Rapidissimo contrordine: dalla salvezza del pianeta all’affossamento del medesimo tramite una combinazione incrociata e sulfurea di violenza, guerre e asfissia ambientale. Come se fosse normale. Solo fino a ieri avremmo avuto perlomeno qualche problema ad accettare che con la violenza, la prepotenza personale e le armi in pugno si risolva tutto, o perlomeno eravamo tranquilli che la modalità si riferisse semmai a un mondo ormai sorpassato: almeno dalle nostre parti, delle altre ci siamo sempre preoccupati poco. Ma ora, che ce lo impone un imprevedibile presidente Usa dal ciuffo giallo-rosa, la cosa sembra quasi normale.
Il dietrofront coinvolge anche i problemi ambientali incrociandosi con quello guerresco. Se negli ultimi tempi ci stavamo iniziando a preoccupare di salvare la terra liberandola per quanto fosse possibile dal disastro ambientale in cui l’avevamo cacciata e dunque era un gran parlare di lotta a smog e sostanze climalteranti, di fonti alternative, di economia circolare, ottenendo qualche, pur timido, progresso reale, adesso tutti zitti. L’argomento è cambiato. Si parla di riarmo, di ambiente e di clima non si parla più. Su questi due ultimi impegni si va indietro invece che avanti, gli USA se ne ridono, ma perfino l’ambizioso progetto europeo tentenna. Mentre tornano in auge le fonti energetiche fossili connettendosi alle spavalderie di chi mena le mani, si sospetta anche per accaparrarsi petrolio. E così, incrociandosi le due armi di distruzione del pianeta, quelle tuonanti e le altre del disprezzo di ogni impegno ecologico, a un livello che solo poco tempo fa si sarebbe pensato follia, rapidamente la frittata si è rovesciata. L’Europa, e con essa l’Italia, stanziano miliardi non più sull’economia e lo sviluppo green né sull’aumento dei salari e i grandi problemi economici che assediano questo tempo. Necessarie le questioni della difesa, si dice. Sacrosanta, ma in tutto questo gran fragore nessuno fa i conti con le cifre della moneta suonante.
Vediamoli attentamente i numeri dichiarati dall’Agenzia europea per la difesa (EDA). Nel 2020 la spesa complessiva per gli armamenti dei 27 paesi della Ue era di 198 miliardi, nel 2024 i miliardi sono saliti alla cifra record di 343,2 e, a consuntivo 2025, si dovrebbe arrivare intorno ai 381 miliardi, pari al 2,1% dell’intero Pil europeo, oltre il 2% previsto dall’accordo Nato. Cifre mai sfiorate prima. Andando a vedere chi ha speso di più, i dati EDA ci raccontano che la Germania (90,6 miliardi) guida la classifica, seguita dalla Francia (59,6 miliardi). Ma l’Italia non si tira indietro: terza, con 32,7 miliardi. La Francia spende 869 euro a persona, e l’Italia 555. Il contributo spagnolo è relativamente il più basso tra i paesi di maggior peso economico in Europa e si ferma a sempre pur considerevoli 22,7 miliardi, mentre Trump ha minacciato di espellere la Spagna di Sanchez dalla Nato a causa dello scarso entusiasmo di Sanchez ad aumentare la spesa del riarmo fino al 5% del Pil entro il 2035, come richiesto dal Patto Atlantico.
Le spese belliche europee non solo sono aumentate progressivamente negli ultimi cinque anni, ma quasi raddoppiate tra il 2020 e il 2025, eppure si è deciso un loro altro ponderoso salto in avanti. Che ci si domanda perché. Se davvero tutte queste risorse aggiuntive devono esclusivamente servire a potenziare la necessaria difesa dagli incombenti assalti di possibili paesi “nemici”, i numeri raccontano che tuttavia, perlomeno restando nel campo delle spese militari, questi ultimi appaiono assai più indietro dell’Europa collettivamente considerata, denunziando la Russia 107 miliardi di euro l’anno e la Cina 250. Se poi anche facessimo i conti in tasca a Cina, Russia e India, la spesa europea arriverebbe comunque circa a pareggiare la spesa militare complessiva di circa 390 miliardi dei tre giganti insieme. Che oltretutto sembra arduo immaginare che si muovano tutti in combattimento uniti contro l’Europa.
Se la guerra non fosse una tragedia purtroppo sempre meno fantasiosa e la pace mondiale sempre più pericolosamente in discussione, il “monopoli” delle cifre sembrerebbe un giochino da ragazzi. Tuttavia, anche a non stare esclusivamente dalla parte del disarmo ma volendo anche considerare quella impellente necessità di difesa con cui viene giustificato il progettato aumento di spesa dei singoli paesi Ue in armamenti, i numeri e il raziocinio sembrano suggerire tutt’altra strada. Sembra di capire che se davvero volessimo fare qualcosa di serio a proposito di difesa, l’unica via possibile non sarebbe tanto l’attuale gridare “armiamoci e partite”, ognuno sul proprio portoncino di casa da cui comunque non andremmo da qualsiasi parte, neanche la Germania che ovviamente diverrebbe dominante.
Le cifre dell’attuale spesa europea in armamenti, assai più alte, come abbiamo visto, di quelle degli eventuali assalitori, suggeriscono che gioverebbe di più unirsi invece di buttare altri soldi in armi approvvigionate in ordine sparso, superare i nazionalismi e lavorare a una vera coesione dell’Europa in politica interna ed esterna ed a una razionalizzazione concorde delle risorse puntando non tanto ad armare di più i singoli Stati quanto piuttosto a una non costosa ma più efficiente difesa unica, un esercito unico, politiche concordi. Invece di comprare un’arma in più qua e una in più di là, sembrerebbe non solo idealisticamente migliore ma anche semplicemente più utile collaborare ad un’unica e per questo più efficiente politica di difesa e dirottare gli sforzi economici verso altri settori già progressivamente disertati e che sembra logico pensare lo sarebbero ancora di più se andasse avanti l’attuale progetto di riarmo: a cominciare da sanità, formazione, welfare, reindustrializzazione, lotta alla povertà crescente, per fare alcuni eloquenti esempi.
Anche la Nato, nel cui vertice di inizio 2025 i membri della medesima hanno concordato – sotto la pressione degli Stati Uniti che non è escluso fosse finalizzata a scaricare di più i suoi costi sull’Europa – di portare la spesa militare dei vari paesi aderenti al 5% del Pil entro il 2035: il 3,5% in armamenti per la difesa e l’1,5% destinabili a maggiori infrastrutture per la sicurezza. Anche la Nato, dicevamo, dispone già adesso di una potenza militare molto più imponente dei suoi principali possibili nemici a livello geopolitico spendendo i 30 paesi membri a questo scopo ben 1.100 dollari l’anno, di cui 778 miliardi solo gli USA. Dunque una spesa cumulativa immensamente superiore ai circa 390 miliardi di Cina, Russia e India di cui già parlavamo nel confronto con la Ue. Solo gli Stati Uniti, da soli, stanno su un livello che supera la metà di quel totale con circa 778 miliardi l’anno. Ragionando in termini di unioni, quella europea e quella della Nato, e non di singoli piccoli o medi Stati, sembra anche inutile sottolineare, da quanto appare immediatamente evidente, che l’ Occidente non è assolutamente minato da una scarsa capacità di difesa. Il problema sembra piuttosto da cosa, come e da chi volersi difendere e di costruire dialoghi e pace più che assuefarsi alla logica giallo-rosa di sopraffazione e violenza .
Nel frattempo la manovra 2026 del governo Meloni aderisce con entusiasmo al riarmo prevedendo un aumento della spesa militare a 32,4 milioni e lo spostamento di risorse dallo stato sociale all’ industria bellica. Con la previsione di un incremento di spese per la difesa di circa 12 miliardi nel triennio.