Debito Usa: ora fuggono anche i Paesi nordeuropei

Intervista all’economista Alessandro Volpi

Fuga mondiale dagli asset Usa, vera o no? Una tendenza che da ormai qualche tempo viene ripresa e rilanciata dalle testate economiche e non solo. Ma cosa c’è di vero in tutto ciò, e quanto c’è di strutturale in questa asserita nuova tendenza del mondo finanziario globale? L’allontanamento dagli asset americani dei Paesi nordeuropei è reale, conta qualcosa, è un segnale o una ritorsione, risibile peraltro, legata alla partita groenlandese? Per cercare di districare una matassa che si mostra piuttosto confusa, ci rivolgiamo al professor Alessandro Volpi, economista, docente dell’Università di Pisa.

Che valore dare a questa nuova postura dei Paesi del Nord Europa?

“Tanto per capire cosa sta succedendo, bisogna partire dal cuore del problema, che è il gigantesco debito federale americano. Circostanza rilevata persino dal Fondo Monetario Internazionale, che nell’ultimo intervento lanciava l’allarme sul fatto che i volumi di debito cui si sta arrivando sono molto preoccupanti. Su questo il FMI è stato sempre molto attento e fin troppo austero, in alcuni casi disastroso. Ma in questo caso fa i conti con dei numeri impressionanti: il debito federale americano è pari a 38mila cinquecento miliardi, secondo tutte le statistiche, ormai cresce di dieci miliardi il giorno. Un debito davvero difficile da gestire e da governare. Dietro questo processo sono già evidenti alcuni elementi chiave: il primo, che realtà che acquistavano il debito americano in maniera significativa come nel caso della Cina, non comprano più debito, anzi, lo stanno progressivamente dismettendo, tanto che potremmo essere arrivati  al livello minimo, qualcosa come  meno  di 600 miliardi di dollari di debito statunitense; quindi, non partecipano più alle aste americane. Un secondo dato, non comprano più neppure le petromonarchie, ormai restie a comprare debito americano; l’India, d’altra parte, sta riducendo progressivamente la propria esposizione”.

Ma qualcuno parla di livello massimo di acquisto di debito americano, insomma, mai come ora gli stati stranieri stanno comprando debito dagli Usa. Come si spiega questo paradosso?

“Vorrei fare un inciso, sull’approssimazione di certi commenti. E’ vero, come scrive qualcuno, che gli acquisti di debito americano stanno crescendo, abbiamo raggiunto il livello massimo di 9.400 miliardi di dollari in mano a stranieri. Però bisogna davvero leggere i numeri. Se è vero che 9.400 miliardi sono una cifra considerevole, tuttavia è una cifra considerevole perché è aumentata la dimensione complessiva del debito americano. Se noi lo trasformiamo in percentuali, che è ciò che si dovrebbe fare, siamo al minimo storico della percentuale di debito americano nelle mani di investitori stranieri. La percentuale è infatti il 25%; solo il 25% del debito americano è in mano a soggetti stranieri. Nel 2013, per dare un dato di riferimento, la percentuale in oggetto era vicina al 50%. E’ chiaro quindi che ci sono delle criticità forti; essendo d’altro canto la torta così grande, è aumentato leggermente il volume complessivo degli acquisti; ma non in percentuale sul totale del debito. Del resto, abbiamo già sottolineato l’allontanamento di Cina, petromonarchie, India…”.

Insomma, i grandi compratori hanno smesso di essere tali. E ad ora, chi compra?

“Il debito americano è sempre più nelle mani, questo dato è interessante, dei grandi fondi: BlackRock, Vanguard e State Street, che peraltro lo comprano in parte con il risparmio degli europei, ma quel risparmio degli europei non viene conteggiato nel conto dei compratori esteri, perché i compratori risultano BlackRock, che è americano, Vanguard, State Street; aggiungo che la Federal  Reserve ha cominciato a fare un po’ di quantitative easing perché le aste, appunto, rischiano di essere in affanno, e ciò spaventa ancora di più i soggetti esposti sul debito americano, dal momento che produrre dollari in queste condizioni, con un dollaro debole, rischia di indebolire ancora di più la valuta statunitense e quindi i titoli del debito americano che sono denominati in dollari. Partirei perciò da un dato di fatto, che è: i Paesi importanti che una volta compravano debito (Cina, India, Emirati, Arabia Saudita e così via) non si espongono più in titoli del debito pubblico americano perché le proporzioni sono davvero troppo esagerate e il dollaro si sta davvero troppo indebolendo. Il debito americano tende a essere coperto faticosamente, per oltre il 70%, solo da soggetti americani. Questo non è un segnale forte verso il mondo, soprattutto se gli acquirenti sono i grandi gestori di risparmio collettivo e quindi devono drenare il risparmio in  giro per il mondo per portarlo dentro il debito americano”.

In questi giorni si agita anche la crisi del Giappone. Che rapporto ha con lo scenario da lei descritto?

“A questa crisi aggiungerei il caso del Giappone, che è tutt’altro che banale e avrà, secondo me, conseguenze importanti. E’ cambiato il governo nipponico e la nuova linea della premier giapponese è quella di aumentare la spesa pubblica, soprattutto in direzione del riarmo per fronteggiare il pericolo cinese, e abbassare le tasse, soprattutto sui consumi, per rilanciare i consumi interni. La conseguenza è che la banca centrale giapponese, preoccupata per questa politica, ha portato il costo del denaro in Giappone a uno 0.65, che, se sembra poco, per il Giappone abituato a tassi sostanzialmente sotto lo 0, negativi, è un primo segnale. Contemporaneamente, di fronte a questa politica espansiva del governo, i titoli di stato giapponesi stanno aumentando il loro rendimento, arrivando a pagare il 2.50-3%. Il problema è che, avendo il Giappone il più grande debito al mondo (pari al 250% del Pil, finanziato dalle banche giapponesi e dai giapponesi) nel momento in cui i tassi di interesse salgono anche di poco, diventa molto costoso finanziare una tale montagna di soldi. In questi giorni hanno perciò conosciuto la peggior crisi del loro debito”.

Come reagisce la Banca centrale giapponese?

“Un altro aspetto è che, se la Banca centrale giapponese, per evitare effetti di fuga dal debito nipponico (quindi vendita dei titoli giapponesi, come sta avvenendo, con deprezzamento dei titoli stessi) deve alzare i tassi di interesse, viene meno quel meccanismo che ben conosciamo che si chiama carry trade (un operatore bancario, o un fondo ,  poteva andare in Giappone, indebitarsi  lo 0%, portare i soldi negli Usa, comprare titoli di Stato americani che garantivano n rendimento significativo), meccanismo che  contribuiva all’acquisto del debito americano. Se i tassi di interesse giapponesi salgono troppo, questa operazione, tenendo conto anche della debolezza del debito americano che non è così sicuro, viene meno. Manca anche questo pezzo ulteriore di finanziamento per il debito statunitense. Tirando le fila: 38mila 500miliardi di debito, non ci sono i cinesi, non ci sono gli indiani, non ci sono le petromonarchie, c’è una dipendenza dai grandi fondi, Black Rock, Vanguard e State Street, cè la crisi giapponese in atto, è evidente che alcuni stati europei, il primo peraltro che ha fatto questa manovra di allontanamento è stata la Norvegia, prendono misure”.

Secondo lei, è significativo che il primo Stato europeo a mettere in campo manovre di allontanamento sia stata la Norvegia?

“La mossa della Norvegia non è stata notata, ma l’attacco di Trump al presidente norvegese non riguardava il Nobel, bensì il fatto che il più grande fondo sovrano pubblico del mondo che è quello norvegese con circa 2mila miliardi di asset, ha cominciato molto rapidamente a vendere titoli del debito americano; in sequenza, proprio per questa scarsa tenuta del debito statunitense, hanno cominciato a vendere anche i danesi, alimentati naturalmente dalla polemica groenlandese e poi gli svedesi. Perciò, questo minore impegno di Svezia e Danimarca di cui si è parlato in questi giorni sui giornali, va collocato alla fine di questa catena complessiva che è davvero una catena enorme di crisi del debito degli Usa, che è un dato strutturale.  Tra l’altro, se salta la filiera giapponese, e il Giappone è il più grande compratore estero di debito americano (ne compra per 1200 miliardi, sostenuto in questo momento solo dalla Gran Bretagna) le conseguenze rischiano di essere profonde. D’altro canto, l’allontanamento della Norvegia in primis , col suo fondo sovrano, della Danimarca poi e della Svezia, sono la coda di un processo di crisi profondissima del debito americano, che rischia davvero di avere effetti devastanti”.

E l’Italia?

“Un rapporto uscito in questi giorni dimostra che, nel corso del 2026, ci sarà in Italia un aumento significativo del costo dei mutui, in quanto si prevede, per effetto della forte concorrenza dei rendimenti dei titoli di Stato, e quindi del costo che crescerà di approvvigionamento delle banche al credito, che i tassi sia fissi che variabili cresceranno significativamente. Perciò ci sarà un incremento per le rate dei mutui. Il debito americano a questo punto arriva direttamente in casa nostra. Una guerra del debito a livello globale di queste proporzioni generata dalla debolezza del debito americano provoca inevitabilmente un rialzo dei tassi di interesse praticati dalle banche e quindi un aumento del costo dei mutui. Ed è interessante che questo avverrà sia sul fisso che sul variabile. Se a questo si aggiunge che comunque il prezzo delle case sta aumentando in Italia, ci troveremo con importi di mutuo, concessi a condizioni più gravose, che saranno più alti rispetto agli importi di mutuo contratti fino all’anno scorso. Mi sembra che questo non sia banale”.

Foto: da Wikipedia,

Total
0
Condivisioni
Prec.
Defend Rojava, venerdì manifestazione regionale per i Curdi

Defend Rojava, venerdì manifestazione regionale per i Curdi

Il concentramento in piazza Santa Maria Novella il 30 gennaio alle 17

Succ.
Referendum: la riforma distrugge l’autogoverno dei magistrati

Referendum: la riforma distrugge l’autogoverno dei magistrati

Si ripristina un controllo su comportamenti e opinioni dei giudici

You May Also Like
Total
0
Condividi