Sei milioni di persone in Italia a rischio di venire travolti da frane. La superficie di territorio in pericolo aumentata del 15 per cento rispetto al 2021. Nel 2024, il 94,5% dei comuni italiani è stato registrato a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. Praticamente, tutti. L’Italia si aggiudica le medaglia di uno dei paesi più esposti d’Europa. Questo, l’allarmante ultimo quadro che ci fornisce il quarto Rapporto dell’Ispra , l’istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale sul “Dissesto idrogeologico in Italia” – Edizione 2024. Un lavoro triennale dell’Istituto presentato a fine luglio nei locali della presidenza del Consiglio.
Stiamo distruggendo la terra, mettendo spensieratamente a rischio vite e strutture, è il primo pensiero. Ma siccome poi i miracoli esistono, la costa, finora l’area la più a rischio di venire erosa, fa una capriola e inverte tendenza. Improvvisamente le spiagge si estendono e quelle in avanzamento sono più numeri e superano di 30 chilometri le altre in erosione.
Tanto è l’allarme per il dissesto che Ispra ha deciso di rivolgersi all’Intelligenza Artificiale per contrastarlo, dotandosi di un nuovo assistente virtuale basato appunto sull’ AI, che può prevedere e indirizzare, chiamato IdroGEO e capace di dialogare con l’utente fornendogli informazioni e rispondendo alle sue domande.
Vediamo meglio. La fredda percentuale del 15% di aree a rischio frane aumentate tra il 2022 e il 2024 si traduce concretamente nell’allargamento dei territori instabili fino a circa 70.000 chilometri quadrati (69.500) d’Italia in totale nel 2024, assai di più dei quasi 56 che già allarmavano nel 2021. Adesso siamo al punto che a rischio è il 23 per cento della superficie del paese. Anche se il dissesto non riguarda tutto il paese in modo omogeneo. Chi sta peggio, chi insomma, e chi meglio. Le aree incriminate aumentano considerevolmente nella Provincia autonoma di Bolzano (+ 61,2%), in Toscana (+ 52,8%), in Sardegna (+ 29,4%), in Sicilia (+20,2%). Ricordandosi però che la classifica non deve fare stare tranquilli i meno colpiti perché, ricorda Ispra, la denuncia di crescita del pericolo può anche dipendere da studi più dettagliati effettuati, per esempio, dalle Autorità di bacino distrettuali e dalle Province autonome. Il rischio cresce non solo in quantità ma anche in qualità.Le aree classificate a maggiore pericolosità (elevata P3 e molto elevata P4) passano dall’8,7% al 9,5% del territorio nazionale.
Primo imputato, il climate change i cui effetti hanno imperversato e causato gravi danni nel triennio 2022-2024 , segnato da eventi idro-meteorologici di eccezionale intensità. Le esondazioni diffuse lungo i corsi e fluviali principali e secondarie nelle Marche del settembre 2022, le colate rapide di fango e detrito nell’isola di Ischia nel novembre 2022 con 12 morti, le alluvioni in Emilia-Romagna nel maggio 2023, con danni stimati in 8,6 miliardi di euro, le intense precipitazioni in Valle d’Aosta e Piemonte settentrionale che nel giugno 2024 che hanno causato impressionanti esondazioni e colate detritiche.
I ricercatori di Ispra sottolineano che il clima modifica il tragitto della pioggia dal dal cielo alla terra , non più diffuso nel tempo e, tranne rare eccezioni di intensità moderata, o perlomeno tale da potere essere assorbita dal terreno. Piuttosto quantità episodiche, violente e concentrate di acqua la cui intensità impedisce che venga assorbita mentre trascina con sé’materiali, strutture e purtroppo a volte anche vite umane. Aumentano le frane superficiali, le colate rapide di fango e detriti, le alluvioni, incluse le flash flood (piene rapide e improvvise), amplificando il rischio anche su territori storicamente meno esposti.
Come dicevamo, l’Italia si conferma come uno dei paesi europei peggiori quanto più a rischio frane. Secondo i dati aggiornati dell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), realizzato da ISPRA in collaborazione con Regioni, Province autonome e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA), al 2024 sono oltre 636.000 le frane censite sul territorio nazionale. Un dato impressionante e tanto più preoccupante per il fatto che circa il 28% di questi fenomeni è coinvolto in una dinamica estremamente rapida e ha un elevato potenziale distruttivo, con conseguenze spesso drammatiche, inclusa, purtroppo, la perdita di vite umane.
Nel 2024 la popolazione a rischio frane in Italia è di 5,7 milioni di abitanti, di cui 1,28 milioni residenti in aree a maggiore pericolosità (P3 e P4), ovvero il 2,2% della popolazione totale. Significa che nelle aree più instabili ci sono oltre 582 mila famiglie, 742.000 edifici, quasi 75.000 unità locali di impresa e 14.000 beni culturali. Dopodiche’ ci sono tutti gli altri che vivono in aree non a rischio estremo ma comunque a rischio.
Da un interno sempre più dissestato, agitato, bagnato, scosso e burrascoso passiamo a una costa in qualche modo sorprendentemente sorridente. Sul mare è inaspettata inversione di tendenza. Tra il 2006 e il 2020 oltre 1.890 chilometri costa, dove si è spesso costruito di tutto, ha subito cambiamenti significativi con alterazioni della linea di riva superiori a 5 metri, ovvero il il 23% dell’intera costa italiana, il 56% delle sole spiagge. Il saldo finale adesso è di 965 chilometri di spiagge in avanzamento e 934 chilometri in erosione, ovvero il fenomeno finora prevalente. L’inversione di rotta regala una trentina di chilometri in più’ di costa che si espande in confronto a quella che sparisce. Finalmente una buona notizia, il perché secondo Ispra lo si spiega com “probabile effetto dei numerosi e continui sforzi compiuti negli anni per mitigare il dissesto costiero con interventi di ripascimento e opere di protezione”.
Le valanghe, di cui per la prima volta Ispra fa una cartografia nazionale, minacciano invece il 13% del territorio montano sopra gli 800 metri di altezza per una superficie potenziale di 9.283 chilometri quadrati, il 13,8% del territorio montano sopra gli 800 metri di quota.
Che fare? Sembra capire che, visto la verve anti lotta contro il climate change che impazza oltre oceano, e come il problema non occupi l’agenda del governo italiano, ci si stia orientando non tanto sul cercare di evitare gli eventi estremi quanto di attutirli prevenendo, gestendo le situazioni, chiedendo all’IA quali i rischi imminenti, come affrontarli. Mentre il presidente Ispra, Stefano Laporta, ricorda che i dati del dissesto idrogeologico italiano “non rappresentano solamente una questione tecnica, ma riguardano la sicurezza dei luoghi in cui viviamo. Fondamentali sono la partecipazione attiva dei cittadini il coinvolgimento diretto dei Comuni, che sono il primo presidio sul territorio”. Spesso, si è sottolineato nei vari interventi durante il dibattito romano nei locali della presidenza del consiglio l’Istituto la colpa non è solo nel cielo che si abbatte a valanga sulla terra ma dei ritardi nella realizzazione degli interventi che, più che a scarsità di risorse, viene attribuita ai rallentamenti provocati d alla frammentazione amministrativa. La spesa per i rischi naturali, sottolineano i tecnici è raddoppiata negli ultimi due anni, ma non hanno fatto lo stesso gli interventi concreti, molti dei quali non riescono a realizzarsi per mancanza di visione di lungo periodo, difficoltà di coordinamento tra enti, carenza di tecnici professionisti che rendono la manutenzione del territorio un nodo critico.
Anche il sistema finanziario è in allarme visto che come spiega il rappresentante della Banca d’Italia alla presentazione, oltre 100 miliardi di euro di patrimonio immobiliare sono esposti ai rischi del dissesto.
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