Gerusalemme 2005. Tardo pomeriggio del 9 gennaio. Quello stesso giorno si svolgevano le elezioni presidenziali palestinesi, dalle urne l’indomani uscì il nome del successore di Arafat, era quello di Abu Mazen. Si trattò di un plebiscito per l’ex primo ministro ed esponente di spicco di Fatah, che dopo la rottura con Mr Palestine si era messo sotto l’ala protettiva di Washington, diventando il candidato caldeggiato per insediarsi alla Muqata.
Eravamo al tavolo del bar dell’American Colony hotel, parte orientale e araba della città Santa. Nella buia ex cantina del vecchio edificio, da dove si accede alla piscina, stavamo bevendo quando un uomo della sicurezza fece capolino. Pochi istanti e nel divanetto difronte a noi si sedette Jimmy Carter. L’ex presidente statunitense, il 39esimo, aveva ordinato un cocktail. Quando l’incredulità iniziale di avere a fianco l’ex presidente “Nocciolina”, soprannome legato all’azienda di arachidi di proprietà familiare, passò, la prima cosa che ci venne in mente fu di andare a conoscerlo, ovviamente allora nessuno pensava al selfie di rito. Con noi non avevamo nemmeno la macchina fotografica. Quando ci dirigemmo verso di lui le guardie del corpo in totale tranquillità ci lasciarono avvicinare e così gli porgemmo i nostri saluti. Alquanto reverenziali. Lui indossava una giacca scura ma non portava la cravatta. Inaspettatamente Carter, insignito del premio Nobel per la pace nel 2002, ci fece cenno di accomodarsi. Intrattenemmo allora una mezz’ora con lui che stentiamo tutt’oggi a credere essere stata reale. Durante la quale fece di tutto per farci sentire a nostro agio, incredibilmente. Scherzava, sorrideva e chiedeva a noi cosa pensassimo delle elezioni, su cui lui aveva vigilato, con la fondazione che porta il suo nome, da osservatore internazionale. Per attestare il regolare svolgimento del voto. Che fu libero.
Intanto, lasciava trapelare il suo giudizio, diretto. Carico della forza di essere pronunciato da uno statista di quella portata, come un vecchio e navigato attore che non rinuncia al palco e al suo pubblico. Nelle sue parole potenza e visione. Ribadiva il suo concetto di fondo: “C’è bisogno di una svolta, mettere al centro dell’agenda internazionale i diritti dei palestinesi, immediatamente”.
Posizione non certo apprezzata dalla destra israeliana, che gli portò non poche critiche da quel mondo politico. Secondo Carter con quelle elezioni avevamo assistito ad una grande prova di democrazia del popolo palestinese “oppresso”. Tutto si era svolto, disse, “in modo trasparente e regolare”: “aspettiamo il risultato”. Scontato, quanto la sua sconfitta con Ronald Reagan nella corsa alla Casa Bianca. Eppure, il suo unico mandato da presidente non deve essere letto come un fallimento: circa il 70% della legislazione attuale venne approvata allora. Il moderno piano energetico e il programma ambientale da lui voluto segnarono i tempi: sotto il suo mandato fu raddoppiata l’area dei parchi naturali nazionali. Ha aperto al mercato libero il trasporto aereo. Si scagliò contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan e prese le distanze dalle dittature militari in America Latina. A pesare sul giudizio il fallimento della crisi con l’Iran, gli ostaggi americani e il disastro del tentativo di liberarli: “Il mio più grande rimpianto alla Casa Bianca è che avrei voluto inviare un altro elicottero”. Trump di lui ha detto: “È il presidente dimenticato”. “È stato un disastro”. “Era un brav’uomo”. E infine ha ammesso “verso di lui un debito di gratitudine”.
Stuart Eizenstat, uno dei suoi più stretti consiglieri alla Casa Bianca, ha raccontato di come riuscì, durante i negoziati di Camp David, a convincere il primo ministro israeliano Menachem Begin a non abbandonare il tavolo della trattativa con la controparte egiziana Anwar al-Sadat. L’allora leader del Likud non era disposto a scendere ad altri compromessi e voleva fare le valigie. Carter gli regalò delle foto per i nipoti personalmente autografate. Da astuto diplomatico giocò sui sentimenti la sua ultima carta per fare la storia. E ci riuscì con un accordo, tra Israele ed Egitto, che dura oramai da quasi mezzo secolo. Peccato che prossimi al 2025 ci siamo dimenticati della sua lezione, o legacy, e ancora una volta il Medio Oriente sia in balia della violenza e della guerra senza fine.