Andrea Canova intervista Gian Marco Griffi
Interviste che intendono far conoscere qualcuno a qualcun altro, come se due sconosciuti si incontrassero per la prima volta.
L’intervistato ha la più assoluta libertà di dire o non dire ciò che vuole di se stesso.
In queste interviste non si cerca il clamore, il gossip, lo shock.
Si tratta di interviste scritte dall’intervistato, dunque non orali, per ovviare al brutto costume italiano di “modificare” il detto dell’intervistato, a volte con scopi non ben chiari, o fin troppo.
Rispetto alle specificità professionali dell’intervistato, le novità professionali non saranno dimenticate.
È con grandissimo piacere che vogliamo farvi conoscere Gian Marco Griffi, scrittore italiano contemporaneo. Griffi, poco tempo fa, se ne è uscito con uno dei romanzi più “incredibili” degli ultimi anni, Ferrovie del Messico (Laurana editore). Se, come scriveva il poeta Antonio Porta, la letteratura è tale solo quando è un’”azione di antropologia linguistica”, Ferrovie del Messico è letteratura allo stato puro.
– Chi è Gian Marco Griffi?
È un bravo cristo, un ometto che saluta sempre perché per lavoro non può permettersi di non salutare tutti, sempre. È un tizio di Asti sui quarantasei che per campare dirige un circolo di golf (da martedì a domenica) e di lunedì, quando ha tempo e voglia, quando può permettersi di non salutare nessuno e di farsi gli affari suoi, scrive storie.
In altri termini sono quel che per antonomasia si definirebbe uno scrittore della domenica, ma nel mio caso tocca precisare che il giorno giusto è il lunedì, perché la domenica lavoro e il lunedì no. Insomma, sono uno scrittore del lunedì.
(Poscritto tra parentesi: però ecco, la cucurbita gli funziona sette giorni su sette, a ‘sto scrittore del lunedì, e il suo immaginario si nutre sempre, di ogni conversazione rubata, di ogni discussione udita, dei modi di parlare e gesticolare delle persone, ma soprattutto del paesaggio. Oltre che uno scrittore del lunedì, potrei definirmi un innamorato del paesaggio; buona parte di quel che scrivo è un tentativo di ordinare o disordinare la natura, i paesaggi, i luoghi nei quali campano le persone, dalle mie amate colline del Monferrato coi suoi paesi-quasi-fantasma – se non si inverte la tendenza tra cinquant’anni lo saranno certamente – alla mia città, passando da tutta una serie di posti e postacci che non sono in relazione diretta con la mia vita quotidiana, ma lo sono con la mia sensibilità e con il mio immaginario).
– Che tipo di formazione hai? Studi, letture, mentori.
Ho studiato filosofia. Mentori non ne ho avuti, però in questo caso mi piace citare Giulio Mozzi, scrittore e persona eccellente, come se ne incontrano poche, di quelle che riescono a conciliare intelligenza, rettitudine, ironia e arte. Non posso dire che sia stato un vero e proprio mentore, anche perché abbiamo approfondito la conoscenza soltanto dalla stesura di “Ferrovie del Messico” in poi. Sicuramente è un mentore per “Ferrovie del Messico”. La mostruosa bravura, la grande professionalità, la fantastica passione di Giulio e delle altre due persone con cui ho fatto l’editing del romanzo (Lucia Zago e Greta Bertella) hanno reso “Ferrovie del Messico” molto migliore di quanto non fosse prima del loro lavoro.
Per quanto riguarda le letture: ho letto di tutto un po’. Non posso fare un elenco delle mie letture (e delle opere che mi hanno entusiasmato) senza scrivere diciotto pagine di word. Mettiamola così: negli ultimi anni, pur continuando a leggere di tutto un po’, ho dato priorità alla letteratura italiana contemporanea, peraltro con sommo piacere. Ci sono scrittori italiani contemporanei molto bravi, e poi ci sono i giovani (per giovani intendo quelli più giovani di me, diciamo dai venti ai quaranta), alcuni dei quali sono bravissimi.
– Qual è la poetica di Gian Marco Griffi?
Ho risposto, mi pare, nella domanda sotto.
– “Ferrovie del Messico”, il tuo ultimo romanzo, sta riscuotendo un grande successo. Che cos’è “Ferrovie del Messico”?
È la summa di tutti i miei amori e di tutte le mie ossessioni, dal suicidio alla morte, dalla miseria spirituale all’innamoramento per la vita in ogni sua manifestazione, dal paesaggio alla ricerca inesauribile di qualcosa che è sempre un po’ più in là, dalla paralisi al cambiamento. E poi è – soprattutto – un romanzo sulla lingua. A me interessa la lingua. Il mondo va a rotoli per via dei cambiamenti climatici, c’è la siccità, siamo in equilibrio precario su un baratro. È evidente. Ma non credo sia compito della letteratura occuparsene direttamente; la letteratura non ha un’attualità, non c’è contemporaneità nella letteratura, oppure se si preferisce c’è un’eterna contemporaneità; sono convinto che il compito della letteratura sia indagare “atemporalmente” l’essere umano in tutte le sue sventure e miserie e vittorie, partendo dal singolo uomo, cioè dal particolare, per risolversi nella specie umana, nell’universale: e così, per esempio, il mal di denti (di Cesco Magetti, il protagonista, ndr) è simbolo o allegoria del malessere dell’uomo che non sa decidere, l’uomo paralizzato dalla Storia e dalla storia, che non può, non sa, non vuole prendere una posizione netta rispetto al suo tempo, al male o ai problemi che lo circondano o alla miseria spirituale che lo attanaglia. “Ferrovie del Messico” è certamente un romanzo sui poveri, poveri di spirito e di coraggio, un romanzo costruito sul linguaggio parlato (che non significa lingua sciatta o trascurata: si può anche scrivere un parlato prezioso o erudito) che si plasma e si piega per narrare una storia secondo molteplici punti di vista. In alcuni capitoli ho provato a compensare la miseria di spirito (per esempio di Cesco Magetti, il protagonista) con la ricchezza del linguaggio, anche a costo di impreziosire un po’ troppo il suo parlato. È un effetto ricercato. Non so se mi spiego. Il linguaggio è precisamente l’opera, il tema che assorbe tutti gli altri temi. E allora “Ferrovie del Messico” è un romanzo che tratta di amore, di amicizia, di morte, di come il caso o il destino incidano nella vita di tutti noi, di paure, fobie e ossessioni, del male oscuro, di guerra, è un romanzo di formazione e un romanzo d’avventura, un romanzo storico e un romanzo fantastico, un poema epico o picaresco, ma in sostanza tratta della lingua. E così il linguaggio diventa sia un mezzo – per raccontare una storia che si intreccia con altre storie – che uno scopo, ossia il vero tema del romanzo. Per tale ragione ho utilizzato diversi registri, diversi stili, diversi linguaggi. Il linguaggio è il protagonista di “Ferrovie del Messico”, o perlomeno è ciò che mi interessava fare. Ovviamente potrei aver fallito, del resto per me la scrittura è un passatempo, una grande passione ma pur sempre un passatempo, come il fermodellismo per mio suocero.
– Che cos’è l’ironia per Gian Marco Griffi?
Una profonda analisi del mondo circostante conclusa con un sorriso amaro, una bestemmia o un vaffanculo. Un tentativo di alleggerire la pesantezza caratteristica degli uomini. C’è la morte, lo sappiamo, ma non fatemi stare qui a rifletterci dal mattino alla sera. Il problema è che ci sono cose di gran lunga peggiori della (nostra) morte. Sicuramente la morte degli altri, di chi amiamo, è molto, molto, peggio. Oppure l’Alzheimer, per dirne una, è sicuramente peggio della morte. La mancanza di libertà è peggio. La miseria, è peggio. L’imbecillità è peggio, ma l’imbecille non se ne rende conto e può tollerarla; io per esempio riesco a tollerare l’imbecillità soltanto scrivendo, e ricorrendo all’ironia. Il male di cui l’uomo è capace, poi, è analizzabile e contrastabile in vari modi dalla letteratura (che ha sempre trattato il male umano senza censure e senza tabù), e l’ironia è uno di essi. Ma se c’è una cosa che è peggiore della morte e di tutte le altre cose peggiori della morte, quella cosa è il marketing, per cui ogni cosa deve per forza essere pensata, detta, scritta e fatta al solo fine di vendere un’automobile di merda, e allora non c’è più alcuno spazio per la genuinità e la spontaneità, non c’è più spazio per il pensiero controcorrente, il politicamente corretto impera e tutto diventa ruminato, finto, brutto, dozzinale, fasullo. È sempre stato così, ma oggi è davvero troppo.
Ecco, l’ironia è una presa di coscienza estremamente lucida delle brutture della vita e un tentativo di alleggerire l’elenco qui sopra.
– Qual è il tuo più grande sogno?
Sbarazzarmi di questa maledetta inquietudine una volta per tutte (succede che me ne sbarazzi, ma per periodi di tempo limitati, quando scrivo); mi sa però che quel genere di uomini cui appartengo si possa liberare di questo fardello solo nella tomba.
– Qual è la tua più grande paura?
Le cimici.
– Che cosa vorresti lasciare dopo la tua morte?
Fino a fine marzo 2018, pensando a un futuro solo al mondo con mia moglie, avrei risposto niente, nada, chissenefrega, cosa vuoi lasciare a questi maledetti che se la spassano dopo che io non ci sono più? Forse tantissimi debiti, una montagna di debiti, così tanti debiti da far fallire una, dieci, millecinquecento banche, da azzerare il capitalismo col suo marketing. Avrei avuto l’ambizione di non finire come quei poveracci che crepano in casa e vengono trovati due settimane dopo, e non perché qualcuno ne abbia notato l’assenza ma soltanto perché i vicini hanno sentito la puzza.
Ma ad aprile 2018 mia moglie è rimasta incinta, e il dicembre successivo è nato Dante. Questo ha cambiato tutto (più che altro con la faccenda dei debiti). Quando diventi padre a quarantadue anni hai avuto il tempo, l’abitudine e il callo di considerare il tuo futuro in un determinato modo, e a un certo punto quel modo viene spazzato via.
Quindi ti rispondo che vorrei lasciare una schiatta di esseri umani che prova a migliorare il mondo. No, aspetta: diciamo che vorrei lasciare una schiatta di esseri umani che prova a non peggiorare il mondo. Per esempio che non lascia crepare i propri genitori di solitudine. È già tanto.
FINE
Biografia
Gian Marco Griffi nasce a causa di circostanze indipendenti dalla sua volontà ad Alessandria, il 16 dicembre 1976. Vive per circa trentun anni in un paese chiamato Montemagno, in Monferrato. Sin da piccolo frequenta l’unico bar di Montemagno e l’unica tabaccheria di Montemagno (i suoi nonni hanno un bar tabaccheria); impara a fumare e a giocare a briscola. Vagabonda per Torino negli anni dell’università, durante i quali frequenta molti pub, molti locali di cui non ricorda il nome, molte pizze al taglio, molti supermercati, pochissimi corsi alla facoltà di filosofia. A un certo punto rinnega le armi al fine d’evitare il servizio di leva. Si rende utile alla Società fotocopiando documenti top secret per la Provincia di Asti. Vive ad Asti, dove lavora in un Golf Club. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Ammatula, Argo, YAWP, Scorretto Magazine. Ha pubblicato il romanzo Più segreti degli angeli sono i suicidi (Bookabook, 2017) e possiede una discreta immaginazione.
Bibliografia
Più segreti degli angeli sono i suicidi (Bookabook, 2017, racconti);
Inciampi (Arkadia, 2019, racconti);
Ferrovie del Messico (Laurana, 2022, romanzo).

Sitografia
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In rete, ad esempio Youtube, trovate diverso materiale di Gian Marco Griffi.
Premio Città di Leonforte: a “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi
“Ferrovie del Messico“ (Laurana editore) di Gian Marco Griffi con 37 punti complessivi si è aggiudicato il 39° Premio Città di Leonforte sezione Narrativa. Al secondo posto “Jacu“ (Fazi) di Paolo Pinitacuda (28 punti) e al terzo posto “Nina sull’argine“ (minimumfax) di Veronica Galetta (22 punti).
Grazie ai tre autori finalisti e ai loro editori. Un ringraziamento alla giuria tecnica (Gino Ruozzi, Daniela De Liso, Elvira Seminara, Giuseppe Traina, Salvatore Ferlita) e agli oltre 50 lettori dei circoli di lettura del Premio che con interesse, passione e competenza hanno contribuito a questa 39^ edizione.
Qui di seguito la motivazione:
Ferrovie del Messico è premiato per l’ampiezza, la profondità e la complessità della struttura romanzesca e per la freschezza di una narrazione che non viene mai meno. È un romanzo che assume veste enciclopedica e prova ardite sperimentazioni stilistiche. I diversi piani temporali, che riguardano le storie e le vite dei personaggi, corrono in parallelo di capitolo in capitolo e sono legati con piacevole e ironica disinvoltura da uno stile personalissimo di scrittura. La colta semplicità lessicale, che fa da basso continuo, si impenna sovente grazie all’uso di allusioni, citazioni evocative, tecnicismi, vocaboli curiosi e preziosi ricavati dalla migliore tradizione letteraria italiana. Dietro il vivace smalto stilistico si apprezza una riflessione sul tempo storico, quello della Resistenza piemontese, e sulle responsabilità individuali legate a momenti di difficili scelte esistenziali e politiche. Il paesaggio cittadino di Asti e quello rurale diventano quasi ulteriori personaggi, tanto significativamente rispondono alle accelerazioni fantastiche che l’autore imprime all’andamento memorialistico-realistico della narrazione.