Breve storia della tecnologia

Il prof. Fieschi e le radici del progresso

Roberto Fieschi

Qui uso il termine tecnologia nell’accezione che le ha dato J. K. Galbraith, di applicazione ad operazioni pratiche di conoscenze scientifiche o di altre conoscenze sistematiche. In questo senso, anche se è riduttivo intendere la tecnologia come scienza applicata, ogni tecnologia presuppone lo sviluppo di uno o più rami della scienza: la genetica e la biochimica per le biotecnologie, l’elettromagnetismo per le telecomunicazioni, la meccanica quantistica , la chimica e la fisica dello stato solido per i dispositivi a semiconduttore, per gli elaboratori elettronici e per i nuovi materiali, e così via.

Una volta accettata questa schematizzazione, che ha un suo significato, non solo per comodità di discorso, se si analizza la questione anche dal punto di vista storico, si  constata che le interazioni fra tecnica, scienza e tecnologia sono complesse al punto che la distinzione sembra perdere di significato. Anche se nei fini l’attività teoretica è distinguibile da quella pratica, nella storia della civiltà umana i due aspetti di trovano spesso intrecciati.

In primo luogo tecnica e tecnologia hanno una loro componente conoscitiva, dunque anche una valenza speculativa. In secondo, gli sviluppi tecnici sono alla base di molti sviluppi scientifici e una tecnica avanzata spesso apre campi nuovi di conoscenza. In terzo luogo le invenzioni per progetti di ricerca conoscitiva spesso evolvono in applicazioni di valore pratico; addirittura l’attività dello scienziato che deve inventare i suoi strumenti per interrogare la natura non è distinguibile da quella del tecnologo che vuole asservire la natura stessa per fini pratici prefissati.

Nonostante sia evidente che la tensione conoscitiva basata su solidi fondamenti concettuali e su una sperimentazione rigorosa, e l’ingegno del tecnico siano componenti ambedue essenziali al progresso della conoscenza, la corporazione degli scienziati non mostra un atteggiamento omogeneo rispetto alla priorità fra queste due tendenze di base.

La polemica sulla priorità dell’aspetto puramente conoscitivo, cui spesso si accompagna la sottovalutazione, o addirittura il disprezzo per le conquiste della tecnica è antica.

Da un lato abbiamo il Prometeo di Eschilo ( circa 460 a.C.), che vanta con giusto orgoglio i successi ottenuti in vari campi della tecnica
(Ché per un dono che ai mortali io porsi,
sotto il giogo sono io di tal destino:
la furtiva predai fonte del fuoco
nascosta entro la fèrula, che agli uomini
maestra fu d’ogni arte, ed util sommo.
Di tal misfatto pago il fio, nei lacci,
a cielo aperto, turpemente avvinto).

Dall’altro il Prometeo di Diogene Cinico (412 a.C. – 323 a.C.), (e, prima di lui, di Esiodo), punito da Zeus per aver scoperto il fuoco, punto di partenza del lusso e perciò di tutte le miserie degli uomini.

Seneca afferma addirittura che le invenzioni di uso comune nella vita non sono opera dei savi, ma solo di operai, di miseri schiavi, mentre la sapienza deve avere un posto ben più elevato, maestra delle anime, non delle mani. Ricorrente, accanto alla sottovalutazione o al disprezzo della tecnica, la convinzione che la tecnica abbia in sé qualcosa di intrinsecamente malvagio perché porta alla violazione di una mitica Natura buona e incontaminata. Oggi si trova questo atteggiamento anche nella componente più ingenua e radicale dell’ecologismo, ma le sue radici sono antiche, le si trova addirittura nella Bibbia.

A me alla dottrina avevano insegnato che Caino era cattivo e Abele era buono. In realtà, andandosi a rileggere lo scarno episodio, si nota qualcosa di poco chiaro: “E dopo qualche tempo Caino offrì al Signore i frutti della terra: E Abele pure offrì dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Ora il Signore gradì Abele e ciò che gli offriva. Ma non gradì Caino e la sua offerta: Caino allora cadde in preda alla furia e il suo volto si sconvolse.” (IV Libro della Genesi).

Il comportamento di Dio risulta arbitrario, addirittura contraddittorio, perché proprio il Padreterno, cacciando Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, aveva detto loro che avrebbero lavorato e coltivato la terra col sudore della fronte. Le funeste conseguenze di quell’atto di parzialità sono ben note, ma un tentativi di interpretazione della reale motivazione lo troviamo solo molto più tardi, negli scritti dello storico ebreo Giuseppe Flavio: “Ma Caino non solo era malvagio sotto molti aspetti, era anche in preda all’avidità. Egli per primo pensò di arare la terra. Egli introdusse inoltre cambiamenti nella semplicità in cui gli uomini vivevano e fece adottare i pesi e le misure. E mentre essi vivevano innocentemente e generosamente quando non conoscevano le tecniche, egli trasformò il mondo con ingegnose astuzie. Per prima cosa stabilì i confini della propria terra; costruì una città, la fortificò con delle mura e costrinse la sua famiglia ad abitarci”.

Dunque Caino è il primo tecnico, il primo uomo che sia intervenuto sulla natura per modificarla, e i suoi discendenti proseguirono la sua opera. Uno dei suoi discendenti, Tubal Caino, fu un metallurgista geniale e “per primo forgiò ogni specie di arnese di rame e di ferro”.

Notiamo per inciso che qui Giuseppe Flavio commette un errore perché, secondo gli antropologi, fra la prima età del rame e l’età del ferro passano alcuni millenni.

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