Siena – Da una finestra su Piazza del Campo pare che si affacceranno per seguire il Palio del 16 agosto, anche Sting e Madonna. C’è molta comprensibile riservatezza sulla circostanza, visto che le due star dovrebbero essere ospiti di un privato cittadino. Ma al di là del rimbalzo mediatico rispetto alla gita senese dei due personaggi, a Siena nei giorni di vigilia paliesca, più che di Madonna (Ciccone) si è disquisito di cavalli e fantini più o meno favoriti, e semmai della Madonna terrena dipinta sul drappellone che andrà in sorte alla Contrada vincitrice, opera di Francesco De Grandi.
Perché a Siena i giorni della vigilia della carriera non durano 24 ore. Sono interminabili, indefinibili nel loro arco temporale. E allora i senesi, per i quali i giorni del Palio sono un pezzo di vita e non una rievocazione, ingannano il tempo dell’attesa in interminabili disquisizioni. Spesso infarcite di polemiche, come è nel DNA di questo popolo particolare che vive all’ombra della Torre del Mangia.
E allora, fino a quando non si è cominciati a entrare nella dialettica tecnica dei favoriti – che poi da un po’ anni ruota tutta intorno a quale Contrada monterà il grande fantino Tittia, catalizzando subito tutti i pronostici – il destinatario privilegiato delle baruffe dialettiche dei senesi è il drappellone, cioè il verticalissimo pezzo di seta pregiata che, dipinto da artisti di valore, andrà in premio alla Contrada che vincerà il Palio.
Un’opera d’arte sui generis, non solo per la dimensione stretta e lunga, ma perché la committenza, cioè il Comune, pretende che siano rispettati alcuni canoni: la dedicazione religiosa che prevede l’immagine della Madonna di Provenzano a luglio e la trionfale Madonna Assunta in cielo per il Palio del 16 agosto. E poi gli stemmi delle Contrade, e poi il rispetto del tema indicato dal Comune. Insomma, la creatività dell’artista è in qualche modo circoscritta entro parametri obbligati. Un compromesso che hanno accettato e risolto in tanti, in modo egregio: da Renato Guttuso a Lorenzo Vespignani, da Valerio Adami a Fernando Botero e Aligi Sassu, fino a Emilio Giannelli e Milo Manara.
Ma c’è una linea di demarcazione che rappresenta una sorta di terreno minato, che è la rappresentazione del significato religioso del drappellone. Per taluni, se la Madonna non è ben riconoscibile come nell’iconografia classica, piovono accuse, fino a sfiorare la blasfemia. O la Vergine è tale e quale come l’hanno dipinta gli artisti classici delle volte celesti, oppure è messa al bando. Questione che prescinde, peraltro, da una considerazione di buon senso: anche gli artisti delle volte celesti hanno interpretato, non potendo avere avuto la Madonna medesima come modella.
E allora, per esempio, nel drappellone dipinto in tre compartimenti da Francesco De Grandi, che andrà in sorte alla Contrada vincitrice il 16 agosto 2025, è bastato che la Madonna avesse le sembianze di una bellissima e terrena donna mediterranea, per innescare mugugni. Aumentanti quando si è appreso che la modella a cui si era ispirato De Grandi era l’attrice palermitana Simona Sciarabba.
In realtà, il pittore ha rispettato egregiamente i canoni della tradizione, in modo personale, ci mancherebbe, e semmai autolimitando un po’ i vasti orizzonti della propria creatività. Ha sottolineato il Sindaco di Siena, Nicoletta Fabio, durante la presentazione del drappellone di fronte a centinaia di contradaioli: “La figura della Madonna Assunta in cielo, iconica, sembra arrivare leggiadra e solenne a un appuntamento importante, che sapeva di avere, e per il quale ha voluto indossare la sua veste più bella e preziosa: è il giorno dell’Assunzione. Una Vergine moderna, giovane e raffinata nei suoi abiti e nei suoi accessori”.
Commenta Massimo Biliorsi, giornalista e autore, brillante commentatore da anni per i media locali dei drappelloni del Palio di Siena: “Nel drappellone di Francesco De Grandi possono esserci elementi che l’opinione pubblica può ritenere trasgressivi. Intanto, domandiamoci cosa è, nell’iconografia paliesca, davvero trasgressivo, cioè fuori delle regole. E questo, al di là nei necessari simboli (Assunta, Contrade partecipanti, ecc..) è pur sempre un’opinione che varia di persona in persona. Il resto a mio avviso va lasciato all’interpretazione, sempre in discussione, del pittore. Probabilmente – continua Biliorsi – l’immagine della Madonna di questo artista, che riveste per i senesi il significato anche storico dell’Assunta, non coincide con quella ricorrente. È una Madonna che definirei “laica”, molto umanizzata più che contemporanea, che del resto possiamo accodare a decine di altri pittori che hanno realizzato un drappellone. Una Madonna mediterranea, carnale, che non sta in Cielo ad aspettare, ma scende sulla terra per mostrarci il suo amore. Altri elementi trasgressivi? Forse i “virili” cavalli di De Grandi? Il simbolo della possenza, della virilità, fa parte del Palio che è, ricordiamocelo sempre, una lotta, uno scontro. Altro non vedo, ma posso intuire che questi per molti potrebbero essere sufficienti. Il Palio raccoglie sempre il suo contemporaneo, e passa oltre”.
Biliorsi si riferisce a quella parte del drappellone in cui quattro cavalieri (dell’Apocalisse?), guidano destrieri particolari, uno dei quali particolarmente virile. Ma un altro simbolo, presente nell’opera di De Grandi, ha attirato l’attenzione: un’ancora unita ad una croce, che pende dalla collana della Madonna palermitana. Ha commentato Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed esperto di Storia dell’arte: “Sul drappellone, la croce si staglia netta, tagliando i colori come una bussola che indica direzioni diverse. Non è solo un emblema: è radice e punto d’arrivo, il segno che ogni Contrada riconosce e che, per un giorno, tiene insieme la piazza. In alcune immagini, quella croce si allunga, scende verso il basso e si apre in due curve che cercano un fondale. Diventa ancora. Il legame con la corsa si intreccia così a quello con il viaggio: ciò che nel Palio raccoglie lo sguardo, in mare trattiene la nave in porto. Cambia lo sfondo — il tufo dorato o l’acqua profonda — ma il senso resta: resistere alle tempeste, trovare un appiglio quando tutto si muove. Per questo la croce del drappellone e quella forgiata in forma di ancora sembrano parlarsi. Una appartiene alla corsa – conclude Piccini – l’altra al mare; entrambe alla speranza che sostiene e orienta il cammino”
Il confronto sulla lettura del Palio di De Grandi è stato intenso in questi giorni, ma mai come accadde nell’agosto 2018, quando l’Arcivescovo di Siena Antonio Buoncristiani si rifiutò di benedire il drappellone di Charles Szymkowicz. Perché, disse, vi erano riferimenti lontani dall’iconografia cattolica: “Se nel drappellone non è contenuta anche la tradizionale raffigurazione artistica della Vergine a cui è dedicato – scrisse l’allora Arcivescovo di Siena – che significato avrebbe ospitarlo per due giorni e tenerlo esposto con solennità nei due Santuari Mariani dove si celebrano le rispettive feste liturgiche? In questo nostro tempo stiamo vivendo oramai in una società secolarizzata che non riesce più a riconoscere il “sacro” nella condotta di vita e anche nei suoi “segni” tradizionali e, per questo è richiesto ai cristiani di proclamare con fermezza la propria fede che va vissuta in ogni aspetto della vita sociale. Come Vescovo [parola tratta dal greco = “sorvegliante”] di questa Chiesa – concluse Buoncristiani – non posso fare a meno di sentire il dovere di fare il possibile per evitare che i nostri tradizionali riti di religiosità civica si riducano solo a una vuota scenografia del passato”.
Fu un atto che la stragrande maggioranza dei senesi ritenne sopra le righe. Ma del resto lo stesso Buoncristiani, seppure con gesti meno eclatanti aveva messo all’indice anche il drappellone del 2002, dipinto da Alì Hassoun, artista di fede musulmana. Ben inserito nella realtà cittadina, Hassoun raffigurò San Giorgio con la kefiah. E sulla corona della Madonna inserì scritte in arabo oltre alla mezzaluna e alla stella di David. L’arcivescovo Buoncristiani li bollò come “simboli problematici”. Oggi non si fa fatica a interpretarli come lungimiranti e inascoltati appelli di pace. Come del resto il presentò l’artista: “Un invito al dialogo fra le culture”.
Perché il Palio di Siena è così. Pare prigioniero di una sorta di bolla ancestrale, sospesa nel tempo e nello spazio. Invece vive nella contemporaneità. Non è immune, per esempio, dalla crisi del turismo causa prezzi esosi, evidenziata al Palio del 2 luglio da tanti vuoti dentro la conchiglia libera di Piazza del Campo. Circostanza di cui ai senesi ben poco importa. Perché il Palio non è cibo per i turisti. È sostentamento di identità, tradizione e cultura. E comunque non si chiude entro le antiche mura della città: dialoga con il presente, sa adattarsi, sa comprendere le mutazioni della storia e del sentire comune. Attrae ancora chi sappia attingervi per rinnovare la propria creatività. Come gli artisti del drappellone o gli attori e le star del mondo spettacolo. Madonna e Sting, per esempio, attesi stavolta a una misteriosa finestra sullo scenario della carriera. O come l’attore britannico premio Oscar Eddie Redmayne, arrivato in Piazza del Campo nei giorni di vigilia, per assistere alle prove regolamentate del Palio di agosto. Celato da un cappellino da baseball, si è immerso silenziosamente in una tradizione che rappresenta l’anima stessa della città. È l’interprete del film “Animali fantastici e dove trovarli”. Perfetta sintesi del Palio: dove trovarli, se non a Siena, animali fantastici come i cavalli, atleti addestrati a correre sul tufo, nella bolla sospesa di Piazza del Campo?