Alle porte con il 34° Vertice Antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto, che quest’anno si terrà nella Sala Capitolare della Basilica di Santo Spirito a Firenze il 30 novembre, raggiungiamo il presidente Salvatore Calleri per porre sul tavolo alcune delle tematiche attorno cui si svolgerà quello che è diventato, nei suoi 25 anni di esistenza, un vero e proprio appuntamento dell’antimafia nazionale.
Mafia come fenomeno in continua evoluzione, che segue e anzi a volte anticipa i cambiamenti di potere e gli sviluppi della società economica e civile. Qual’è l tema di quest’anno?
“Già l’anno scorso trattammo il tema della mafia 4.0, che trattava della sua evoluzione in senso anche tecnologico, di come è cambiata la mafia contemporanea, di come si è raffinata. Quest’anno il focus lo spostiamo, specularmente, su come deve adeguarsi e trasformarsi l’antimafia nel fronteggiare la “nuova” mafia. Spesso corriamo il rischio di avere un’antimafia statica, che vive delle glorie del passato, mentre dobbiamo contare su di un’antimafia moderna, anche sociale dal momento che la giudiziaria fa sempre la giudiziaria, ma il punto importante è la cosiddetta antimafia sociale”.
In che senso?
“Non dimentichiamo che l’antimafia sociale ha sempre anticipato l’antimafia giudiziaria. Nel nostro Paese, i fenomeni mafiosi sono stati prima scovati dall’antimafia sociale, poi seguita dall’antimafia giudiziaria. Basti ricordare che quando ancora Cosa Nostra non era identificata come forma mafiosa e la voce corrente era che la mafia non esisteva, una parte della società, costituita spesso da contadini, operai e menti libere, ne affermava con forza l’esistenza. Poi sono arrivate le sentenze. Su questa traccia storica, l’antimafia di oggi, senza pensare al glorioso passato, deve evolversi sì partendo dal glorioso passato, ma anticipando, in modo dinamico, come ad oggi si deve combattere la mafia”.
E quali sarebbero le modalità per concretizzare questo auspicio?
“Il metodo concreto parte sempre da una seria capacità di analisi. E’ necessario analizzare i fenomeni, capire sul campo, perché in questo modo ci si può portare un passo avanti rispetto alle organizzazioni mafiose. Sta già succedendo? Rispondo che deve succedere. Deve succedere perché è questione di vita o di morte. In un certo senso, queste capacità di stare avanti rispetto alle mafie le avevamo già messe in atto, ma si sono affievolite negli ultimi anni, mentre è necessario riscoprirle e attualizzarle. Faccio un esempio concreto mirato alla mia regione. In Toscana ci troviamo in un’ex isola felice. Un esempio di antimafia 4.0 è prevedere che determinate forme di criminalità di strada si possano sviluppare in criminalità organizzata prima e in criminalità di tipo narco-mafioso dopo. Occorre analizzare, capire i fenomeni e avere lo sguardo lungo. Ergo, detto a margine, la criminalità di strada non va sottovalutata dovunque si presenti, dall’Italia all’Europa almeno”.
Ma dai dati della Fondazione emerge che è la criminalità di strada a evolversi in maniera autonoma verso forme di criminalità organizzata o è la grande criminalità organizzata ad andare a pescare dentro la riserva di nuove braccia offerta dalla criminalità di strada?
“E’ in buona sostanza un sistema biunivoco, ma laddove non c’è il radicamento territoriale si possono creare nuovi clan autoctoni. Con l’avvertenza che, anche laddove il radicamento territoriale delle mafie diciamo storiche esiste, si possono creare comunque compagini autonome che diventano, o cercano di diventare, competitive rispetto alle “vecchie” mafie. Del resto, a volte gli arresti mettono in crisi territoriale l’organizzazione mafiosa classica che potrebbe lasciare un vuoto che viene riempito da altro. Ma tutto ciò riguarda le organizzazioni che stanno più sulla strada. E’ necessario però affinare le capacità di “intelligence” intesa in senso ampio, non come servizi segreti o altro, per comprendere come si possono evolvere le forme mafiose evolute”.
Sta riferendosi a qualcosa in particolare?
“Anno scorso abbiamo avuto un’indagine importantissima della Procura di Milano che ha confermato ciò che la Fondazione Caponnetto dice da anni, ovvero che i clan principali campani, siciliani e calabresi, lavorano come un sorta di confederazione. Non ci sono più differenze così marcate, fra i clan di serie A. Di questo, la Fondazione fece menzione già una decina di anni fa, quando il nostro vicepresidente Renato Scalia coniò il termine “‘Ndrangheta Nostra”. Si tratta di un’evoluzione interessante che va seguita con estrema attenzione Poi, naturalmente, si parlerà della gestione dei dati”.
Una questione delicatissima che ha avuto la ribalta mediatica per qualche giorno, nelle scorse settimane, ma come spesso accade, sembra ora scomparsa dall’attenzione pubblica. In che senso il tema è vicino alle mafie?
“Il tema della cyber sicurezza sarà centrale al Vertice. L’antimafia 4.0 non può limitarsi a esaminare l’orticello della mafia, ma deve essere attenta a tutto ciò che nasce intorno. Si deve comprendere l’importanza delle interazioni ed è per questo che ritengo che antimafia 4.0 è un’antimafia di intelligence, oltre che di raccolta notizie anche da fonti aperte. Per quanto ci riguarda, raccogliamo e pubblichiamo notizie che devono essere messe a disposizione in modo pubblico e trasparente. Infine, non dimentichiamo che i dati sensibili e quelli personali sono una miniera d’oro, non solo per le mafie, ma che inevitabilmente attraggono la macchina sempre alla ricerca di profitti e flussi di denaro delle mafie”.
Dunque, mafia moderna e cyber?
“Non dobbiamo dimenticare che la mafia non è un fenomeno semplice che può essere identificato con schemi precisi. Da quando è nata, l’organizzazione mafiosa si compone di vari strati e livelli, attualmente convivono le forme primordiali di controllo del territorio con la violenza e l’intimidazione e la sofisticata conoscenza finanziaria, telematica e digitale di alcuni livelli dotati di competenze raffinatissime. Non dimentichiamo che ci si trova di fronte a organizzazioni camaleontiche, che aggrediscono fette di economia sana e sono in grado di trafficare con i dati sensibili e la finanza digitale, a fronte, sull’altro lato del fiume, della facilità con cui si possono violare le banche dati”.