Siena – L’avventura del Teatro Povero di Monticchiello prosegue. Da quando è nato nel 1967 non si è mai fermato. L’”autodramma” 2026, per usare la felice definizione che ne dette Giorgio Strehler, dal titolo l'”Occhio oltre” va in scena fino a venerdì 14 agosto nel tradizionale scenario di Piazza della Commendala, piccola bomboniera arroccata in cima al paese di fianco alla chiesa madre, col titolo “L’occhio oltre”. Che è un modo cinematografico di osservare e ripercorre dalla “giusta distanza” (ma con esuberante emozione lungo una linea di montaggio temporale con innesti in bilico fra cronaca e metafisica, la cronologia dei fatti e la psicologia per personaggi che li animano) le vicende che hanno toccato e attraversato nel dopoguerra questo antico, ventoso borgo di Toscana, affacciato sulla Val d’Orcia (patrimonio dell’Unesco) di fronte a Pienza, terre senesi di lunari crete.
A Monticchiello si consuma da sessant’anni una delle più originali e preziose esperienze teatrali, un “format” entrato di diritto nella corrente della drammaturgia italiana del Novecento. Quella che ogni anno il Teatro Povero elabora e orchestra è la storia della sua gente. Ieri come oggi. Sono storie legate al territorio, tracce di vita quotidiana, momenti tragici o di festa, capitoli che superano la periferia geografica per farsi osservatorio aperto sulle contraddizioni e le derive del mondo contemporanea. Sono appunti di viaggi e cartoline esistenziale. di oggi. Sono memoria e trasparenza. Denuncia e riconoscenza. Sono mappe e cartigli. Sono fogli sparse e foglie al vento.
Ora, se è pur vero che il Teatro Povero è diventato un “brand”, complice il trionfante made in Tuscany (paesaggistico ambientale culturale enogastronomico) è innegabile che dell’originaria intraprendenza, della toccante armonia narrativa, pur nell’inevitabile cambio generazionale e nella incalzante frenesia di un tempo che accelera i margini di manovra e fallimento, riecheggia lo spirito originario. Fu nel clima di un boom economico che si andava sgonfiando e che qui, civiltà contadina mezzadrile, avrebbe avuto esiti traumatici (la “ricetta agroturistica” non era all’orizzonte) che la gente di Monticchiello decise di uscire allo scoperto, di mettersi in scena, di raccontarsi, di affermarsi come comunità epica, paesaggio umano, consorzio civile.
Il Teatro di Monticchiello, povero di mezzi ma non di idee, sospeso fra documentazione e testimonianza, crea uno spettacolo tutto suo, fatto in casa, nel senso più concreto e letterale del termine (scrittura, scenografia, cast, regia), uno spazio aperto dove ci si confronta, si mettono a punto trame e contenuti, si cova d’inverno e si partorisce d’estate. L’autodramma diventa allora materia viva che parte dal basso, una partitura dove l’ieri, l’oggi (ma anche il domani) si danno la mano e procedono insieme alla scoperta di vecchi panorami, archivi e scrigni più o meno segreti, episodi dimenticati, vite vissute, speranze e illusioni, vittorie e sconfitte.
Il profilo di questa 60esima edizione, istruita e messa a punto da Giampiero Giglioni e Manfredi Rutelli, abbraccia la vita di Carlino, nato nel giugno del 1944, nel cuore di una storia contadina ancora segnata dalla guerra, dalla mezzadria e dalle disuguaglianze sociali. Fin dalla nascita, Carlino porta con sé un occhio ferito, iniettato di sangue: un segno fisico che diventa, lungo tutto lo spettacolo, immagine di uno sguardo inquieto, ostinato, capace di vedere più lontano della realtà immediata e di non arrendersi nemmeno davanti alla sconfitta. Attraverso i passaggi decisivi della sua esistenza, l’infanzia povera, la scuola, la lotta politica, il sogno della terra e della cooperazione, il carcere, l’incontro con il Teatro Povero, la vecchiaia e il confronto con le nuove generazioni, prende forma il ritratto di un uomo e, insieme, quello di una comunità.
Ed è qui, in questa coincidenza fra esperienze personali e approdo collettivo, quello appunto del Teatro Povero, che lo spettacolo trova la sua forza e la sua ragion d’essere. La sua magnifica identità. Con semplicità e complicità. Scandita in dieci capitoli la “via crucis” di Carlino tocca le tappe di una crescita umana e artistica che lascia aperte le porte a ulteriori passaggi “ambientali” e rinnovate sfide “teatrali”. In Carlino, quasi in controluce, si riflette anche il Teatro Povero: la sua storia, le sue ferite, le sue ostinazioni, il suo bisogno di guardare ancora oltre. Una storia che torna a chiedersi cosa resti di un mondo scomparso, cosa sia cambiato davvero e cosa, ancora, possa nascere da un teatro che continua a farsi racconto condiviso di una comunità. Info e prenotazioni 0578 755118 e www.teatropovero.it