ospite del Consiglio Regionale della Toscana, le sono stato accanto e le ho fatto da guida per Firenze, accompagnandola a Fiesole e a San Miniato al Monte e in Comune, dove fu ricevuta dal sindaco. Una donna, piccola di statura, forte di carattere e dotata di grande determinazione. Parlò Shirin Ebadi, all’ Accademia, sotto la statua del David, di fronte ad una sala gremita anche di suoi connazionali (iraniani «italiani» e «fiorentini») e usò parole molto suggestive. «David è un simbolo universale. La lotta e il coraggio del giovane David rappresentano la lotta e il coraggio di tutti i popoli del mondo che si battono per la loro libertà».
Sono passati quasi quindici anni e l’Iran democratico continua ad attendere la sua ora. Perché la protesta non è spenta, ma la repressione è stata, e continua ad essere, durissima. Alla pena di morte si è dato largo corso. Sia a quella «di fatto», comminata con l’uccisione dei manifestanti nel corso delle diverse mobilitazioni contro le politiche liberticide del regime, sia a quella ufficialmente comminata con tutti i crismi dai tribunale della Repubblica islamica. Fino ad oggi, sette giovani arrestati durante le manifestazioni sono stati uccisi tramite impiccagione. Altri dieci giovani, condannati in giudizio, sono in attesa di esecuzione.
Da aggiungere a questi, altri 82 manifestanti accusati di reati che comportano la pena di morte. Ma il tema della pena capitale in Iran va oltre la questione delle condanne comminate per ragioni e «reati» politici, Negli ultimi dodici mesi (secondo i dati forniti dall’ Associazione dei Ricercatori Iraniani e da Iran Human Rights) le esecuzioni avrebbero raggiunto il numero di 700. Molte condanne sono emesse per reati connessi alla diffusione della droga. Si potrebbe dire che il ricorso esemplare all’uso della forca sia una sorta di strumento di governo in Iran.
Due sono dunque i temi che si intrecciano nel Convegno di Firenze (che è a ingresso libero e che si svolgerà in lingua farsi al mattino e in lingua italiana e inglese, con traduzione dall’una all’ altra lingua, il pomeriggio, dalle ore 15.00 alle ore 19.00). Uno è quello della lotta internazionale contro la pena di morte, che ha valore ovunque, a ogni latitudine. È un impegno che continua (come ad ogni Festa della Toscana ci ricordiamo) perché anche in taluni stati democratici (e soprattutto, negli stati autoritari) siamo ancora lontani dall’affermazione del sacrosanto principio per cui lo Stato non è padrone del corpo e della vita dei cittadini. Nemmeno della vita e del corpo di coloro che hanno commesso reati, anche gravi. Tanto meno è accettabile la pena di morte come mezzo di repressione e di intimidazione contro i movimenti che si battono per i diritti umani fondamentali. E qui c’è il secondo, e fondamentale tema, da cui tutto, alfine, scaturisce: quello della lotta per la libertà, la democrazia e i diritti umani del popolo iraniano. In nome della rivoluzione islamista e di una dichiarata connotazione «antimperialista», come è noto, sono 43 anni che tali diritti sono, di fatto, e pesantemente, negati.
Tra l’altro, il Convegno di Firenze si svolge in concomitanza con i drammatici eventi del Medio Oriente. Una situazione in cui la Repubblica islamica iraniana appoggia i movimenti fondamentalisti come Hamas e Hezbollah e si guarda bene dal condannare gli atti stessi di terrorismo e le violenze contro civili inermi. Sono tante le questioni che vengono al pettine e che, più di quanto immaginiamo, direttamente ci investono e ci riguardano. Ieri papa Francesco ha detto che «terrorismo e guerra non sono mai la soluzione dei problemi». Troverà ascolto? Il Convegno di Firenze farà un appello al ruolo e al senso di responsabilità della comunità internazionale. È un appello a cui tutti, come singoli e come membri di una comunità globale sempre più interconnessa, siamo invitati a prestare attenzione e a rispondere.