Il “Melonellum” è legge: costituzionalisti e opposizione annunciano battaglia

La riforma elettorale prevede un proporzionale con il premio di maggioranza

La madre di tutte le riforme non è neanche nata ma ha partorito un figlio. Si chiama Stabilicum o Melonellum, a seconda del rispetto che gli si vuol portare, è una legge elettorale, appena approvata definitivamente alla Camera con 227 voti e, pur essendo una legge ordinaria, ha l’imprinting e l’ambizione della madre, quella riforma costituzionale sul premierato, abortita e finita in un cassetto. La madre di tutte le riforme avrebbe scardinato il sistema parlamentare introducendo l’elezione diretta del presidente del Consiglio, avrebbe modificato cinque articoli della Costituzione, avrebbe avuto alla fine il crisma della consultazione popolare. Troppi rischi e l’esito dell’altra riforma costituzionale, quella sulla giustizia, bocciata senza appello dal referendum, ha messo in guardia il governo dall’andare avanti. Per Giorgia Meloni il premierato restava comunque anche la madre di tutte le battaglie, un vessillo identitario che non poteva ammainare. E lo ha trasferito nella legge elettorale, acconciandosi a congegnarlo senza intaccare l’assetto costituzionale. Ma, spiega il costituzionalista Gaetano Azzariti, “non si può cambiare la forma di governo per via indiretta, nascondendo una trasformazione costituzionale dentro una legge elettorale”.

La parola d’ordine della destra amante del premierato è ‘stabilità’, nonostante la stessa Corte costituzionale, nella sua sentenza del 2014, ammonisse che, in nome della stabilità “non si può penalizzare il principio della rappresentatività popolare”. Evidentemente non è bastato festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana, la presidente del Consiglio vuole che, “quando la prossima volta gli italiani andranno a votare, potranno scegliere tutto. Potranno scegliere il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier, il parlamentare, dopo oltre trent’anni che, per l’elezione del parlamento, questo non era consentito”.

E Melonellum fu. Si saprà prima del voto chi sarà il premier perché è obbligatorio che le liste o le coalizioni lo indichino sul programma elettorale. Il governo sarà forte e stabile perché è previsto un grosso premio di maggioranza, che regala a chi supera il 42% dei voti, 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato. In sintesi, col fatidico 42% si ottiene il 55% dei seggi. Una enormità che, per dirla con un altro costituzionalista, Enrico Grosso, “rischia di tradire quell’istanza di rappresentatività che la nostra Carta assegna alla legge elettorale”. Fu la stessa Corte Costituzionale, sempre nel 2014, ad ammettere sì il premio di maggioranza, purché non generi “in concreto una distorsione fra voti espressi ed attribuzioni di seggi”. Perché, spiega la stessa sentenza, “la stabilità non può penalizzare il principio della rappresentatività popolare”.

Un rischio che il Melonellum ha in sé. L’impianto della nuova legge elettorale – la quinta in 32 anni – è quello di un proporzionale con il premio di maggioranza. Non ci sono più i collegi uninominali, ciascuna lista elegge un numero di deputati e senatori in proporzione ai propri voti. Quando si supera la soglia del 42%, scatta il premio di 70 deputati e 35 senatori. E’ previsto anche un tetto massimo per impedire al vincitore di ottenere più di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Se nessuna coalizione raggiunge la soglia del 42%, si resta al proporzionale puro.

Un altro capitolo spinoso è quello delle preferenze. Vengono reintrodotte dopo molti anni, come rivendica Meloni, ma a metà. Sono un po’ farlocche, hanno fatto notare tutte le opposizioni. Intanto non riguardano i capilista, bloccati e scelti dai partiti. E bloccati sono anche i candidati nel listone del premio. Si possono invece esprimere fino a tre preferenze fra sei nomi dopo il capolista. In sostanza è stato calcolato che l’elettore può scegliere non più del 18% dei parlamentari. Ma la questione che espone più al rischio di incostituzionalità è la cancellazione dell’alternanza di genere, non prevista per i capilista bloccati, i primi eletti, verosimilmente tutti uomini, con il paradosso che “la prima premier donna ha cancellato la parità di genere”, come detto dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Così il nuovo Parlamento firmato Melonellum avrà una rappresentanza assai inferiore di donne rispetto ai precedenti.

Ancora, viene aumentato di quattro volte il numero delle firme necessarie alla presentazione di nuove liste che non sono presenti in Parlamento, da 1.500 a 6.000 a collegio per un totale di 450.000, più dei voti ottenuti dai partiti minori già presenti in Parlamento. E anche qui possono essere sollevate questioni di costituzionalità, così come per l’elezione dei senatori che, in base all’art 57 della Costituzione, devono essere eletti a base regionale e non nazionale, come prevede la nuova legge.

L’unico passaggio del Melonellum votato con l’astensione di tutte le opposizioni, e per questo senza la fiducia, è stato l’articolo 8, che disciplina la possibilità del voto ai fuori sede, possibilità estesa anche ai caregiver familiari. Vengono inoltre accorpate le circoscrizioni per il voto all’estero: alla Camera saranno due, Europa e resto del mondo; al Senato una sola per tutti i continenti. Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta seguiranno regole proprie, in base all’autonomia che regola il voto delle minoranze linguistiche. Resta poi la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento: per le coalizioni è il 10%, per la lista èil 3%. C’è però il ripescaggio per la miglior perdente della coalizione.

Su tutto c’è la questione di metodo: la legge elettorale dovrebbe essere sottratta alla battaglia politica, invece il Melonellum è stato proposto dal governo e non dal Parlamento, approvato in corsa a fine legislatura e agitato come bandiera di parte, tanto da porre la fiducia sui primi tre articoli e sul testo finale, per paura si ripresentassero i franchi tiratori che al Senato, a luglio scorso, l’affondarono.

“Approvare col voto di fiducia, quindi impedendo al Parlamento di discuterla, una legge elettorale che impedirà ai cittadini di scegliere il proprio governo e i propri rappresentanti, sarebbe semplicemente scandaloso. Ma il presidente Mattarella dov’è?”. Non è il commento di oggi fatto da un esponente dell’opposizione, è Giorgia Meloni che, nel 2017, attaccava il governo Renzi e il Parlamento per il metodo con cui si apprestava a votare la legge elettorale di allora, il Rosatellum. Ma era un’altra epoca e… “Come si cambia per non morire” le hanno cantato in coro le opposizioni evocando Fiorella Mannoia.

La battaglia parlamentare sul Melonellum si è chiusa, ma si è aperta quella dei ricorsi alla Corte Costituzionale, ne stanno partendo una trentina verso altrettanti tribunali civili. Ci lavora già da tempo la Rete che riunisce associazioni, comitati di costituzionalisti, politici e giornalisti, coordinati da Roberto Zaccaria con il costituzionalista Enrico Grosso, reduce dai successi del comitato per il No che guidava contro la riforma Nordio. Già lunedì prossimo, in conferenza stampa alla Camera, la Rete presenterà i ricorsi contro la legge elettorale, ma c’è una serie di step procedurali prima che si esprima la Consulta, il cui verdetto dovrebbe arrivare a febbraio prossimo, prima che si chiuda la legislatura.

L’ok definitivo al Melonellum ha dato il via anche al toto-data elezioni. I Fratelli d’Italia vorrebbero votare presto, magari tacitamente sognano di farlo prima della pronuncia della Corte costituzionale, ma il presidente Mattarella, che ieri ha firmato la nuova legge, non intenderebbe sciogliere le Camere prima del verdetto della Consulta. Il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, braccio destro di Giorgia Meloni, ha dichiarato che ritiene “ragionevole votare a giugno”. Lega e Forza Italia intendono invece arrivare all’ultimo giorno utile della legislatura per provare a risalire la china visto che i sondaggi li danno sotto al temutissimo generale Vannacci. Si potrebbe votare a maggio con l’election day, in concomitanza con importanti elezioni comunali nelle grandi città, Roma, Milano, Napoli, dove però tradizionalmente ha la meglio il centrosinistra e il centrodestra teme un riverbero pericoloso sul voto nazionale. Il cosiddetto campo largo, impegnato a mettersi d’accordo nell’infinito dibattito su programmi e primarie, si mostra indifferente alla data delle elezioni, si dicono pronti ad andare al voto anche domani, ma intanto si macerano fra le divisioni. C’ è solo una data che sembra un limite prima del quale sarà difficile andare alle urne, è il 14 aprile, quando scatta la pensione per gli over 65 al primo mandato. E non sono pochi a contarci.

Per Meloni tutto questo dibattito sul voto anticipato è “surreale” visto che la legislatura finisce fra un anno, intanto si gode il suo premierato mascherato rientrato dalla finestra con la legge elettorale, unica pseudoriforma che porta a casa nei suoi quattro anni record di governo. E in maggioranza si brinda, ci si esalta, definirlo premierato è riduttivo, “preferisco chiamarla Terza Repubblica”, dice la sorella di Giorgia, Arianna Meloni,  che guida il partito dei Fratelli d’Italia.

Entreremo quindi nella terza Repubblica per via di legge ordinaria, una definizione impegnativa, utilizzata anche dal responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli che, in aula alla Camera, nell’arringa pro Melonellum prima dell’ok definitvo, in preda forse ad un eccesso di entusiasmo, declamava: «Difendiamo il principio per cui comanda chi prende un voto in più». ‘Comanda’, eloquente voce dal sen fuggita.

Entreremo quindi nella terza Repubblica con un capo che comanda invece di governare; una terza Repubblica che, a sinistra, hanno battezzato come “capocrazia”. Intanto si affilano le armi per le nuove battaglie giudiziarie sul Melonellum, mentre il mondo reale trema per le guerre, l’inflazione sfonda la soglia del 4%,  i costi di benzina e diesel salgono ancora e Giorgia Meloni, festeggiando la terza Repubblica, invoca a Bruxelles maggiore flessibilità sui conti.

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