Fabbrica Europa,”Tragudia – Il Canto di Edipo”: Serra torna alle origini del teatro

Il senso dell’esistenza e del vivere con gli altri attraverso la tragedia

In tempi di crisi e di conflitto il teatro rinnova la missione di trasmettere messaggi che parlano del recupero del senso dell’esistenza individuale e del vivere con gli altri. Per farlo riparte dagli elementi fondamentali della tragedia greca: la parola, innanzitutto, che giunge allo spettatore con risonanze emotive; la scenografia che riflette la potenza del caos e della scomposizione; gli attori che si profilano come emergenze che superano l’apparato scenico e gli danno un senso; il destino e l’assoluto come presenze catartiche che non giustificano ma salvano gli umani dalla coazione a fare il male a sé e agli altri. «In un’epoca di macerie non c’è altra possibilità che lavorare su ciò che resta, soffiare sulle ceneri per riattivare il fuoco”.

Tornare alle origini per ricostruire è il progetto di Alessandro Serra regista, autore, scenografo e light designer, cofondatore della compagnia Teatropersona (nel 2017 mise in sena il Premio Ubu Macbettu) che ha presentato al Festival Fabbrica Europa di Firenze “Tragudia – il canto di Edipo” prodotto da Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro nazionale e Fondazione Teatro Due Parma.

La scelta è caduta sull’Edipo di Sofocle, l’archetipo della narrazione dell’esistenza dominata da forze esterne e interne, alle quali l’umanità non può reagire altrimenti che con l’accettazione e la sottomissione. Serra ha liberamente elaborato un testo che unisce le due tragedie sofoclee, Edipo Re e Edipo a Colono, perché è l’intero ciclo eroico che offre la pienezza del messaggio. Il coraggio del figlio di Laio e Giocasta che vuole conoscere la verità sapendo che dovrà pagarne un prezzo altissimo, la condanna morale e l’auto-inferta cecità consegnandosi alla precaria disponibilità degli altri. Infine l’abbandono al mistero della divinità, lasciando testimonianza e memoria della colpa e dell’espiazione. L’ultimo messaggio di Edipo è l’amore che purifica e salva.

Tornare alle origini per Serra significa perciò riscoprire i fondamenti dell’azione drammaturgica che l’industria dell’intrattenimento (le serie Tv, il teatro di consumo, il cinema popolare) ha banalizzato. La parola è suono che deve innescare l’emozione dello spettatore con l’energia e la forza dell’immediatezza. Non quella gridata, né quella “soffiata” nel radiomicrofono delle manifestazioni all’aperto, ma quella carica di contesto che si trasmette nell’ordinarietà dei rapporti umani.

La lingua italiana è usurata dalla drammatizzazione televisiva e cinematografica nella quotidianità uditiva non riesce a superare la barriera dell’ascolto superficiale. Ecco dunque che il regista ha scelto un idioma antico, il grecanico, lingua che ancora oggi risuona in un angolo remoto della Calabria, che produce il doppio effetto di riecheggiare la lingua di Sofocle (chi l’ha studiata coglie ogni tanto le radici della cultura classica) con il suo portato storico e il suo trasformarsi gradualmente in una vulgata contaminata da tanti dialetti.

Il sostrato fonetico delle parole viene esaltato dalle voci e dal canto spezzato degli attori nella ricerca di effetti vocali che ne sottolineano ed esaltano il significato. Così come i suoni, bassi e agghiaccianti, manifestano “una città ridotta al lumicino, arida, sterile, in decomposizione”, immagine della società contemporanea.

Grazie alla bravura degli attori (Alessandro Burzota, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared MacNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino) e alla dinamica incalzante dei dialoghi e dei movimenti, il risultato è straordinario. Lo ha evidenziato una platea trattenuta, silenziosa e concentrata come quella che ha assistito allo spettacolo del Teatro Goldoni, di fronte a un ascolto impegnativo e senza pause. Serra avrebbe volentieri fatto a meno anche dei sottotitoli, visto che “la tragedia è un’arte fortunata, perché gli spettatori conoscono l’intreccio già prima che il poeta lo racconti, basta ricordarglielo”, dice.

Il regista esalta il ruolo del coro tragico, voce della comunità in crisi e nello stesso tempo fonte dei cambiamenti e delle scomposizioni dell’azione drammatica. Il coro è perfettamente integrato, come elemento dinamico nella scenografia che, costruita su elementi mobili, spogli e funerei come le macerie di una città in decadenza, accompagna il movimento degli attori.

Al punto di interagire direttamente nell’unico inaspettato momento in cui Serra concede allo spettatore una sospensione comica: “Rimetti a posto la lampada”, grida una voce cavernosa all’interprete che l’ha tolta dal sostegno. Attenzione a tutti voi: rimettete a posto la lampada che illumina la coscienza grazie al rito che Edipo celebra davanti ai vostri occhi.   

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