La dottrina Monroe, il blocco al Venezuela e il diritto internazionale

Per la seconda volta Caracas è al centro di un cambiamento nei rapporti di forza fra le potenze

Qualche giorno fa mi sono sorbito, dall’inizio alla fine, una conferenza stampa di Donald Trump e sodali da Mar-a-Lago – che già il nome sembra una dichiarazione geopolitica in infradito: “dal mare al lago”, impero compreso. Armato di patatine e birra ghiacciata, ho seguito lo spettacolo con un certo gusto per il vaudeville politico. A un certo punto il protagonista ha estratto dal cilindro un classico della storia diplomatica statunitense: la dottrina Monroe. O meglio, la dottrina Donroe, così come l’ha battezzata lui stesso, mandando in crisi interpreti e commentatori. Una storpiatura involontaria, forse, ma sorprendentemente rivelatrice.

James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti (1817-1825), non fu un teorico astratto ma un uomo di potere, forgiato dalla guerra d’indipendenza e dalla diplomazia. Il principio che porta il suo nome – mai formulato con lo slogan “America agli americani”, ma spesso così riassunto – nasce nel discorso sullo stato dell’Unione del 2 dicembre 1823. Il messaggio era semplice e perentorio: le potenze europee non devono più intervenire negli affari del continente americano; in cambio, gli Stati Uniti si asterranno dalle contese del Vecchio Continente. Una dichiarazione che, sotto la veste difensiva, segnava già l’emergere di una pretesa di tutela esclusiva sull’emisfero occidentale, sostenuta non a caso dall’ombrello navale britannico, partner silenzioso ma decisivo.

Per decenni la dottrina Monroe restò una cornice politica più che una norma operativa. Diventa diritto vivente, e strumento di potenza, all’inizio del Novecento, quando un evento apparentemente marginale – una crisi del debito in America Latina – offre agli Stati Uniti l’occasione di ridefinirne il senso. Ancora una volta il teatro è il Venezuela. Nel 1902 il governo di Cipriano Castro, strozzato dai debiti e lacerato da conflitti interni, sospende i pagamenti verso creditori europei e ignora le richieste di risarcimento per danni subiti da cittadini stranieri. La risposta di Germania, Regno Unito e Italia è immediata e perfettamente coerente con il diritto internazionale dell’epoca: un blocco navale delle coste venezuelane, accompagnato dal sequestro di navi e da una pressione militare costante. Anche l’Italia partecipa, inviando tre unità della Regia Marina – Carlo Alberto, Elba e Giovanni Bausan – e valutando seriamente l’ipotesi di un intervento armato più ampio.

Siamo ancora dentro il mondo giuridico inaugurato dal Congresso di Vienna del 1814-1815. Il sistema disegnato da Metternich e dalle grandi potenze vincitrici delle guerre napoleoniche era fondato sull’equilibrio, non sulla pace come valore assoluto. Il diritto internazionale era un diritto tra Stati sovrani “civilizzati”, dominato dalle potenze europee, nel quale l’uso della forza non era proibito, ma regolato. Il ricorso alla coercizione armata per la tutela di interessi economici – inclusa la riscossione dei debiti sovrani – era considerato legittimo. Il blocco navale rappresentava uno strumento ordinario di pressione, collocato in quella zona grigia tra diplomazia e guerra che caratterizza l’Ottocento giuridico. L’arbitrato internazionale esisteva, ma come opzione, non come obbligo.

La crisi venezuelana si risolve infatti attraverso una mediazione statunitense e il ricorso alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia, evitando l’occupazione del territorio. Ma il passaggio decisivo arriva nel 1904, con il corollario Roosevelt alla dottrina Monroe. Qui la dichiarazione di non ingerenza europea si trasforma apertamente in una rivendicazione di egemonia regionale: se nelle Americhe occorre intervenire per ristabilire ordine e solvibilità, spetta agli Stati Uniti farlo. Il Venezuela diventa così il detonatore di una mutazione dottrinale che segna il tramonto definitivo dell’equilibrio viennese nell’emisfero occidentale e anticipa un nuovo assetto, meno eurocentrico e più esplicitamente imperiale.

È difficile non cogliere, a distanza di oltre un secolo, una linea di continuità. Il ritorno contemporaneo a una retorica di sfere di influenza – ribattezzata con leggerezza Donroe – si innesta su questa lunga durata. Cambiano i toni, si semplifica il linguaggio, si spettacolarizza il messaggio, ma la logica resta sorprendentemente stabile: l’emisfero occidentale come zona d’eccezione, dove il diritto internazionale è applicato con una flessibilità selettiva. Anche oggi, come allora, il Venezuela riappare come oggetto simbolico, mentre sullo sfondo restano convitati di pietra più ingombranti, Cuba su tutti.

Il confronto con il diritto internazionale odierno rende il quadro ancora più istruttivo. Dopo la Prima guerra mondiale e, soprattutto, dopo il 1945, l’uso della forza viene formalmente bandito, salvo eccezioni rigorosamente tipizzate. Il recupero dei crediti con le cannoniere è diventato giuridicamente impensabile. Corti internazionali, arbitrati obbligatori e sanzioni collettive hanno sostituito le pratiche coercitive ottocentesche. E tuttavia la continuità profonda resta: il diritto internazionale continua a riflettere rapporti di forza asimmetrici e a concedere ai più forti margini di manovra che ai deboli sono negati. Il blocco navale del Venezuela, ieri come oggi, ci ricorda che il diritto internazionale non nasce come argine alla potenza, ma come suo linguaggio ordinato. A mutare, spesso, non è la sostanza, ma la grammatica.

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