Quando si pensa alla grande stagione del giornalismo e della narrativa italiana di fine Ottocento, il nome di Matilde Serao torna quasi sempre associato a Napoli: alla sua miseria, ai suoi vicoli, ma anche, alla sua tavola.
Matilde Serao non nacque a Napoli, ma a Patrasso, nel Peloponneso greco nel 1856, da padre italiano esule politico, Francesco Serao, e madre greca, Paolina Borely. Curiosamente, nella stessa casa di via Korinthou dove Matilde venne al mondo, tre anni dopo nacque Kostis Palamas, destinato a diventare una delle figure centrali della poesia greca moderna.
Bisognare aspettare il 1860 per che Serao si stabilisca a Napoli. Giornalista prima ancora che scrittrice, Serao fondò con il marito Edoardo Scarfoglio “Il Corriere di Roma” e poi “Il Corriere di Napoli”, entrambi naufragati in fretta. Poi nel 1892 diede vita, sempre con Scarfoglio, a “Il Mattino“, che ospitò firme come Gabriele D’Annunzio diventando una delle testate più influenti del Paese.
Dopo la separazione dal marito, nel 1904 fondò da sola “Il Giorno”, che diresse fino alla morte, nel 1927, distinguendosi per posizioni fermamente antifasciste ai primi albori del regime.
Ricordiamo che nel 1926 Serao fu candidata al Premio Nobel per la Letteratura, ma non lo ottenne: secondo alcune ricostruzioni, proprio il suo convinto antinazionalismo e la sua posizione anti-belligerante avrebbero pesato sulla decisione.
Un altro dettaglio curioso per completare il ritratto della scrittrice napoletana: il filologo romanzo austriaco Leo Spitzer utilizzò ampiamente le opere di Serao come fonte per i suoi studi sull’italiano parlato, nel lavoro “Italienische Umgangssprache” (1914), riconoscendo nella sua scrittura un intreccio fra scrittura romantica, naturalista e giornalistica.
Nei due testi più noti della produzione partenopea di Serao, “Il ventre di Napoli” (1884) e “Il paese di Cuccagna” (1891), le descrizioni culinarie non sono mai un dettaglio di colore ma un vero e proprio termometro sociale che misura la distanza fra la realtà della fame e il sogno dell’abbondanza.
Per “Il ventre di Napoli” il punto di partenza è una frase pronunciata dal presidente del Consiglio Depretis all’indomani della devastante epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884: “Bisogna sventrare Napoli”.
È proprio quest’immagine chirurgica, quasi brutale, a spingere Serao a scrivere una risposta al governo, prendendo in prestito il titolo di uno dei suoi modelli letterari di riferimento: “Il ventre di Parigi” (“Le ventre de Paris”) di Émile Zola.
Nelle pagine dedicate all’alimentazione popolare di questo romanzo partenopeo, Serao compone un catalogo del cibo di strada. Con un soldo, racconta, si possono scegliere fra la “fragaglia” (gli scarti minuti del pescivendolo fritti nell’olio), i panzarotti, nove castagne lessate, due spighe di granturco bollite, oppure una porzione di scapece o di spiritosa, entrambe condite con aceto, pepe e origano.
Con due soldi invece si possono acquistare un piatto di maccheroni conditi o a un pezzo di polpo bollito nell’acqua di mare.
E poi c’è lei, la regina indiscussa del cibo povero napoletano: la pizza.
Serao ne racconta la genesi urbana con un piccolo aneddoto: un imprenditore, sapendo quanto i napoletani trapiantati a Roma fossero legati a questo piatto, decide di aprire una pizzeria nella capitale. L’iniziativa è un sonoro fiasco: tolta al proprio ambiente, scrive Serao, la pizza fa indigestione e finisce per spegnersi come “pianta esotica” in terra romana.
A Napoli, invece, la pizza vive di notte nelle botteghe dei pizzaiuoli, tagliata in tranci da un soldo condita con pomodoro, aglio, mozzarella e alici salate e portata in giro dai garzoni su grandi scudi di stagno.
Se “Il ventre di Napoli” fotografa la fame quotidiana, ne “Il paese di Cuccagna” il cibo si carica di un significato quasi mitologico.
Il titolo stesso rimanda alle antiche feste settecentesche in Piazza Plebiscito, quando la casata borbonica, per ottenere consenso, allestiva un’imponente “macchina della Cuccagna” fatta di fiumi di vino, montagne di salumi e formaggi, carni di ogni genere, e il popolo, al segnale del cannone, si lanciava all’assalto dello spettacolo alimentare.
Così nel romanzo non mancano, pagine di leccornie signorili: gelati, “grossi e rotondi come la luna piena”, nei gusti di crema alla portoghese, caffè di Levante, cioccolatte e spumoni.
E poi le sfogliatelle del pasticciere Fragalà, la cui descrizione tassonomica con precisione quasi da manuale gastronomico fra la versione riccia, croccante e sottile, e quella frolla, più grassa e cremosa, ha spinto gli studiosi a affermare che Serao componga, in certi passaggi, dei veri e propri “manuali” di cucina napoletana.
Tra descrizioni veraci, evocazioni di una Napoli affamata, street food i lauti pasti della Napoli borghese, il realismo di Serao sembra forse anticipare quello di un’altra grande cantrice della Napoli dei nostri tempi: Elena Ferrante.
In foto Matilde Serao
Bibliografia
Limone, Loredana, La cucina del Paese di Cuccagna: passeggiate gastronomiche con Matilde Serao, Il leone verde edizioni, 2003.
Melis, Rossana e Wandruszka, Maria Luisa, «Vienna December 1912. Leo Spitzer on Matilde Serao», in Romani, G., Fanning, U., Mitchell, K. (dir.), Matilde Serao. International Profile, Reception and Networks, pp. 95-129.
Romani, Gabriella, Fanning, Ursula, Mitchell, Katharine, «Introduction», in Matilde Serao. International Profile, Reception and Networks, pp. 7-16.
Snyder, J. R., «A “Study of Truth and Suffering”: Matilde Serao’s Early Writings on Naples», California Italian Studies, 3(1), 2012.
Spitzer, Leo, Italienische Umgangsprache (completato nel 1914), opera che utilizza i lavori della Serao per l’esplorazione dell’italiano parlato.
Valentini, D., «Food and Anthropology in the Early Works of Matilde Serao», Quaderni d’italianistica, 30(2), 2009, pp. 129–146.