Cubo nero sul Lungarno, non è solo una questione di estetica

Sulla vicenda anche la Procura ha aperto un fascicolo conoscitivo

Firenze – La controversia sul “cubo nero” a Firenze non è solo una questione di estetica, ma anche di pianificazione urbanistica e di gestione del patrimonio culturale. La costruzione del nuovo complesso edilizio nell’area dell’ex Teatro Comunale ha sollevato diverse critiche, tra cui la mancanza di trasparenza e di coinvolgimento dei cittadini nella decisione. Sulla questione, che al momento è anche oggetto dell’attenzione della Procura fiorentina, è intervenuto l’architetto Paolo Celebre, attivista di Italia Nostra, che ha ricostruito la vicenda.

Una vicenda che, d’altro canto, non è certo nata con l’apparizione dello scatolone nero e bianco che galleggia sugli edifici ottocenteschi dell’area che porta alle Cascine, dal momento che, come ricorda Celebre, “ha riguardato tre sindaci, un concorso nazionale per la costruzione del Nuovo Teatro del Maggio alle Cascine e la demolizione sostanziale del glorioso Teatro del Maggio fiorentino. La partita prevede anche la saturazione edilizia (53.000 mq.) delle ex Officine delle FF.SS, coinvolte nel domino urbanistico. L’ammucchiata di volumi edilizi in Corso Italia era già inserita nel codice genetico della città fin dall’ultimo Domenici e tutti gli attori istituzionali (e non) se la ricordano bene”.


Ricostruisce Celebre: “L’atto di vendita è del 2013; il Comune, Matteo Renzi sindaco, vende l’immobile ad un fondo gestito da Cassa Depositi e Prestiti ad un prezzo dimezzato rispetto alla base d’asta. La destinazioni prevista per il piano di recupero (max 18.000 mq.) è quella residenziale, a cui può aggiungersi un po’ di ricettivo e un po’ di terziario”.
Arriva così il piano di recupero firmato da Archea di Casamonti. Fra i punti sostanziali, si prevede che “i manufatti che sostituiscono la torre scenica non abbiano altezza in gronda superiore all’esistente” (30 m). Si conserva il foyer, ma anche la platea quale “corte interna o giardino, piazza alberata”. “Né la Direzione Urbanistica, né la Regione, né la Soprintendenza (prima Marino, poi Pessina) hanno da eccepire su quei volumi comunque impattanti”, scrive Celebre nella nota pubblicata sul sito di Italia Nostra.


Ma il passaggio che si rivelerà di svolta è il seguente
: “una volta deciso il cambio di destinazione a residenziale e ricettivo, si accetta di moltiplicare per 7, 8 volte la superficie del palcoscenico, ricavando superfici utili lorde abitabili dall’intero volume tecnico della torre scenica”. “È mai stato calcolato il rilevante carico urbanistico che tutto ciò produrrà ?”, chiede Celebre. E ancora: “Perché nell’ottobre 2016, dopo due mesi di verifica, la Soprintendenza in Conferenza dei servizi ritiene non necessaria la VAS (Valutazione ambientale strategica) che avrebbe imposto maggiori controlli ? E perché ha deciso di porre un vincolo solo su una parte del vecchio organismo architettonico, contro ogni principio del restauro architettonico contemporaneo ?”.


Si va avanti.
Nel settembre 2018 il piano di recupero (che è sempre quello di Archea), viene adottato. La Giunta lo approva il 31 dicembre.
Un altro passaggio decisivo avviene nel marzo 2020, quando Cassa Depositi e Prestiti vende l’immobile “ad una joint venture tra il Fondo texano Hines Real Estate Investments, un gigante dell’ immobiliare (attualmente coinvolto nelle inchieste milanesi e già presente con rilevanti interventi a Firenze) e il fondo londinese Blue Noble“.


A questo punto, ricostruisce l’architetto di Italia Nostra, il progetto viene “passato” allo studio milanese di Vittorio Grassi insieme a Genius Loci Architettura ,
studio specializzato nel recupero e incaricato di riqualificare l’edificio adiacente. “Rispetto al piano precedente aumentano di poco le altezze, cambiano materiali e tonalità delle superfici e sparisce la piazza alberata, sostituita da passaggi pedonali. Il progetto, così modificato, ha avuto il vaglio definitivo della Soprintendenza ?”, chiede Celebre.
Intanto, nel giugno del 2023 viene chiesto il permesso a costruire in variante del Fondo immobiliare Future Living (creatura di Hines e Blue Noble). Il che significa 150 appartamenti per periodi medio e breve (Teatro Luxury Apartments) gestiti da Starhotels, di cui 30 in vendita.

E tuttavia, continua l’architetto, “la questione dell’estetica e del colore, che ha riempito le cronache, è secondaria rispetto alla questione dei volumi e del carico urbanistico sull’ottocentesco quartiere Cascine, in piena area Unesco”.

Le questioni che si aprono sono molte, continua. Dalla questione del contemporaneo nel centro storico, che purché ben valutato e contestualizzato, può essere un’occasione di riqualificazione architettonica, a quella legata “all’ iper-turismo assecondato in ogni modo, di città che la rendita immobiliare ha ridotto a puri prodotti finanziari, dell’ennesimo insediamento del luxury che trasforma interi comparti urbani in comunità riservate per residenti abbienti, cacciando i residenti storici”.

Una serie di questioni che ne pone automaticamente un’altra, come sottolinea Celebre, ovvero quella “della grave inadeguatezza culturale, tecnica ed amministrativa di sindaci, assessori, funzionari locali e della stessa Soprintendenza fiorentina”.

“Ad esempio, era proprio necessario eliminare il vecchio Teatro Comunale ? Siamo certi che l’edificio che l’ha sostituito si sia rivelato degno di un simile sacrificio ? Al di là del valore architettonico, il vecchio Comunale non aveva forse un’eredità culturale e un’identità di tutto rispetto da tutelare ?”.

Infine, un altro punto da chiarire sarebbe “la spregiudicata partita urbanistica che ha caratterizzato la vicenda, ricostruendo le circostanze nelle quali fu stabilito il vincitore del concorso nazionale (Desideri); fatto questo che produsse il ricorso del secondo classificato (Casamonti)”. 

Anche per capire “come sia stata possibile la maggiorazione dei costi di costruzione del nuovo Teatro del Maggio (saliti a più di 250 mln) malgrado l’incompletezza della realizzazione, senza parcheggio e senza sala filarmonica (realizzata successivamente con altre risorse) e a fronte di un finanziamento statale che copriva solo metà dei costi. Come sono stati colmati i rilevanti costi dell’opera considerando il ricavo di soli 23 mln da parte del Comune per la vendita del vecchio teatro a Cdp ?”

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