Non ci fosse stata la minaccia, peraltro già spesso diventata disastrosa realtà, del climate change e non ci fossero gli allarmanti dati sanitari sul pericolo smog, mancava solo Hormuz a rafforzare l’allarme sulle fonti energetiche fossili che, nonostante tanto discorrere di fonti alternative e sebbene in molti casi queste ultime abbiano fatto passi da giganti, dominano ancora i consumi mondiali: sputando gas climalteranti e agenti inquinanti. Alla questione ambientale già in atto, Hormuz ha aggiunto il rischio, come è già stato e non è scontato che non continui a essere, di travolgere l’economia di mezzo mondo oltre ad avere indicato la precarietà di un sistema di approvvigionamento dell‘energia che oggi c’è ma domani chissà. Visto che il trasporto delle fonti fossili non è più dato per certo e scontato, e che costi e relativi guadagni derivati dalle medesime costituiscono un sempiterno incentivo alle guerre.
In questo quadro puntare sulle rinnovabili diventa un obiettivo ambientale fondamentale ma anche di risparmio economico e concretamente pacifista. Ma il governo italiano oscilla tra il continuare felicemente a usare energie fossili – basti il gas che continua a comprare dagli Usa e quello che spera di acquistare nei paesi che ne sono forniti vedi i continui viaggi di Meloni nei medesimi – oppure puntare sulle energie alternative. A cui sembra recentemente aver deciso di preferire il nucleare, puntando a ritirarlo fuori in versione, si dice, più moderna e sicura. Quanto alle rinnovabili non si dichiara ostile ma fa troppo poco per incrementarle, protestano gli ambientalisti, a partire da Legambiente.
Intanto, nonostante a tutto, le fonti rinnovabili crescono, specie negli ultimi anni, anche se ancora non abbastanza. Non tanto almeno da lasciare tranquilli sul raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione europei che prevedono il 42,5% di approvvigionamento dalle rinnovabili entro il 2030. Nonostante queste ultime (specie sole e vento) siano in notevole crescita negli ultimi anni, fino a coprire oltre il 34% della domanda elettrica nazionale. E ciò, nonostante i freni posti alla transizione dal poco entusiasmo governativo, le complicazioni burocratiche e dunque la lentezza di autorizzazioni e aste, le sordità istituzionali e la sindrome Nimby che in molti casi di amministratori si è tradotta, nel timore di perdere il consenso, in sindrome di Nimto (Not in My Term of Office, traduci: Non nel mio mandato), come ricorda Katiuscia Eroe, responsabile nazionale per l’energia di Legambiente. Oltre alla mancanza di capacità o volontà di occuparsi dello stoccaggio dell’energia per potere usare la sovrabbondanza quando si manifesti un periodo di penuria e di reti di trasporto. E all’assenza di una rete di trasporto : “Si tratta di cambiare un sistema e quindi di dotarsi anche di nuove e diverse infrastrutture”, ricorda Eroe.
Mentre il docente universitario di ecologia e responsabile scientifico nazionale delle piattaforme eoliche offshore (quelle che sfruttano i venti che sul mare soffiano sempre mentre sulla terra no e che evitano troppe pale eoliche terrestri invise a tanti), Silvio Greco, parla di tanti progetti di piattaforme offshore che restano fermi. “Sono già pronti – dice – In questo momento ce ne sono addirittura due che hanno già avuto l’approvazione ministeriale di Via (la valutazione di impatto ambientale) ma il governo, ormai preso dall’entusiasmo nucleare, non fa le aste necessarie per iniziare i lavori”.
Anche Legambiente contrappone lo straordinario recente successo delle rinnovabili alle lentezze o le opposizioni istituzionali. Lo fa nel suo rapporto 2026 intitolato “Scacco matto alle rinnovabili”, invocando “più convinzione nella rotta della transizione energetica”. Secondo l’associazione ambientalista, “ il 2025 ha segnato un traguardo storico per le rinnovabili in Europa. Per la prima volta, infatti, eolico e solare hanno generato più elettricità delle fonti fossili: 841 TWh/, (ovvero Teravattori , l’unità di misura per quantificare grandi produzioni o consumi di energia, l’anno): il 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea. Contro 809 TWh/a di fossili e 652 TWh/a di nucleare”. Si tratta di scegliere se accelerare o fermarsi o vivacchiare.
In questa situazione cosa fa L’Italia fa? “Contribuisce al risultato con 65,7 TWh/a, il 7,8% dell’intera produzione europea, di cui 44,3 TWh di solare e 21,4 TWh di eolico. Le fondamenta per un’ulteriore crescita sono gettate, a patto che si mitighino gli ostacoli burocratici. Nonché le opposizioni territoriali che rallentano pesantemente lo sviluppo”, risponde Legambiente, aggiungendo che “il governo non mostra nessuna convinzione in questa battaglia ma oscilla tra soluzioni emergenziali, fino al ritorno al carbone e al nucleare, passando per l’aumento della potenza dei rigassificatori”.
Eppure i dati ci raccontano che nel primo bimestre di quest’anno le rinnovabili sono arrivate a far fronte al 34,6% della domanda elettrica nazionale, la produzione più alta di sempre, contro il 31,3% dell’anno precedente. La parte del leone l’ha fatta il fotovoltaico con un ulteriore balzo in avanti della produzione a inizio di questa primavera. Mettendo in rilievo il problema di come gestire gli accumuli senza avere ancora studiato una soluzione da usare, mentre “quando ci sono sul territorio oltre 884.000 sistemi in esercizio – osserva Legambiente – lo stoccaggio energetico (storage) è la priorità strategica”: per gestire gli alti e i bassi e non sprecare gli sforzi. Nel frattempo cresce anche l’uso di elettricità nel paese. A febbraio, per esempio, la domanda ha superato del 2,1% quella del medesimo mese rispetto a del 2025, fino a un consumo di circa 25,3 TWh, di cui 9,6 prodotti dalle rinnovabili. L’eolico ha più che raddoppiato (+116,7%) il fotovoltaico anche (+25,5%) e la produzione idroelettrica ha fatto più 6,2%. Come rivela il report mensile di Terna, la rete elettrica nazionale.
Insomma in Italia ci sono le condizioni per la transizione energetica, i luoghi adatti, la convinzione di tanti cittadini, compresi quelli impegnati a risolvere le difficoltà economiche, di autorizzazioni, di sovvenzioni per fondare le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) in modo da condividere impianti di energia rinnovabile. “Ci vorrebbe solo più convinzione governativa e istituzionale nella rotta verso la transizione energetica”, è convinta Legambiente che auspica norme chiare, semplificazione burocratica, interventi rapidi. “Abbiamo a malapena raggiunto l’obiettivo di metà percorso delle aree idonee: risultato paradossale per un paese ad alto potenziale rinnovabile come l’Italia. Dobbiamo cambiare rotta”, commenta Eroe.
D’altra parte le rinnovabili non sono solo la fonte energetica meno inquinante ma anche la più economica. Mentre l’Italia continua a essere il paese europeo che spende di più per l’energia. «Le rinnovabili – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – possono dare un contributo sostanziale al sistema energetico ma per far ciò è fondamentale snellire gli iter burocratici, investire su reti e accumuli, sviluppare i grandi impianti, troppo spesso oggetto di paure, mistificazioni e fakenews, e che in realtà portano benefici diretti e indiretti a livello nazionale e locale. È importante che l’Italia investa sempre più sulle fonti pulite prendendo come modello la Spagna dove nel 2026 la bolletta elettrica registra il valore più basso, pari a 42,5 euro per MWh (Megavattora, l’unità di misura delle grandi quantità di energia) contro i 130,5 euro per MWh di quella italiana. Inoltre, il fatto che gli investimenti globali nella transizione energetica abbiano quasi raddoppiato quelli delle fossili sono numeri importanti che smentiscono anche chi vuole tornare al nucleare, Italia compresa” . Aggiunge Katiuscia Eroe: “Il nucleare sarebbe molto più costoso delle rinnovabili, potremmo vedere il primo reattore solo tra una quindicina d’anni a essere ottimisti e, se è vero che da quando se ne parlava prima le condizioni di sicurezza possono essere migliorate, tuttavia i progetti di cui parla il governo sono ancora in fase di sperimentazione” .
Per concludere, nonostante i progressi dell’ultimo periodo sulla via della transizione, il fatto resta che a fine marzo 2026 l’Italia aveva appena raggiunto il 33,2% dell’obiettivo complessivo 2030. C’è n’è di lavoro da fare.