“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari… Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
Suona blasfemo accostare la sacra poesia di Eugenio Montale al profano agone della politica di oggi, ma quei versi sembrano la perfetta sintesi di come le opposizioni navighino a vista nel mare del terzo governo più longevo della nostra Repubblica, quello che più a destra non si era mai visto, quello che ha raccolto tutti i Fratelli d’Italia sotto la guida arrembante di Giorgia Meloni.
La manovra è una cartina di tornasole, si comincia partendo all’attacco: misure senza visione, senza crescita, insufficienti e ingiuste, è il refrain di fondo del centrosinistra. Quanto a proporre alternative, il discorso si fa più difficile. I partiti dell’opposizione, per smontare la legge di bilancio, si limitano perlopiù a contrastarla colpo su colpo, provvedimento su provvedimento, anche in modo fantasioso, regalando siparietti in Parlamento. Giuseppe Conte, nel suo intervento in aula alla Camera, ha offerto, con dedica, alla presidente del Consiglio, un libello stampato dal M5S, per opporlo al ‘libro dei sogni’ della premier: “Guardi- le ha detto- noi abbiamo confezionato per lei un libro dei record. Si intitola ‘Tre anni di tasse’, aumentate come non mai, però qui non troverà niente su banche, imprese assicurative e giganti del web”.
Anche il Pd non ha risparmiato strali: “È la manovra più modesta e rinunciataria degli ultimi anni. Di fronte a un’economia ferma, ai contraccolpi dei dazi americani e all’aumento delle disuguaglianze, il Governo ha scelto la strada dell’austerità e della stagnazione. Tiene i conti in ordine, ma senza una strategia di crescita: il risultato è una manovra con un impatto zero sul PIL e addirittura negativo sugli investimenti”, ha detto il senatore Antonio Misiani, responsabile Economia. Aspre critiche pure dalla sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e dai riformisti del campo largo. Perfino Calenda, dal suo solitario bilico fra i due poli, ha avanzato importanti riserve sulla legge di bilancio.
Un tempo c’erano i ministri dei ‘governi ombra’ che stilavano le contromanovre delle opposizioni, oggi, in epoca di populismi e battaglie identitarie, è più importante scendere in campo con bordate ad effetto, pronti a spiegare cosa non si deve fare, meno a dire cosa si può fare. Poi c’è l’eterna piazza, ‘la nostra piazza’, come Pd e Avs, (ma non i 5 Stelle, assenti) hanno definito la manifestazione organizzata dalla Cgil a Roma, con 200mila persone che hanno sfilato contro la manovra.
Tant’è, comunque le linee generali, i paletti di una ipotetica legge di bilancio firmata centrosinistra ci sono. E si cerca un fronte comune: “C’è spazio per un’azione unitaria tra le opposizioni – sottolinea la segretaria del Pd Elly Schlein – Abbiamo presentato una mozione unitaria sul Documento di programmazione e c’erano dentro molte proposte di politica economica condivise. A partire dal salario minimo, su cui convergono da sempre tutti i gruppi di opposizione, compresa Azione di Carlo Calenda. Anche Conte esorta a una battaglia comune. I grandi temi condivisi sono le politiche di redistribuzione, con il sostegno ai redditi più bassi, la progressività fiscale e la lotta all’evasione; per alcuni non è neanche un tabù la patrimoniale. Altro tema unitario sono gli investimenti nei servizi pubblici (Sanità, Istruzione, Trasporti), che vanno potenziati. Ogni partito poi ci aggiunge del suo.
Il Pd, nella sua ipotetica finanziaria, indica una prospettiva di tre anni, circoscrivendo i temi portanti. Primi fra tutti lavoro e tassazione, citando in premessa i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio che certifica la discesa dei salari reali dell’8,8% rispetto al 2020. Quindi si propone la restituzione del fiscal drag e la sterilizzazione del salario minimo e della contrattazione collettiva. Sul versante dell’industria, il rifinanziamento del fondo automotive tagliato dal governo e misure per abbassare il costo dell’energia, “temi totalmente assenti nella manovra”, sottolinea Misiani. Non solo, aggiunge passando al capitolo imprese, “i quattro miliardi per la nuova Transizione 5.0 sono una goccia rispetto a quello che servirebbe”. Anche sulle banche, difficile trovare una controproposta articolata, c’è di certo la demolizione di ciò che è stato presentato dal governo e stavolta a cura di Francesco Boccia, presidente dei senatori Pd: “La tassa sugli extraprofitti – dice- è una finta operazione, non una vera tassa. Non sappiamo se le banche pagheranno, anche lo scorso anno avevamo assistito a questa querelle ed è finita che le banche hanno solo anticipato tasse che non dovranno più pagare dopo il 2027, quando non ci sarà più il governo Meloni: un gioco di prestigio che nemmeno il mago Silvan”.
Capitolo scuola, qua è la responsabile Pd Irene Manzi ad esprimersi e parla di un “durissimo colpo” inferto dal governo: “L’istruzione viene trattata come un costo da ridurre e non come un investimento strategico per il futuro. Il taglio di più di 600 milioni di euro nel prossimo triennio e, in particolare, la drastica riduzione dei fondi destinati all’edilizia scolastica, 98,5 milioni in meno nel 2026, fino a quasi 200 milioni in meno nel 2028, sono scelte che penalizzano studenti, famiglie e personale scolastico. Gravissima, poi- prosegue Manzi- l’abolizione dell’organico triennale stabile dei docenti, ridotto ad organico annuale, che ferisce l’autonomia scolastica”. Di certo, “riteniamo centrale ed essenziale l’investimento in edilizia scolastica, personale e qualità didattica e su questo presenteremo emendamenti”, annuncia Manzi.
Il M5S sintetizza i suoi cavalli di battaglia in quattro proposte: no tax area, aumento dell’assegno unico per le famiglie, competitività – visto il calo della produzione industriale – con il ripristino di ‘Transizione 4.0’ e risorse vere alla Sanità.
Ma su questo ultimo importante capitolo, tutta l’opposizione sposa e rilancia il rapporto della Fondazione Gimbe, che sottolinea come “secondo il disegno di Legge di Bilancio 2026, il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) raggiungerà €143,1 miliardi nel 2026, € 144,1 miliardi nel 2027 e € 145 miliardi nel 2028”. Il presidente Nino Cartabellotta riconosce al governo “il merito di aver ottenuto un rilevante incremento del FSN dal 2025 al 2026: ben € 6,6 miliardi, di cui € 4,2 miliardi già stanziati nelle precedenti manovre. Complessivamente, la manovra 2026 assegna alla sanità € 7,7 miliardi per il triennio 2026-2028: tuttavia, in rapporto al PIL – puntualizza Gimbe – la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità, dopo un lieve aumento nel 2026, scenderà sotto la soglia ‘psicologica’ del 6% nel 2028.
Inoltre, la frammentazione di misure e investimenti sembra più orientata a soddisfare i diversi attori che a delineare una strategia di rilancio di un Servizio sanitario nazionale in grave affanno. Un sistema in cui regnano inaccettabili diseguaglianze e dove, nel 2024, i cittadini hanno speso di tasca propria oltre € 41 miliardi per curarsi e 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie”. Quanto agli organici, “pur riconoscendo la volontà di rafforzarli – commenta Cartabellotta – il concetto di ‘piano assunzioni’ appare contraddittorio finché resta in vigore il tetto di spesa per il personale sanitario”. Sul fronte delle retribuzioni, la manovra introduce un incremento dell’indennità di specificità per medici infermieri e altre professioni sanitarie– pari a € 280 milioni annui a partire dal 2026- ma “si tratta solo di briciole. Importi di tale entità non saranno sufficienti ad arrestare l’emorragia di medici dal pubblico né a rendere più appetibile la professione infermieristica per le nuove generazioni”, conclude Cartabellotta. E le opposizioni plaudono.
Il M5S punta un faro anche sulla povertà, ricordando numeri da record storico: 5,7 milioni di poveri assoluti per un totale di 2,2 milioni di famiglie. E il governo su questo, affermano in una nota i parlamentari del M5S delle commissioni Lavoro, si è prodotto in “un vero e proprio gioco delle tre carte, di cui la premier e i suoi sono campioni mondiali. Le risorse stanziate per pagare una mensilità aggiuntiva di Assegno di inclusione vengono infatti sottratte al ‘Fondo Povertà’, che subisce una diminuzione di quasi 1,5 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Insomma: mentre il Governo mette sul piatto decine di miliardi per l’aumento della spesa militare, al contempo lascia indietro i poveri. Presenteremo degli emendamenti per rimediare a questa follia”. Quanto al problema generale del reperimento delle risorse, il leader Conte sintetizza: “Si recuperino soldi veri da extraprofitti e riarmo, poi si investa su un forte taglio delle tasse, con allargamento della no tax area”.
Da parte sua l’Alleanza Verdi e Sinistra di Fratoianni e Bonelli, si concentra sui Comuni, indicendo uno sciopero per il 19 novembre, perché “le scelte compiute dal governo Meloni negli anni precedenti prevedono, nel 2026, unincremento dei tagli pari al 130% delle entrate correnti che garantiscono stipendi e servizi, e un taglio del 90% degli investimenti previsti per legge. Un vero e proprio bollettino di guerra, catastrofico, che ha come vittime gli enti locali e i servizi ai cittadini”. I Verdi di Angelo Bonelli inoltre attaccano la “manovra contro l’ambiente” che riduce “le risorse per l’Ispra, deputata a garantire i controlli ambientali e la tutela della salute dei cittadini, insieme ai fondi per le ciclovie e la mobilità sostenibile”. In compenso, ricordano, il Ponte sullo Stretto resta intoccabile e va avanti con i suoi 14 miliardi di finanziamenti garantiti.
Ma il più duro di tutti è sembrato Matteo Renzi, con un intervento in Senato tutto in attacco: “È arrivata la Legge di Bilancio meno ambiziosa degli ultimi vent’anni. Mai vista una roba così mediocre, mai! Una paccottiglia di misure inutili, talvolta dannose, messe insieme senza uno straccio di visione Paese”, prosegue il leader di Iv e striglia anche l’opposizione: “La pressione fiscale schizza quasi al 43%. Il ceto medio soffre. Su questo il centrosinistra deve svegliarsi. È a rischio il portafoglio, non la democrazia”.
Insomma, le opposizioni si preparano abbastanza uniti alla battaglia in Parlamento che giovedì pomeriggio partirà dal Senato. Chi invece resta divisa e continua ad azzuffarsi è la maggioranza, con i due vicepremier Salvini e Tajani ancora in guerra sulle banche. Il primo continua a minacciare di chiedere un contributo più sostanzioso, il secondo lo stoppa opponendo se stesso e tutto il suo partito a difesa degli istituti di credito. Anche la casa e l’aumento della cedolare al 26% sugli affitti brevi è terreno di scontro, ma la posta in gioco qui è scarsa e il ministro dell’Economia Giorgetti sembra disponibile a rivedere la misura. Le polemiche dentro la maggioranza non si fermano ma, alla fine, non fanno paura. “Chiacchiere” le ha bollate il navigato Pierferdinando Casini, “chiacchiere per far suonare un po’ la grancassa delle loro idee. La Meloni li fa giocare, poi al momento opportuno mette tutti in riga”.
E così è stato. La presidente del Consiglio è intervenuta per dare lo stop ai suoi alleati, convocando un vertice di maggioranza. Ma ha già messo in chiaro che il provvedimento sulle banche non si tocca: “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 ce ne mettono a disposizione circa 5 per aiutare le fasce più deboli della società, credo che possiamo essere soddisfatti noi e, in fin dei conti, anche loro – ha tagliato corto Meloni – Non vogliamo tassare la ricchezza prodotta dalle aziende, perché daremmo un segnale sbagliato. Vogliamo un contributo sulla rendita accumulata per condizioni di mercato che la politica del governo ha fortemente contribuito a creare”. Insomma, ha concluso la premier, “per mantenere i conti in ordine occorrono delle risorse e le abbiamo chieste a chi, grazie a questa politica, ha avuto dei grandi benefici”.
Ipse dixit, si mettano tutti il cuore in pace, quelli che ‘giù le mani dalle banche’ e quelli che vorrebbero tassarle molto di più. Per il resto si vedrà in Parlamento, qualche modifica sarà ammessa ma, rigorosamente, a saldi invariati.