Conti pubblici: crescita bassa, debito alto e sistema politico senza strategie

Il Documento di finanza pubblica evidenzia con chiarezza i limiti strutturali dell’economia

Il Documento di finanza pubblica approvato dal governo il 22 aprile 2026 delinea un quadro macroeconomico improntato alla prudenza, evidenziando con chiarezza i limiti strutturali della dinamica economica italiana nel prossimo triennio.

 Le previsioni indicano una crescita del PIL reale pari allo 0,6% nel 2026 e nel 2027, con un lieve miglioramento allo 0,8% nel 2028. Si tratta di un profilo espansivo estremamente contenuto, stabilmente al di sotto dell’1%, che riflette sia un contesto internazionale incerto sia, soprattutto, la persistente debolezza dei fattori interni di crescita del paese.

In questo scenario, il mercato del lavoro mostra una sostanziale tenuta rispetto al ciclo economico. L’occupazione è prevista in aumento, pur con ritmi moderati, nell’ordine di circa lo 0,6% annuo, in deciso rallentamento rispetto alla fase di rimbalzo post-pandemico. Il tasso di disoccupazione continuerebbe a ridursi gradualmente, passando dal 5,5% nel 2026 al 5,2% nel 2028. Si tratta tuttavia di un miglioramento progressivo ma non particolarmente dinamico, coerente con un contesto di crescita debole: più che un’espansione robusta dell’attività economica, emerge una situazione di sostanziale stabilità del mercato del lavoro, sostenuta anche da fattori demografici e da una minore elasticità dell’occupazione al ciclo. Appare evidente dal confronto fra crescita del pil e crescita dell’occupazione che l’indicatore generale della produttività non darebbe in questo periodo alcun segnale di recupero rispetto alla complessiva stasi dell’ultimo decennio e tantomeno rispetto agli andamenti segnati dai più avanzati paesi concorrenti.

Il nodo centrale del DFP resta però la dinamica del debito pubblico. Il rapporto debito/PIL si manterrebbe su livelli molto elevati e sostanzialmente invariati nel breve periodo: intorno al 138,8% nel 2025, al 138,6% nel 2026 e al 138,5% nel 2027, con una riduzione più visibile solo a partire dal 2028, quando scenderebbe verso il 137,4%. Questa traiettoria segnala l’assenza di una vera fase di rientro, a favore di una stabilizzazione su un livello molto alto.

Per comprendere questa dinamica è utile scomporre le determinanti della variazione del rapporto debito/PIL. In termini analitici, essa dipende dal differenziale tra tasso di interesse medio sul debito e crescita nominale dell’economia, oltre che dal saldo primario. Nel quadro delineato dal DFP, la crescita nominale – risultante da una crescita reale modesta e da un’inflazione contenuta – si colloca intorno al 2,5-3%. Il costo medio del debito, invece, che risente ancora della fase di tassi elevati degli anni recenti tenderebbe a posizionarsi su valori analoghi, se non leggermente superiori. Ne deriva un differenziale tra interesse e crescita nullo o debolmente positivo, che non consente di ridurre automaticamente il peso del debito.

A ciò si aggiunge un saldo primario che torna positivo, ma su livelli contenuti, dell’ordine di circa un punto percentuale di PIL nel medio periodo. Pur rappresentando un elemento di disciplina fiscale, esso non è sufficiente a compensare pienamente l’effetto del differenziale tra interessi e crescita, soprattutto in presenza di un livello iniziale di debito così elevato. Il risultato è una dinamica di sostanziale inerzia: il debito non aumenta in modo significativo, ma non intraprende neppure un percorso di riduzione marcata.

Solo nel finale dell’orizzonte previsivo si intravvederebbe un lieve miglioramento, legato al progressivo rafforzamento del saldo primario e a un possibile allentamento del costo medio del debito, oltre che all’effetto cumulato della crescita nominale. Tuttavia, la discesa resta lenta e graduale, coerente con un’impostazione complessiva che privilegia la stabilità dei conti pubblici rispetto a interventi correttivi più incisivi.

Nel complesso, il DFP restituisce l’immagine di un’economia caratterizzata da una crescita debole ma stabile, da un mercato del lavoro che tiene e da una finanza pubblica che evita derive espansive ma fatica a imboccare un percorso di riduzione significativa del debito. Una traiettoria che, più che di rientro, appare di consolidamento su livelli elevati, con margini di manovra inevitabilmente limitati nel breve periodo.

Questo è ciò che emerge dalla lettura delle previsioni e dall’approccio che il Governo in carica ha scelto per presentarli al paese. Una sorta di “basso livello” di coinvolgimento e una sorta di vittimismo da sfortuna, oltre ovviamente al solito “mantra” del “è colpa di quelli che c’erano prima”, per giustificare lo sforamento dell’obiettivo deficit/pil sotto il 3% di appena un “misero” decimale di punto.

Anche l’attenzione dell’opposizione ha puntato molta della propria forza critica sul mancato raggiungimento dell’obiettivo per l’uscita dalla procedura europea. Insomma, il fuoco della battaglia ha bruciato su quel punto. E perché? Perché l’uscita dalla procedura avrebbe consentito all’Italia, pur attraverso non facili trattative con la Commissione e quindi con il Consiglio dato l’alto livello del debito strutturale, di poter disporre di una decina di miliardi in più, forse meno che più, per la prossima legge di Bilancio.

L’attenzione del Governo e dell’opposizione è tutta lì: come trovare un po’ di soldi in più per “compensare” una parte del paese dalle perdite che potranno derivare dalla crisi in atto. Obiettivo legittimo, e per alcuni versi anche auspicabile date le condizioni in cui versa il sistema mondo, con le pesanti ripercussioni sulle classi più fragili anche nei paesi avanzati. Ma che non avrebbe cambiato minimamente il “problema strutturale” che invischia l’Italia in questa fase economica e che rimanda oramai da tempo il paese dal fare i conti davvero con il proprio futuro.

I Governi passano e tutti, di qualsiasi colore o ideologia professino, si sentono impegnati nella compensazione di componenti economico-sociali del paese, che sempre di più e con più “voice”, reclamano un qualche risarcimento rispetto ad una perdita, ad un mancato guadagno, ad un reddito al di sotto delle aspettative e così via. Tutti impegnati a trovare nelle pieghe della spesa pubblica, nel misero recupero di imposte occultate, nel quasi oramai impossibile aumento della tassazione e nel più facile aumento del debito, un qualche spazio di manovra alla ricerca perlopiù di un consenso a breve degli eventuali “beneficiari”.

Per cui la battaglia elettorale diventa una sorta di sfida a chi promette di più a più persone o ai gruppi più vicini al proprio tradizionale bacino elettorale e non, come dovrebbe essere, una sfida a chi porta soluzioni più efficaci nel breve periodo ma anche nel lungo periodo per questo disastrato paese.

Se leggiamo in questo modo le previsioni del DFP allora, più che il mancato raggiungimento dell’obiettivo del 3% del deficit/pil balza agli occhi la forte stagnazione del Pil nei prossimi tre anni. Lo 0,6% di aumento significa che in un anno l’Italia aumenterà di circa 13/14 miliardi rispetto all’anno prima. Una cifra che se “spalmata” su tutti i percettori di reddito, fra cui anche lo Stato attraverso la tassazione, lascia trasparire incrementi davvero infinitesimali rispetto alle aspettative di “crescita” dei diversi soggetti.

Penso che un esempio sia in grado di rappresentare la distanza fra risorse reali e risorse “attese” in termini di aspettative che sono al centro del dibattito fra i vari schieramenti politici. Prendiamo la sanità. Troppi cittadini non riescono a curarsi e tantissimi ci riescono ma devono supplire con risorse proprie   rispetto al sistema pubblico. Ebbene le spese sanitarie ammontano a circa 140 miliardi pubblici e a circa 45 miliardi privati. Diciamo che per ampliare l’intervento pubblico occorrerebbero almeno altri 10 miliardi. Questo significa che per sostenere la spesa per i “non entranti” e per dimezzare quella attualmente privata occorrerebbero almeno 30 miliardi in più all’anno. Solo per sistemare un po’ la sanità. Poi ci sarebbero gli altri settori.

Quindi? Il problema diventa chiaro e lampante con questo esempio. L’Italia soffre di una crescita troppo bassa, ha un debito troppo alto e ha un sistema elettorale fondato su uno scontro fra modalità e aree di “compensazione” e non su un rilancio strutturale di sviluppo. Sono tre cose che non si reggono a vicenda. E allora bisogna alzare la crescita: che qualcuno ci parli di politiche industriali e dei fattori utili a sostenere processi di lungo periodo. Poi bisogna diminuire il debito: andrebbe spiegato a qualche politico che il debito non è gratis ma è un fardello per le prossime generazioni. Non è l’Europa che ci limita. E’ lo sguardo dei nostri nipoti che dovrebbe limitarci. E infine basta con i governi delle “compensazioni”, sotto forma di bonus, contributi, esenzioni etc, e si cominci con i Governi delle strategie. I nostri nipoti si aspettano questo da noi.

In foto Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia e delle Finanze

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