Comunità energetiche, rivoluzione in frenata

L’esperto: legislazione complessa e natura giuridica nebulosa

Le Cer sono, con ogni probabilità, uno dei passaggi fondamentali per attuare una rivoluzione della portata di ciò che va sotto il nome di transizione ecologica. I motivi sono molti, e non si limitano alla necessità di un cambio urgente di produzione di energia, ma riguardano anche concetti come comunità, solidarietà, accesso alle fonti energetiche che guardano al sociale. Per questo, per molti di coloro che le Cer le studiano e le fanno nascere e vi partecipano, queste cellule avanzate aprono ipotesi straordinarie anche per quanto riguarda l’equità non solo green, ma anche sociale.

Del tema, parliamo con Piero Ranfagni, dell’associazione pro Cer, che ha svolto e svolge ricerche e studi sulla questione delle comunità energetiche e che, insieme all’associazione di cui fa parte, svolge un ruolo di consulenza per le Cer stesse.

Comunità energetiche, ovvero, comunità bloccate: nonostante gli entusiasmi raccolti qualche anno fa, il fenomeno sembra essersi arrestato. Quali sono secondo lei le ragioni?

“Il dato è chiaro: basta vedere il numero delle comunità energetiche italiane rispetto a quelle tedesche, siamo a un rapporto nell’ordine di uno a trenta. Se poi si prende la cartina geografica realizzata dal Gse (Gestore Servizi Energetici, spa interamente partecipata dal Ministero dell’economia e delle finanze, che promuove lo sviluppo delle fonti rinnovabili, nda) che rileva i territori per ciascuna cabina primaria, dando per scontato che le Cer si sviluppino attorno a una cabine primaria e che gestiscano e consumino all’interno di quella comunità, vediamo di fatto un data base costantemente aggiornato. A fronte del fatto che la legge prevede tre forme di consumi diffusi, quelle a distanza, quelli condominiali e le Cer, emerge che sono nate qua e là forme di consumo condominiale. La nostra speranza era che decollassero le Cer, in quanto il territorio è più vasto ed è più facile realizzare la contemporaneità della produzione e del consumo”.

A questo punto, a che scopo nascono e cosa sono le Cer?

“Il vero ruolo delle Cer è proprio la realizzazione della contemporaneità della produzione di energia e del consumo della stessa. Detto in altre parole, massimizzare l’energia prodotta e consumata nello stesso tempo. La legge dice “entro l’ora”. Del resto, emerge con costanza un problema che riguarda il ruolo e il significato delle Cer, con depistaggi che hanno prodotto molti equivoci. Ad esempio, è stato affermato che fossero uno strumento di risparmio o addirittura di guadagno. In realtà le Cer non nascono per risparmiare in bolletta: è previsto un’iniziale tariffa incentivante, che dura alcuni anni, e che avrebbe lo scopo di aiutare a superare un iniziale momento inerziale. Questo ha indotto, anche con intenti nobili, a credere, anche da parte di amministratori, di poter dare un aiuto alle famiglie magari più fragili, per quanto riguarda le bollette. Con l’esperienza, ci si è resi conto che quei piccoli “guadagni” erano così minimi che non aiutavano nessuno. Ecco perché, secondo il mio convincimento, le risorse delle tariffe incentivanti non devono essere ripartite fra i soci che hanno prodotto l’energia, bensì essere messe a loro disposizione per un investimento sul territorio di tipo solidale, ad esempio ambientale”.

Cosa significa in concreto?

“Le voglio fare due esempi, concreti, che sono a mio parere molto esplicativi di cosa intendo. Il parroco che ha il giardino con le panchine ormai in disuso per il degrado: gli si cambino, in quanto quel giardino è a disposizione di tutta la comunità. Oppure, nella comunità ci sono famiglie fragili che consumano in modo eccessivo perché hanno in casa il boiler per l’acqua calda. Le aiuto, come comunità, a sostituire il boiler con pompa di calore che consuma un quarto. Ciò concretizza un investimento sul territorio che cambia il territorio, mentre, se si distribuiscono ad esempio 40 euro a famiglia o utente o nucleo, non cambia niente: né per famiglie, né per il territorio”.

Ma torniamo alla domanda principale: perché il progetto non parte?

“Un ruolo di primo piano lo riveste la legislazione in tema, complessa, quella italiana più complessa di quella europea, e che è andata via via a complicarsi sempre più man mano che passava il tempo. Ciò ha contribuito non poco a smorzare gli entusiasmi: nel 2022 , entusiasmo alle stelle, tutti pronti al via per costituire le Cer, si è arrivati poi al 2024, perché i decreti attuativi permettessero il decollo. Due anni di attesa. Poi, a mio parere, abbiamo dovuto metabolizzare che le uniche Cer possibili fossero quelle a multicabina. le uniche che rendono possibile che i costi istitutivi e gestionali possano essere spalmati su un numero maggiore di utenti soci”.

Altro freno, forse la natura giuridica, ad oggi ancora nebulosa delle Cer. Che ne pensa?

“Penso che sia un altro punto di frenata importante. La legge, con apparente lungimiranza, ha previsto che la natura giuridica della Cer può essere varia. In realtà, secondo quanto affermato dal Consiglio del Notariato, pur potendo nella legislazione italiana costituire una Cer come Fondazione, cooperativa, associazione, gli unici organismi democratici, per rispettare la normativa europea, sono le associazioni. Peraltro, per crescere, devono essere associazioni riconosciute, il che importa spese iniziali per almeno 15mila euro più il notaio, poi via via tutto ciò che comporta la natura dell’associazione giuridica riconosciuta. Ed ecco che si torna fatalmente alla logica della multicabina, che permette, torniamo a sottolinearlo, di spalmare i costi. In sintesi dunque, tempi lunghi per la complessità delle leggi, due anni di attesa, equivoci sul ruolo e la funzione delle Cer, hanno condotto al blocco odierno”.

Qual è la sua opinione sulla natura giuridica più consona alle Cer?

“Le confesso che non capisco bene, e ho chiesto agli amministratori, quali sono gli interessi pubblici e collettivi che vengono tutelati con una Fondazione di partecipazione, organismo quanto di più lontano ci sia dal dettato europeo di democrazia, in quanto di tipo verticistico come struttura e costosissima come attuazione. Faccio un esempio toscano: sulla montagna pistoiese esistono Comuni fragili, che contano 1500 abitanti, in cui la struttura amministrativa consta di due persone. E’ partito il progetto di costituire una fondazione di partecipazione allo scopo di aiutare questi comuni a fare le pratiche. Intendiamoci, pur di fare la transizione ecologica si è disposti a molto, ma le scelte devono pur essere giustificate”.

Cer di campagna e Cer cittadine: qual è la sfida più grossa?

“La sfida più forte è senz’altro quella delle Cer in città. Intanto, i tetti non sono liberalizzati, nonostante la proposta di legge licenziata dalla giunta regionale toscana punti a questo, creando un precedente importante in Italia. Tuttavia, ci sono poi i vari piani regionali e la Sovrintendenza che bloccano di nuovo tutto. Quindi, mettiamoci d’accordo. Un altro punto riguarda gli edifici cittadini. Mentre un palazzo fino a tre piani ha un piccolo numero di utenti rispetto alla superficie del tetto sfruttabile per la produzione di energia, e con la tecnologia attuale posso installare una potenza pari al consumo delle famiglie, se si supera il numero delle famiglie alzandosi l’edificio, la potenza non è più in grado di coprire tutti gli utenti. Perciò, è necessario in città mettere in funzione le pompe di calore, che hanno un consumo più basso e che rendono possibile il meccanismo delle energie rinnovabili. A due condizioni, e su questo dobbiamo essere chiari: la liberalizzazione, pur nel rispetto di tutte le norme di sicurezza e quant’altro, dei tetti, e dall’altra parte, fare in modo che le pratiche per l’installazione non siano più costose dell’installazione stessa. Rischio che, a fronte dell’abbassarsi dei prezzi a stretto contatto con l’avanzare delle tecnologie, sta diventando sempre più concreto”.

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